1° trimestre 2000 - anno 2, n° 3

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LA NONVIOLENZA
 
Non è facile essere nonviolenti, oggi.
Certo, al mondo ci sono milioni di persone che possono affermare di non aver mai fatto del male a nessuno senza mentire, ma NONVIOLENZA è un concetto che va ben al di là del non usare violenza verso il prossimo, perché fermandosi lì c’è il rischio di cadere nella semplice indifferenza che, in un certo senso, è una forma di violenza: se di fronte ad ingiustizie di potenti nei confronti di persone "deboli" non interveniamo, ma ci limitiamo a compiacerci del fatto che noi non ci saremmo comportati così, che non avremmo mai alzato un dito su nessuno, di fatto ci schieriamo senza volerlo dalla parte del potente, quando invece l’appoggio servirebbe al debole.
Un atteggiamento nonviolento invece comporta la presa di coscienza di situazioni di ingiustizia e l’intervento concreto per cambiarle, scegliendo una strada pacifica, che non nuoce alla vita dello sfruttatore; una strada che ritengo essere ben più difficile dell’impiego di armi, in quanto sarebbe molto più facile far fuori direttamente l’oppressore che non tentare di eliminare solamente l’oppressione, il sopruso.
E’ facile pensare che i metodi non violenti, come scioperi, boicottaggi, lettere di protesta, siano molto meno efficaci di rivolte armate, e che quindi in molti casi la nonviolenza non è utile all’obbiettivo e debba quindi essere scartata, perché sicuramente il semplice significato morale non serve a chi ha bisogno di un aiuto concreto; tuttavia io mi domando fino a che punto le rivolte armate risolvano effettivamente il problema: è un po’ come una lite fra persone, dove il forte domina sul debole che a un certo punto chiede una mano ad uno ancora più forte per liberarlo. E’ vero che in un primo momento questo è utile, ma il problema d fondo non è risolto perché i rapporti che vengono a formarsi fra queste tre persone continuano a basarsi essenzialmente sull’odio che non tende ad unire, bensì a separare. Il giorno in cui l’ex sfruttatore ritorni ad essere più forte non ci penserebbe due volte a ristabilire la situazione di prima.
Se invece si usa un metodo pacifico, basato essenzialmente sul DIALOGO, magari si impiega molto più tempo, o in alcuni casi ottiene nulla; però se le situazioni vengono cambiate, si può star certi che in nuovi rapporti dureranno molto più a lungo, in quanto è proprio il problema ad essere debellato e non semplicemente le persone che lo provocano.
Mi rendo comunque conto che è una strada non priva di difficoltà e contraddizioni: le popolazioni oppresse non possono aspettare a lungo, e in caso di un Hitler o di uno Stalin, sarebbe proponibile una via nonviolenta? Personalmente condivido appieno la frase di Gandhi:"il fine non giustifica i mezzi", perché non c’è niente al mondo per cui valga la pena di uccidere. Questa è una mia convinzione, non è la verità. Credo che in situazioni estreme prendereri anch’io le armi, ma ho la sensazione che non mi sentirei bene con me stesso e sicuramente non potre gioire di eventuali conquiste perché mi porterei negli occhi i volti di tutte le persone che avrei ucciso lungo la strada, per tutto il resto della mia vita.
Comunque rispetto a chi rimane a guardare preferisco chi combatte, magari anche uccidendo, seguendo ideali di libertà, uguaglianza e giustizia. Ma ancora di più stimo quelli che, in situazioni disperate, piuttosto che impugnare le armi si danno fuoco nelle piazze o si gettano contro i carri armati Magari subito non otterranno niente ma così dimostrano a tutto il mondo di rimanere fedeli fino in fondo al puro e semplice amore, unico "ideale" che potrebbe ancora salvarci da una prematura estinzione. Anche se sul concreto questi
discorsi valgono fino a un certo punto, è bene rifletterci, io credo.

Simone

 
 
VIOLENZA GIOVANILE
 
Ultimamente, nei mesi di dicembre e gennaio, c’è stata un’esplosione di violenza giovanile non solo nel mondo ma anche in Italia.
Le cosiddette baby-gang sono in vertiginoso aumento; il fenomeno, negli anni passati prevalentemente maschile, è diventato in larga parte anche femminile. Indubbiamente alla base di questo fenomeno c’è l’ignoranza, la superficialità: molti fatti avvenuti si possono ricondurre a voler rubare lo scooter, il telefonino, o qualche altro bene materiale. Gli scatti di violenza non sono quindi legati a un "sei diverso da me e quindi non ti accetto" ma a un "sei diverso da me, hai più cose, quindi ti faccio del male per prendere il tuo posto".
Questo atteggiamento costituisce almeno la metà degli episodi di violenza, dove i danni oltre al furto, possono anche essere gravi: ferite serie, lesioni, talvolta anche la morte. E’, fatto ancor più preoccupante, è che questa violenza è quasi sempre gratuita: per motivi molto spesso banali dei ragazzi, ne attaccano altri, provocandogli anche gravi danni.
Una di queste situazioni si è verificata a Genova nel mese di dicembre: un ragazzo di quindici anni ha aggredito un coetaneo senza nessun motivo serio. Ho letto l’intervista che ha rilasciato alla stampa: il ragazzo era a casa sua e stava giocando alla Playstation. Ciò che mi ha maggiormente colpito di questa intervista è stato che il ragazzo era così preso dal gioco da non riuscire quasi a parlare. Il voler imitare i personaggi del suo gioco preferito è stato anche la giustificazione che lui stesso ha portato alla polizia dicendo che lui era chissà quale guerriero e doveva sconfiggere il male.
Mi pare incredibile che ragazzi della mia età possano essere così poveri di valori. Penso che sia molto grave ( ma anche molto triste) che molti giovani credano che l’unico valore sia la ricchezza, oppure trovino le loro motivazioni in videogiochi inutilmente violenti. Infatti se si perde la capacità critica verso le cose che facciamo, diventiamo irresponsabili, pericolosi forse, per noi stessi e per gli altri.
Io credo comunque che questi fatti avvengano soprattutto per la mancanza di dialogo fra i ragazzi, ma soprattutto fra ragazzi e genitori che spesso negano ai loro figli oggetti che a loro possono sembrare inutili e che invece sono per i ragazzi uno strumento tramite il quale possono essere inclusi in un gruppo o semplicemente essere presi in considerazione dai loro coetanei. Inoltre, i genitori basano troppo l’educazione
dei figli lasciandoli in balia dei mass media. Anche la scuola, che comunque, almeno per i genitori, continua a essere un riferimento educativo, dovrebbe occuparsi maggiormente di queste situazioni offrendosi come punto di incontro per i giovani anche fuori dall’orario scolastico e considerando maggiormente gli allievi come esseri umani pensanti e complessi e non solo come contenitori da riempire o da valutare e da mettere in competizione fra loro.
Una cosa è certa: che il solo controllo della polizia intorno alle scuole serve a ben poco se non si cambia qualcosa più in profondità, magari cercando di analizzare le cause e le situazioni specifiche che stanno alla base di questo disagio, soprattutto quando questo avviene in una metropoli come Milano dove ci sono stati tantissimi episodi di violenza giovanile.

Veronica

 

 
SENZA TITOLO…
 
Tempo fa mi è capitata un’esperienza che mi ha colpito e fatto molto pensare.
Stavo tornando a casa , dopo una riunione a scuola , quando, passando in Piazza Fontana, sono stato fermato da un signore immigrato, che vendeva accendini e spugne. Inizialmente pensavo volesse vendermi qualcosa, ma presto cambiai idea. Egli mi venne incontro e, indicandomi la Kefia che avevo al collo, mi disse: "Ciao, sai cos’è quella?" Io, un po’ sorpreso, dissi: " Si, rappresenta la lotta che quotidianamente i palestinesi compiono contro i coloni israeliani." Cominciammo a parlare della situazione palestinese, della sua vita qui in Italia, della sua religone, ecc… Dopo circa 10 minuti ci salutammo e come ci eravamo incontrati, ci lasciammo.
Quest’incontro mi ha segnato, poiché mi ha fatto capire quanto, in fondo, senza volerlo, siamo soggetti degli stereotipi che provengono dalla società e che, per esempio, rappresentano gli immigrati come persone che cercano solo i soldi per vivere. Certo, quell’aspetto c’è anche, ma credo che in quell’incontro sia passata ben più di qualche lira; in quei 10 minuti di chiacchierata ho potuto constatare come lui avesse bisogno di parlare, di comunicare con gli altri e credo che lui, finita la conversazione, se ne sia andato più contento di quanto non sarebbe stato con 1000 o 2000 lire in più, gettategli qualcuno per carità o per levarselo di torno.
Da questo incontro, insomma, avuto un’altra prova di come i soldi siano una cosa secondaria nella nostra vita, che invece è fatta di parole, sentimenti e azioni.

Matteo

 
 
ANZIANI SENZA TETTO UCCISI DAL GELO
 
Proprio così: si può ancora oggi morir di gelo, come nel caso avvenuto a Torino, circa un mese e mezzo fa.
L’anziano barbone morto, viveva in un motocarro dietro le porte Palatine a Torino, lavorava al mercato di Porta Palazzo ed era molto conosciuto nella zona: montava e smontava banchi al mercato. Si chiamava Nicola ed è morto in una notte gelida e nevosa: passato dal sonno alla morte senza accorgersene. Nicola era steso tra i sedili del motocarro, la faccia su una vecchia coperta, i fazzoletti di carta sotto quel che restava del cruscotto, un cartone di vino vuoto, bevuto da poco vicino ai piedi.
Il giorno dopo, viene scritto sulla Stampa che Lia Varesio, dell’associazione Bartolomeo&C., un gruppo di volontari che si occupano di disperati e senza casa, considera la morte di Nicola un sconfitta: è il quarto senza tetto che muore quest’inverno. Servirebbero più ripari e più centri di accoglienza.
Io penso che queste persone oltre che avere più posti dove dormire, avere dei piatti caldi, abbiano bisogno di più persone che cerchino di aiutarle, di parlare con loro, di provare a far veder loro delle prospettive che ne migliorino la vita.
Una soluzione che mi viene in mente è che sia a Torino, sia a Milano, sia a Roma, invece di spendere miliardi e miliardi per il Giubileo, si sarebbero potuti utilizzare un po’ di soldi per aprire altri centri di accoglienza per queste persone, in modo che abbiano una coperta e un piatto caldo in più.

Christian

 
 
IL BUSINESS DEL GIUBILEO
 
Il Giubileo del 2000 è diventato la miglior fonte di guadagno per la Chiesa Cattolica.
I pellegrini molto spesso hanno trasformato la visita in Vaticano per "celebrare" il Giubileo come un viaggio-shopping per comprare ricordini ai famigliari: medagliette, gadgets, immagini di santi, ombrelli, borse..; tutto a favore della Chiesa romana e del suo tornaconto
Ricordando la Bibbia, i tanti discorsi fatti al gruppo e ripensando al brano evangelico in cui Gesù arriva al Tempio e vedendovi il mercato butta tutto all’aria ricordando che quello è un luogo dedicato a Dio e alla preghiera, non possiamo fare a meno di pensare che in quest’anno "Santo", Gesù, se fosse ancora in vita, butterebbe tutto all’aria proprio come fece nel Tempio 2000 anni fa!
Durante l’ultimo "Coenacolum", incontro mensile propostoci da Franco Barbero accanto al momento del gruppo giovani del sabato, per parlare di problemi di varia natura con però sempre un occhio alla parola biblica e alla vita di Gesù, abbiamo parlato del Giubileo: tutti ci siamo trovati d’accordo con il fatto che ormai il vero significato del Giubileo è stato rimpiazzato dal denaro e dal commercio. Originariamente infatti esso doveva essere il momento
di restituzione dei beni a chi li aveva perduti e e di liberazione di chi era diventato schiavo.
Invece ora si sono spesi miliardi per organizzare questo Giubileo: tra le altre cose, il Vaticano ha infatti deciso di far ristrutturare moltissime chiese, prime fra tutte quelle distrutte dal terremoto in Umbria. Abbiamo saputo che in molti paesi di questa regione la chiesa è già stata ristrutturata ma le case non ancora; questa è una cosa molto grave perché tanta gente continua a vivere nei container. I soldi potevano essere spesi per fare qualcosa di più costruttivo ad esempio per aiutare le vittime della guerra cecena o per i Kossovari.
Fortunatamente le voci di dissenso sono parecchie, anche all’interno della Chiesa: alcune suore americane
hanno lanciato una forte protesta con una lettera in cui dicevano "no!" all’ipocrisia della Chiesa, che ha promosso questo "Giubileo"e che è giunta a scumunicare e a privare del lavoro chi si occupa degli omosessuali. Anche l’organizzazione "Noi siamo Chiesa" ha fatto sentire la sua voce chiedendo la possibilità di far predicare le donne, di abolire il celibato obbligatorio per i preti, ecc…
Si era anche parlato di abolire, seriamente e costruttivamente, il debito del Terzo Mondo.
Queste sono tutte iniziative che speriamo facciano capire alla Chiesa il grosso sbaglio che sta facendo nel non voler vedere il vero Giubilo che potrebbe essere costruito!

Stella e Simona

 

 

PAPPAGALLI VERDI: CRONACHE DI UN CHIRURGO DI GUERRA.
 
GINO STRADA Pappagalli verdi, Feltrinelli, pp.156.
I pappagalli verdi sono le migliaia di mine anti-uomo lanciate dagli elicotteri, a bassa quota, sui villaggi e sui campi in Afganistan, in Pakistan, in Somalia, nel Kurdistan Iracheno, in Etiopia, in Angola, nel Gibuti, in Cambogia, nella ex Jugoslavia e ovunque ogni giorno si combattono le guerre "dimenticate".
Questi strumenti mortali hanno la forma di piccoli uccellini o di farfalle; i bambini le raccolgono credendo che siano dei giocattoli oppure pensando di venderle ai mercati per guadagnarci qualcosa e…BUM!!!, prima che se ne accorgano, la mina scoppia uccidendoli o spappolandone gli arti. Si risvegliano così all’ospedale con un arto amputato, molte volte ciechi, condannati per sempre ad utilizzare sedie a rotelle, stampelle e protesi. Sono in molti ogni anno, in maggioranza bambini e civili innocenti, a cadere vittime dei bombardamenti aerei e delle mine anti-uomo prodotte dai paesi occidentali.
E’ qui, nei paesi straziati dalle guerre "dimenticate", che Gino Strada, chirurgo di guerra e uno dei fondatori
di Emergency (associazione umanitaria italiana che si occupa della cura e della riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo), cura i feriti senza fare distinzioni fra etnie diversi, fra soldati e civili da oltre dieci anni, attivando ospedali di emergenza nelle zone bombardate.
In questo libro, Gino Strada racconta con sobrietà la sua attività, mettendo a nudo talvolta le immagini più vivide, talvolta i ricordi più strazianti, le amarezze continue della sua esperienza, profondamente etica , in una fase storica che alcuni definiscono senza più valori.
A me è piaciuto molto questo libro perché mi ha ricordato che, nonostante tutto, anche in questi tempi, ci sono ancora delle persone che lavorano duramente, senza clamore e pubblicità, per restituire un pò di speranza a bambini e bambine, a donne e uomini che hanno avuto la vita distrutta dal cinismo e dalla violenza dei potenti. Per me è uno stimolo a non rinchiudermi nel mio piccolo mondo quotidiano, ma ad impegnarmi a dare il mio contributo per costruire un mondo dove non si risolvano più i conflitti con le guerre e la violenza.

Chiara

 
 
LA QUESTIONE BELOIT: IL NOSTRO PUNTO DI VISTA…
 
L’11 novembre scorso, nell’auditorium del liceo scientifico di Pinerolo, un gruppo abbastanza folto di studenti ha cercato di capire la storia della Beloit Italia e i fattori che hanno portato all’improvviso licenziamento di tutti i suoi dipendenti, dai manovali ai dirigenti.
Sul palco dell’auditorium sono intervenuti un membro del sindacato ed alcuni operai della Beloit, arrabbiati ed insieme sconcertati per questa situazione che la loro fabbrica ha dovuto subire passivamente, senza la minima possibilità di ribellione.
La Beloit Italia è una ditta che fa parte di una multinazionale con casa madre ed uffici direttivi negli Stati Uniti, che si occupa della fabbricazione di macchinari per cartiere e con bilancio positivo e alti profitti. Una serie di decisioni sbagliate nella gestione dell’azienda (prese ed attuate a partire dalla casa madre degli U.S.A.) hanno creato problemi al bilancio della multinazionale che ha quindi deciso di risanare i propri debiti chiudendo qualche stabilimento e ricavando così denaro dalla vendita. Il caso (o qualche altro fattore non ben noto) ha fatto si che una delle fabbriche scelte per la chiusura sia stata proprio quella di Pinerolo, con il conseguente licenziamento dei 430 operai.
E’ stato molto importante che questa situazione sia stata presentata e discussa nella nostra scuola in quanto è un dato di fatto che la Beloit abbia sempre costituito una fonte di ricchezza e offerto posti di lavoro alla zona. Gli operai che ci lavorano sono persone altamente specializzate ed alcuni di loro provengono dalla nostra stessa scuola. Per questo è un problema che tocca da vicino tutti gli studenti e i giovani in generale.
I lavoratori della Beloit hanno bisogno di una città che continui a sostenerli, che riesca a far sentire la propria voce con atti di concreta solidarietà e protesta che coinvolgano tutta la zona del pinerolese.
Molto importante è stato , lo sciopero generale del 17 dicembre che ha coinvolto una buona parte del pinerolese. Purtroppo la situazione non si è di molto evoluta. Gli operai sono così stati messi in cassa integrazione dal 13 di gennaio.
E’ vero che la flessibilità e la mobilità sono le nuove leggi del mercato del lavoro, ma questo non da il diritto ad un gruppo di persone potenti in nome del mercato e del profitto, di togliere il lavoro a così tanti lavoratori, lasciando altrettante famiglie prive di un reddito mensile stabile!!

Giulia

 

 
 
Quella della Beloit è una questione notevolmente grave per il pinerolese. Oltre a 430 famiglie che vedono calare il proprio tenore di vita, fino, in alcuni casi, al di sotto della soglia di povertà, si apre una prospettiva ben poco rosea per i lavoratori del futuro: oltre alla Beloit in chiusura, l’SKF sta riducendo l’organico e l’industria tessile, in crisi, sta chiudendo anch’essa. La stessa situazione si ripresenta nel Canavese.
Questo significa che per noi, che fra qualche anno entreremo a far parte di questo mondo del lavoro che sembra tanto lontano, non ci saranno grandi possibilità di impiego. La Beloit verrà infatti trasferita in Polonia, dove il costo del lavoro è più basso. Nessuno sostiene che i polacchi non debbano lavorare ma, come gli stessi operai hanno giustamente affermato, è meglio lavorare tutti lavorando meno.
Eppure la sede centrale e gli azionisti, certo non si curano della situazione dei lavoratori. La politica industriale è al servizio del profitto. Sempre in base a questa legge la Beloit non si decide a vendere: perderebbe in questo modo una consistente fetta del mercato europeo, dovendo cedere anche i brevetti, problema che non si porrebbe in caso di una chiusura definitiva. Una nuova via di trattative e una possibile risoluzione è stata aperta dalla lettera che il vescovo di Pinerolo ha mandato al vescovo nella cui diocesi si trova Beloit, dove si trova la sede centrale.
La vicenda della Beloit porta sicuramente a riflettere su una realtà che ormai ci troviamo intorno sempre di più, quella della mondializzazione. Multinazionali e mercato unico non sembrano portare la gente a un livello di vita migliore, anzi.
Ciò che più colpisce di questa vicenda è che, a più di un secolo dalla rivoluzione industriale e a pochissimi anni dalle lotte operaie, si siano scavalcate, o meglio calpestate, tutte le conquiste che i lavoratori hanno effettuato durante anni di lotte. Non esistono infatti leggi mondiali che tutelino i diritti dei lavoratori, anche se ormai non si fa troppa difficoltà a dire che il
lavoro è "mondiale".Viene da chiedersi ora se bisogna ricominciare tutto da capo, come se tutto ciò che ci ha preceduti non fosse mai accaduto.
Come regolamentare, porre entro certi limiti, questa globalizzazione galoppante che non sembra promettere nulla di buono né per il primo né per il terzo mondo? Infatti, proseguendo per questa strada, se il terzo mondo rimarrà nella morsa del sottosviluppo perché alle multinazionali fa comodo così, e non hanno alcun interesse che il costo della vita e del lavoro aumenti, il primo mondo scivolerà inesorabilmente verso il basso poiché il lavoro si sposterà in direzione delle zone più povere e meno esigenti dal punto di vista economico. Si correrà dunque il rischio di andare verso un mondo governato da un’oligarchia economica sempre più ristretta contrapposta ad un espandersi allarmante della povertà.
Forse la scelta di combattere questa tendenza con la guerriglia urbana come è accaduto a Seattle è esagerata, nonostante gli ideali di indubbio valore che venivano proposti dai manifestanti. Agire in questo modo violento è però stato controproducente, perché è servito solo a porre in cattiva luce di fronte ai cittadini ciò che è stato fatto. E’ in questo modo passato in primo piano il come a scapito del perché. Le posizioni ideologiche dei manifestanti erano, tra l’altro, perfettamente condivisibili anche da parte dei ceti medi, allontanati però dalla modalità della guerriglia.
In ogni caso è necessario che chi ha preso nette posizioni contro la mondializzazione agisca in modo tale da informare e sensibilizzare l’opinione pubblica di fronte ad un problema che non va assolutamente ignorato ma affrontato e risolto nel più breve tempo possibile. Questo è senza dubbio reso difficile da un generale disinteresse e dalla tendenza di rinchiudersi dentro ad una posizione di comodità, in realtà facilmente reversibile.
A livello generale la prima cosa da fare è naturalmente informare, per fare si che tutti vedano in quale direzione si sta andando, in modo da agire rapidamente per smascherare questo processo che, oltre alla mondializzazione, porterà ad un evolversi della situazione sociale ed economica in direzioni preoccupanti per tutti, paesi ricchi e paesi poveri

Francesca

 
 
SILVIA E’ RITORNATA!
 
Silvia Baraldini nasce a Roma il 12 dicembre 1947 e nel 1961 si trsferisce con la famiglia negli Stati Uniti dove frequenta la scuola superiore e l’università.
Nel 1982 viene accusata di aver preso parte ad azioni terroristiche e rinchiusa nel carcere Metropolitan Correctional Center di New York in attesa di giudizio. Nel gennaio del 1983 viene rimessa in libertà tremite una cauzione di 300 mila dollari. Dopo esser stata ancora accusata di numerosi reati nel 1984 una corte federale di New York le infligge una pena di 40 anni di reclusione per un reato che in Italia ne prevederebbe al massimo due o tre; oltre a questi se ne aggiungono altri tre per oltraggio alla corte nel precedente processo. Durante numerosi anni di reclusione, Silvia viene trasferita nel carcere di Lexington nel Kentucky dove rinchiuse in celle singole le detenute vengono sottoposte a torture psico-fisiche come disturbo del sonno ogni venti minuti.
Tante volte il governo italiano e i movimenti d’opinione hanno chiesto agli Stati Uniti il trasferimento di Silvia nel suo paese d’origine, ma altrettante volte la richiesta è stata rifiutata perché gli Stati Uniti volevano che la Baraldini scontasse tutta la pena, mentre l’ordinamento giuridico italiano non ammette l’esistenza di una pena superiore ai trent’anni di carcere. Il 7 luglio del 1999 finalmente viene accettato il trasferimento di Silvia a Roma dove però rimarrà detenuta fino al 29 luglio 2008.
Da tempo si avanza l’ipotesi che l’America, da sempre contraria al rientro in patria di Silvia Baraldini, abbia invece accettato in cambio dell’assoluzione dei piloti americani che hanno causato la morte di molte persone nella tragedia del Cermis.
Mi rattrista pensare che se tutto questo è vero, la Baraldini è stata solo una "merce di scambio", per un accordo tra due nazioni. Sono però felice di sapere che molta gente ha manifestato per lei tenendo vivo il ricordo e lottando per la sua liberazione.

Valentina

 
 
CRIMINI DI MODA
 
Purtroppo in Italia e nel mondo sono ancora molte le persone che credono che andare in giro con addosso una pelliccia sia "chic" mentre se ci riflettessimo sopra ci renderemmo conto di quanto sia orribile vedere gente con addosso animali morti. Nonostante le campagne di informazione da parte di gruppi di animalisti, le vendite al posto di diminuire sono ulteriormente aumentate. Non tutti coloro che possiedono una pelliccia pensano al fatto che questi animali, anziché vivere liberi e felici nei boschi, nascono e crescono prigionieri, imbottiti di medicinali solamente per poter migliorare la resa del pellame, per meglio soddisfare le richieste del mercato. Ad esempio le volpi vengono tenute in anguste gabbie di un terzo di metro cubo, in cui vengono costretti sei esemplari. Questi animali, nati per correre, non possono muoversi per tutta la vita. E dopo tante sofferenze arriva la morte per elettroshock, o con il gas, oppure in altri modi lenti e crudeli, ovviamente per non rovinare la pelliccia!!!. E pensare che al giorno d’oggi abbiamo a disposizione tanti tessuti morbidi e caldi con cui confezionare giacche e cappotti per ogni nostra esigenza.

Matteo

 

 

LE VENE APERTE DELL’AMERICA LATINA
 
Di Luis Sepùlveda
 
Le vene aperte dell’America Latina hanno molti nomi si chiamano "huasipungo" in Ecuador
latifondo e sfruttamento in Colombia
stagno e solitudine in Bolivia
in Costa Rica si chiamano United Fruit e sfruttamento
a Cuba, il bordello dell’America e sfruttamento
in Cile minatori massacrati e sfruttamento
in Argentina la prima dittatura militare
ma un giovane cominciava un lungo viaggio in motocicletta
per conoscere il cuore del continente
il suo nome era Ernesto Guevara
più tardi lo avrebbero conosciuto tutti
come El Che.
E in Centroamerica,
in Guatemala resta sempre viva una delle idee di Arbenz
in Messico trova riparo sotto una rivoluzione tradita
e lì germoglia il sogno di una nuova rivoluzione
che due anni dopo, a Cuba,
lancia la seconda deliberazione dell’Avana
e da ora in poi la storia dovrà tenere conto
dei poveri d’America.
In Boliva il generale Torres è a capo
di un governo popolare
e in Perù Velasco è a capo di un governo popolare
in Brasile Joao Goulart è a capo di un governopopolare
e in Cile si impone Venceremos
e comincia il sogno dei mille giorni di Allende
che finisce con la lunga notte tragica della dittatura.
Ma la lotta continua.
disse il Che: se cado
che altre mani raccolgano il mio fucile
e continuino a combattere
e continuano a farlo in Nicaragua
il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale
in Salvador, il Fronte Farabundo Martì di Liberazione
e la speranza continua
in Cile, il Fronte Patriottico Manuel Rodrìguez
e in Chiapas, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
e la lotta continuerà
fino a chiudere le vene aperte dell’America Latina.
 
(Da: Modena City Ramblers, Fuori Campo, 1999)