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Chiese locali non chiese parallele

da: Mario Campli, Marcello Vigli, COLTIVARE SPERANZA - una chiesa altra per un altro mondo possibile, Edizioni Tracce 2009, pagg. 216, € 13,00 
brani tratti dalle pagg. 151-163

(…) senza costruire una Chiesa povera, non compromessa con il potere, non si può obbedire al comandamento di "cercare il Regno di Dio" qui ed ora. Un “qui” che è adesione al luogo in cui cercarlo e un’ “ora” che indica il tempo in cui si è destinati a viverlo.

Per cercarlo le Cdb (comunità cristiane di base, ndr) si sono messe in cammino senza neppure il progetto di farsi 'movimento' e con la volontà di restare radicate, le singole comunità, nel loro territorio e calate nella storia e nella vicenda umana, alle quali appartenevano. Costrette a cercare forme, mai definitive e comunque leggere di collegamento, il farsi `movimento' è sempre ancorato -come il chicco di grano dei vangeli – alla dinamica del morire e rinascere, nel duplice contesto della Chiesa e della società.

Per comprendere adeguatamente il significato della loro storia, autentica e concreta di uomini e donne, soprattutto chi si accosta solo ora a questa esperienza quarantennale, deve fare lo sforzo di tornare a calarsi nei contesti dentro i quali il movimento è nato, ha vissuto i primi passi e si è poi incamminato negli anni, "senza sapere dove andava": come si legge di Abramo, nelle Scritture, chiamato dalla voce di Jahwé ad uscire dalla sua terra e a lasciare la sua gente.

(…) quella loro adesione alla novità conciliare della riscoperta della Chiesa particolare o locale non era un fatto formale o contestativo, ma una profonda convinzione. "In queste comunità, sebbene piccole e povere e disperse, è presente Cristo", affermava il Concilio; "esse, infatti, sono, nella loro sede, il popolo di Dio chiamato con la virtù dello Spirito santo e con piena convinzione". (…) Si tratta di esperienze di fede che rifuggivano da un'altera autoreferenzialità sia nel senso di una ricerca attiva di collegamento ad altri gruppi locali sia nel non volere mai considerare se stessi come 'modelli' di prassi ecclesiale, con il conseguente rifiuto a costituirsi in Movimento cattolico. Il valore del pluralismo nella Chiesa intesa come "comunità di comunità" restava e resta, con continuità, alla base della loro ricerca.

Sta, ancora oggi, proprio qui il cuore del problema della Chiesa e delle Chiese: come calare nella vita dell'ampia comunità cristiana, la delicata responsabilità del servizio alla 'unità del plurale'; mai dimenticando il `limite' di cui parlano le Scritture: "Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede".

L'altro decisivo contesto che denota il rifiuto di ogni forma di autoreferenzialità sta nella tenace adesione alla 'storia' e alle 'storie' della vicenda umana, con la vigile attenzione all'evoluzione socio-economica e politico-culturale della società, in particolare quella italiana e quelle dei luoghi nei quali le Comunità nascono e vivono; ma anche, e via via sempre di più nel corso del quarantennio, quella del mondo globale.

All'interno di questi contesti, è possibile rintracciare i limiti, nel senso di confini, che il movimento negli anni si è dati esplicitamente e consapevolmente. Rilevare, anche, quegli 'altri' confini entro i quali proprio la vicenda storica , nella quale nasce e vive, lo circoscrive; e quelli nei quali il confronto teologico-ecclesiale da un parte, e il conflitto sociale e politico dall'altra, lo 'ricacciano', continuamente, senza peraltro riuscire a ridurvelo. Ci risuona sempre negli orecchi, ad esempio, la ben nota affermazione: “Voi non siete altro che gruppi politici e per giunta di sinistra, voi noti siete una comunità cristiana", lanciata per la prima volta dal vescovo Florit all'Isolotto (cdb di Firenze, ndr) e spesso ripetuta da altri.
La 'narrazione', che abbiamo ricostruito del lungo percorso delle Cdb italiane, evidenzia, ci pare con chiarezza, una esplicita consapevolezza circa i confini, teorici e pratici, che il movimento stesso – discutendo moltissimo ed anche dividendosi al suo interno, cercando sempre di non separarsi via via assegnava alla sua vicenda storica.

Esse sono nate come una presa di coscienza, individuale e collettiva, una presa della parola, nella lettura delle scritture, nella eucaristia, nella catechesi, nella gestione della Chiesa e nei suoi rapporti con le dinamiche socio-politiche. Hanno portato avanti la loro ricerca dentro un'esplicita e consapevole contaminazione con i problemi sociali e politici: la lotta di classe e l'alternativa al capitalismo, la scelta a sinistra e le tensioni al suo interno, l'antimilitarismo e la nonviolenza, gli ultimi e la costruzione di una società solidale, la lotta anticoncordataria e la denuncia del connubio delle gerarchie cattoliche con il potere economico e politico.

Per tutto questo hanno continuato a chiamarsi 'Comunità di base', senza cedere alla tentazione di farsi 'piccole comunità' all'interno di una pastorale parrocchiale.
`Comunità di base' non è da intendersi semplicisticamente come opposizione ad una 'Chiesa di vertice' ; neppure si tratta, però, di una denominazione neutrale. Pone, invece, una questione centrale e densa di molteplici significati.

Tale scelta evoca, peraltro, le Conclusioni della storica seconda Conferenza dell'Episcopato latinoamericano, tenuta a Medellin (1968): "La Comunità cristiana di base è il primo e fondamentale nucleo ecclesiale (...) cellula iniziale di strutturazione ecclesiale e centro di evangelizzazione, attualmente fattore di promozione umana e di sviluppo".

Comunità...

Le Cdb scegliendo la via della Comunità, hanno inteso vivere l'idea di Chiesa che credevano giusta, senza limitarsi a teorizzarla in trattati o ‘trattatelli’ di teologia più o meno spicciola o accademica, ancorandola alla lettura biblica per ispirare la loro prassi e non per cercare criteri interpretativi della realtà o risposte ai problemi del momento.
Partite dalla scoperta dell'esigenza di dover "leggere la Bibbia avendo a fianco il giornale", hanno continuato nella pratica di una sua lettura incarnata — che prendesse le mosse da una prassi di vita concreta, con particolare riferimento alle lotte di liberazione degli uomini e delle donne — e comunitaria coinvolgendo nella ricerca gli esperti per appropriarsi del metodo storico-critico e dei 'ferri del mestiere'.

Comunità significa, infatti, ascolto reciproco permanente; per cui anche la lettura comunitaria della Bibbia costituisce l'antidoto ad un suo possibile uso strumentale finalizzato a giustificare scelte etico/spirituali o ideologico/politiche di comodo: astratte, cioè, dalla quotidianità.

La Comunità è stata intesa come struttura di popolo nella quale le diversità di preparazione culturale, di età, di consapevolezza, di solidità emotiva possono essere vissute senza provocare emarginazioni, anzi producendo reciproco giovamento, nel rendere reale la com-unione proclamata nella partecipazione eucaristica, nella quale si annulla la rigida distinzione fra chiesa "docente" e "discente".

Nella Comunità, infatti, i membri sono 'uguali e distinti': uguali per dignità perché inseriti nel "sacerdozio universale", nella corresponsabilità dell'evangelizzazione, distinti nella partecipazione alla ricerca dei snodi per realizzarla nel rapporto dialettico fra istituzione e profezia.

Comunità per "incarnare" il messaggio evangelico in un corpo sociale fondato sull'uguaglianza e sulla responsabilità, non perché di fatto uguali, ma perché in continua tensione per sentirsi ed essere parte di un tutto: l’umanità; per storicizzarlo in un tempo di accelerate trasformazioni; per calarlo incessantemente in una cultura della laicità; per desacralizzarlo in un mondo secolarizzato.

Comunità come presenza adeguata al "tempo senza tempio" e alla Parola che dice: "i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità", perché il Padre cerca tali adoratori; al tempo in cui il luogo del culto in spirito e verità è anche e contemporaneamente il corpo, la vita, l'umanità degli uomini e delle donne di questa terra; perché la stessa Parola dice: "ho avuto fame e mi avete dato da mangiare".

Le Cdb hanno, infine, accettato un costante confronto con la realtà sociale e politica per contribuire a scelte politiche funzionali all'interesse geenerale e non a quello della Chiesa; coerenti con una concezione della democrazia che non consente né enti né individui privilegiati, convinti che il patrimonio ideale e culturale comune è scritto nella Costituzione e non in altro libro sacro e che la secolarizzazione non è un male da sopportare, ma una dimensione nella quale la fede può esprimersi senza l'impaccio di dovere servire da "religione civile" e la Chiesa può essere libera da funzioni di supplenza.

A partire da questa prassi, hanno cercato di costruire una Chiesa che fosse credibile nella sua proposta di 'Regno di Dio', fondato sull'amore universale, rispettando le diverse vie scelte da ciascuna Comunità, in una prospettiva di pluralismo teologico e istituzionale.

...di base

Una Chiesa povera dalla parte dei poveri, non si sono limitate a invocarla, hanno cercato di realizzarla assumendo il carattere di "struttura di base" che rivendica, innanzitutto, un principio di 'autogestione' democratica anche in campo ecclesiale, intesa come diritto all'autoconvocazione e non tanto come rispetto di "regole"di democrazia formale, per porsi essenzialmente come spazio autonomo di ricerca e di impegno, sociale e religioso.

Non si sono limitate a parlare di riforma della Chiesa, a proporre preti sposati o donne prete, a chiedere più "elezioni" nelle parrocchie o consultazioni prima della scelta dei vescovi. Neppure hanno inteso formulare nuove ecclesiologia.

Su questo fondamentale carattere di base, il movimento si è sviluppato con e dentro il mutare delle lotte sociali e del pensiero sociopolitico. Approfondendo i motivi dell'anti-istituzionalismo originario, si è confrontato via via con il problema della istituzionalizzazione della presenza cristiana nel mondo ed ha maturato la consapevolezza del carattere storico delle forme assunte, quindi mai assolute tanto meno `teologizzabili'.

Su questa consapevolezza si è fondato il rapporto dialettico con l'istituzione ecclesiastica, di cui si combattevano i legami con il potere economico e politico, ma di cui non si disconosceva la funzione storica di servizio alla promessa di Gesù di essere "fra voi fino alla fine dei secoli".

Profezia ed istituzione sono stati riscoperti come momenti coessenziali, ma non paritari, alla presenza della Chiesa nel mondo. Di base significa, infatti, anche un orizzonte di radicalità.

Nello stesso tempo, di base esprime il carattere di permanente 'porta aperta' della Comunità, non chiusa o ristretta ad élites; anche quando il numero non dà con immediatezza una connotazione di vasto popolo, la Comunità resta una realtà che appartiene a chiunque intende farsene protagonista, cioè al popolo. Il termine base, come è noto, è anche collegato all'altro, "classe", e alle lotte del movimento dei lavoratori.

La vicenda storica delle Cdb, è molto intrecciata con una dinamica di ‘riappropriazione', a seguito di una presa di coscienza della 'privazione': del potere, del salario, del sapere. Il movimento è ancorato ad una fondamentale e permanente ricerca – e nel nostro caso nella esplicita prospettiva di fede e della sequela di Gesù di Nazareth – di incarnazione del divino nella storia e, in particolare, nella storia degli ultimi. Nello stesso tempo e proprio per questo, la sua vicenda storica è spesso intrecciata alle lotte sociali, storicamente determinate dalla rivoluzione industriale e dalla lotta di classe, che hanno superato l'alternativa tra la pietà e la forca', attraverso la consapevolezza del connubio 'disuguaglianza e sfruttamento', che permane ancora oggi in nuove forme di conflitto sociale.

Il limite storico del termine "classe", non ha snaturato, nel movimento delle Cdb, l'impegno della prossimità agli ultimi che, da sempre espresso nella consapevole ed autonoma partecipazione alle lotte sociali, continua a costituire l'ambiente naturale della Comunità di base. Come allora, continua a significare la volontà laica di contribuire alla loro emancipazione, all'uscita, cioè, da una condizione di subalternità culturale e ideologica.

Questo contesto, ad un tempo, teologico e socio-politico, si ricollega all'altra parola e sostanza: la scelta dei poveri. Terminologia e sostanza anch'esse fondamentali per le Cdb, che avevano trovato, come è noto, nel Concilio la loro più alta conferma. Nel senso non di una 'nuova teologia', ma semplicemente della convinzione che la precarietà e la parzialità costituiscono la condizione storica degli uomini e delle donne, nella quale si deve calare la testimonianza cristiana comunitaria e la Chiesa stessa. Per cui non è sufficiente una Chiesa per i poveri, ma è indispensabile una Chiesa povera.

Questa convinzione e quella scelta sono ancora oggi una delle anime fondanti l'esistenza delle Comunità di base.

Non sono riuscite ad imporle nei grandi numeri, ma non hanno rinunciato a pensare che una Chiesa Popolo di Dio in cammino – quella prescritta dal Concilio per un tempo di democrazia – non potesse essere modellata, allo schema nato in tempi di monarchie: a suddito nello stato può aver corrisposto fedele obbediente nella Chiesa, a cittadino sovrano deve corrispondere cattolico adulto e responsabile.

Chiesa altra...

Per questo pensiamo che dalla loro esperienza di resistenza sia emersa, negli anni, una proposta di 'chiesa altra', mai teorizzata o `teologizzata'; ma soltanto, con errori e limiti, praticata. Su questa proposta, le Cdb hanno cercato di costruire la loro identità.

Da questa prassi e dalle riflessioni che l'hanno ispirata si può intendere, innanzitutto, che, in tempo di democrazia e nei paesi in cui essa si è affermata, non c'è posto per una Chiesa che fruisce di un regime speciale `concordato' con i poteri politici, finendo inserita nel sistema istituzionale ma avulsa dalla dimensione sociale. La Chiesa che propongono è la Chiesa povera, cioè senza potere e dotata solo dei mezzi necessari per assolvere alla sua funzione di evangelizzazione: in essa l'apparato istituzionale deve essere misurato sul ruolo profetico che il suo fondatore le ha affidato.

Per le Cdb, Eucaristia e lettura della Bibbia o sono momenti di vita di una comunità o restano vuoto rito ad uso di matrimoni, funerali, consacrazione del tempo libero, esercizio esegetico o, peggio, strumento di verifica dell'ortodossia.

Ministeri e servizi alla comunità, nulla hanno di sacrale. In forza del "sacerdozio universale" dei credenti, chiamati tutti e tutte a 'servire', secondo competenze o carismi, in forme da modellare e definire secondo le esigenze reali della comunità, grande o piccola, della sua composizione sociale e della sua estensione territoriale, sorgono e nascono i ministeri-servizi.

La prassi eucaristica è stata un punto focale dell'esperienza delle Cdb, anche quando essa veniva sospesa con la proclamazione, decisa nell'assemblea, del 'digiuno eucaristico': una privazione consapevole per segnare (segno-sacramento) una rottura sofferta della comunione con il suo vescovo cioè con la Chiesa istituzione. Ed è stata anche il luogo - per lo più disadorno di simboli e riti, cosa che spesso è stato ed è oggetto di discussioni, analisi e riflessioni, tra rischio di 'sciatteria' e rischio di risucchio nei ritualismi -della crescita della comunità: nello spezzare del pane da mani di uomini e da mani di donne e nell'ascolto della 'parola', anch'essa spezzata e condivisa nelle "omelie" aperte e partecipate a tutti e tutte, anche ai non membri. Attraverso questa prassi, plurale e multiforme, ancora oggi il movimento vive la testimonianza e la fede di essere ecclesìa, assemblea convocata dal Signore, affinché il riconoscimento dell'altro e la comunione con lui sia: Chiesa.

In questa prassi c'era e c'è tanta teologia, non accademica e non teorizzata, certamente neppure la loro teologia; le Cdb non hanno mai avuto questa pretesa. Bensì, una ricerca, sempre parziale e provvisoria, per adeguarsi all'accelerazione dei tempi, nella convinzione che la pluralità delle teologie è una ricchezza. Tale era, infatti, la situazione nelle comunità cristiane, prima che arrivasse l'omologazione con il sistema imperiale romano.

L'esperienza vissuta nella celebrazione dell'Eucaristia e nella lettura della Bibbia è stata anche il luogo della faticosa e sofferta acquisizione del pluralismo di genere, come un carattere essenziale per fare ed essere Comunità. Anche in questo caso, a partire da una prassi condivisa e comunitaria - e non nei luoghi di un 'sapere' accademico - si apprende, insieme, come Comunità, anche un diverso e nuovo approccio al divino: un Dio che è padre e madre. La scoperta e la pratica di una teologia al femminile.

Un altro luogo, e un altro modo di fare teologia non accademica, non astratta, non altra teologia ma possibilmente 'teologia altra', è stata la catechesi dei ragazzi, con la costante produzione di testi, di metodo e di linguaggi non da parte di esperti ma della comunità, dei ragazzi e delle ragazze.

In tutta la loro prassi per una 'chiesa altra', si colloca anche un modo nuovo di declinare l'ininterrotta relazione tra fede e politica. Dove la politica è la forma più alta della carità e va vissuta nelle strutture pubbliche o associative con "rigore morale e competenza" non per perseguire interessi di parte cattolica.

Si coglie in essa che la prima tappa di un processo di ecclesiogenesi, che miri all'autenticità evangelica della Chiesa, è la denuncia unilaterale del regime concordatario, essenziale anche per la ripresa di un serio cammino ecumenico non limitato ai confronti tra i vertici delle Chiese, ancora bloccate sulle certificazioni di ecclesialità, e adeguato ad un contesto di secolarizzazione, che non è necessariamente nemica di una fede povera e laica.

Da questa esperienza di 'chiesa altra' si può ricavare, ci sembra, la via per evitare vecchie e nuove forme di confusione fra dimensione politica e dimensione religiosa e per contrastare inedite manifestazioni di sacralizzazione della politica, speculari alla promozione del cristianesimo come religione civile, da veicolare, in Italia, attraverso "progetti culturali" gestiti dalla Cei. Incapaci di accettare e rispettare altre forme di ricerca e di offerta di senso e di coesione tra diversità, si arriva persino a proporre la teologia del come se dio ci fosse". Con la loro esperienza, invece, le Cdb contribuiscono a sciogliere il dilemma storico del cristianesimo: essere nella storia con una funzione consolatoria oppure con una funzione critica, confermandosi come testimonianza di laicità senza aggettivi, fondata sul riconoscimento dell'autonomia dell'umano. Per chi non è credente o è diversamente credente, l'autonomia delle cose umane è una 'ovvietà'; per il credente è una conquista.

Le Cdb, nella loro prassi di base e comunitaria esprimono la precisa consapevolezza che questa autonomia, nelle espressioni di successo delle realizzazioni umane, non fa ombra al Dio di Gesù e chela fede laica, di fronte allo scacco della razionalità umana, non si abbandona alla pratica del "fiutare la pista dei peccati umani per poter prendere in castagna l'umanità".

Anche di fronte allo 'scacco finale' di un pianeta a rischio per incuria e per responsabilità degli uomini, infatti, non ci si appella a Dio e neppure ad un "dio che solo ci può salvare": semplicemente ci si mette al fianco degli uomini e delle donne del pianeta e si lotta con loro per una salvezza terrena. La consapevolezza, che oggi la democrazia è sotto attacco e che ad essere messa in discussione è la sua capacità di dare risposte alle crisi contemporanee con il loro inedito carattere planetario, anima di nuovi compiti l'originaria scelta fede-politica-vita quotidiana, che ha costituito ininterrottamente un carattere peculiare delle Comunità di base. Quella scelta di fondo originaria fu coniugata, sempre, con una indiscussa opzione laica, anche nello spezzare il pane e nel condividere la parola delle Scritture.

Dalla prassi di Comunità di base emerge un grande amore per la libertà. Non quella ipotizzata dai chierici di turno che la fanno coincidere con assenza di criteri valutativi di ogni tipo, con sprezzo non solo della modernità, ma della umanità. Non la 'libertà da', ma la 'libertà di'. Di essere pienamente 'umani'; di essere in grado di trovare in sé e nella relazione con l'altro, la radice di una etica fondamentale della convivenza. La prassi delle Comunità di base nasce dalla chiamata da parte di Colui che ci ha 'resi liberi' e che ci ha 'convocati' ad un cammino di liberazione, che si realizza non nel chiuso di dottrine speculative e ragionevoli, ma attraversando il deserto, dove l'assenza-presenza del Signore rappresenta il carattere dell'esperienza umana. È fondata sulla consapevolezza che nel cristianesimo non c'è una nuova religio, un nuovo legame; ma il suo contrario: la vita dello spirito, dove c'è libertà.

…  non chiese parallele

Per questo leggiamo nella prassi e nelle elaborazioni delle Comunità di base una proposta di Chiesa radicalmente alternativa a quella dei "Movimenti cattolici". (…)

Il cammino continua

Alle Cdb, potere, gloria, ricchezza, arroganza di chi possiede la verità sono sembrate incompatibili con la testimonianza di Gesù di Nazareth.

Questa è stata una delle identità più care e più difese, anche nel mezze di discussioni, riflessioni e approfondimenti continui sulle 'piccole' questioni della 'organizzazione', della 'visibilità' e dei 'ministeri'.

In un tempo in cui il silenzio di Dio sembra lasciare le Chiese disorientate ed esposte all'attesa di un profeta solitario, le Comunità di base non si affidano ad un maestro.
Scelgono e camminano sulla via del Padre nostro, che invita a vivere la fede in una dimensione comunitaria, onde evitare che il Padre diventi mio o tuo e si finisca nella ricerca di protagonismo o nel solipsismo: errore frequente anche fra i maestri solitari, che preferiscono circondarsi di discepoli, piuttosto che vivere tra fratelli e sorelle, con cui confrontarsi, su 'i segni dei tempi' e sul che fare qui ed ora.

Le Comunità mettono, costantemente, alla prova la loro 'fede in Dio e fedeltà alla terra', credendo fortemente all'indivisibilità di quel binomio; e senza presumere altro se non essere uomini e donne fra uomini e donne.

Così, come all'inizio di questo cammino, non ci fu un 'progetto', oggi non c'è l'intento di assumersi il compito di predisporre un qualche futuro.

Esse sono state e continuano ad essere, dunque, una storia 'imprudente', perché si sono chieste e si chiedono ancora: "ma Dio è in mezzo a noi, si o no?", mentre proseguono, giorno dopo giorno, nel loro cammino per scoprire il volto di Dio negli uomini, con la Bibbia e con il giornale, nella comunione e nella libertà di 'figli e figlie di Dio'.

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