Certo, al mondo ci sono milioni di persone che possono affermare
di non aver mai fatto del male a nessuno senza mentire, ma NONVIOLENZA
è un concetto che va ben al di là del non usare
violenza verso il prossimo, perché fermandosi lì
cè il rischio di cadere nella semplice indifferenza
che, in un certo senso, è una forma di violenza: se di
fronte ad ingiustizie di potenti nei confronti di persone "deboli"
non interveniamo, ma ci limitiamo a compiacerci del fatto che
noi non ci saremmo comportati così, che non avremmo mai
alzato un dito su nessuno, di fatto ci schieriamo senza volerlo
dalla parte del potente, quando invece lappoggio servirebbe
al debole.
Un atteggiamento nonviolento invece comporta la presa di
coscienza di situazioni di ingiustizia e lintervento concreto
per cambiarle, scegliendo una strada pacifica, che non nuoce
alla vita dello sfruttatore; una strada che ritengo essere ben
più difficile dellimpiego di armi, in quanto sarebbe
molto più facile far fuori direttamente loppressore
che non tentare di eliminare solamente loppressione, il
sopruso.
E facile pensare che i metodi non violenti, come scioperi,
boicottaggi, lettere di protesta, siano molto meno efficaci di
rivolte armate, e che quindi in molti casi la nonviolenza non
è utile allobbiettivo e debba quindi essere scartata,
perché sicuramente il semplice significato morale non
serve a chi ha bisogno di un aiuto concreto; tuttavia io mi domando
fino a che punto le rivolte armate risolvano effettivamente il
problema: è un po come una lite fra persone, dove
il forte domina sul debole che a un certo punto chiede una mano
ad uno ancora più forte per liberarlo. E vero che
in un primo momento questo è utile, ma il problema d fondo
non è risolto perché i rapporti che vengono a formarsi
fra queste tre persone continuano a basarsi essenzialmente sullodio
che non tende ad unire, bensì a separare. Il giorno in
cui lex sfruttatore ritorni ad essere più forte
non ci penserebbe due volte a ristabilire la situazione di prima.
Se invece si usa un metodo pacifico, basato essenzialmente
sul DIALOGO, magari si impiega molto più tempo, o in alcuni
casi ottiene nulla; però se le situazioni vengono cambiate,
si può star certi che in nuovi rapporti dureranno molto
più a lungo, in quanto è proprio il problema ad
essere debellato e non semplicemente le persone che lo provocano.
Mi rendo comunque conto che è una strada non priva
di difficoltà e contraddizioni: le popolazioni oppresse
non possono aspettare a lungo, e in caso di un Hitler o di uno
Stalin, sarebbe proponibile una via nonviolenta? Personalmente
condivido appieno la frase di Gandhi:"il fine non giustifica
i mezzi", perché non cè niente al mondo
per cui valga la pena di uccidere. Questa è una mia convinzione,
non è la verità. Credo che in situazioni estreme
prendereri anchio le armi, ma ho la sensazione che non
mi sentirei bene con me stesso e sicuramente non potre gioire
di eventuali conquiste perché mi porterei negli occhi
i volti di tutte le persone che avrei ucciso lungo la strada,
per tutto il resto della mia vita.
Comunque rispetto a chi rimane a guardare preferisco chi
combatte, magari anche uccidendo, seguendo ideali di libertà,
uguaglianza e giustizia. Ma ancora di più stimo quelli
che, in situazioni disperate, piuttosto che impugnare le armi
si danno fuoco nelle piazze o si gettano contro i carri armati
Magari subito non otterranno niente ma così dimostrano
a tutto il mondo di rimanere fedeli fino in fondo al puro e semplice
amore, unico "ideale" che potrebbe ancora salvarci
da una prematura estinzione. Anche se sul concreto questi
discorsi valgono fino a un certo punto, è bene rifletterci,
io credo.
Simone
VIOLENZA GIOVANILE
Ultimamente, nei mesi di dicembre e gennaio, cè
stata unesplosione di violenza giovanile non solo nel mondo
ma anche in Italia.
Le cosiddette baby-gang sono in vertiginoso aumento; il fenomeno,
negli anni passati prevalentemente maschile, è diventato
in larga parte anche femminile. Indubbiamente alla base di questo
fenomeno cè lignoranza, la superficialità:
molti fatti avvenuti si possono ricondurre a voler rubare lo
scooter, il telefonino, o qualche altro bene materiale. Gli scatti
di violenza non sono quindi legati a un "sei diverso da
me e quindi non ti accetto" ma a un "sei diverso da
me, hai più cose, quindi ti faccio del male per prendere
il tuo posto".
Questo atteggiamento costituisce almeno la metà degli
episodi di violenza, dove i danni oltre al furto, possono anche
essere gravi: ferite serie, lesioni, talvolta anche la morte.
E, fatto ancor più preoccupante, è che questa
violenza è quasi sempre gratuita: per motivi molto spesso
banali dei ragazzi, ne attaccano altri, provocandogli anche gravi
danni.
Una di queste situazioni si è verificata a Genova
nel mese di dicembre: un ragazzo di quindici anni ha aggredito
un coetaneo senza nessun motivo serio. Ho letto lintervista
che ha rilasciato alla stampa: il ragazzo era a casa sua e stava
giocando alla Playstation. Ciò che mi ha maggiormente
colpito di questa intervista è stato che il ragazzo era
così preso dal gioco da non riuscire quasi a parlare.
Il voler imitare i personaggi del suo gioco preferito è
stato anche la giustificazione che lui stesso ha portato alla
polizia dicendo che lui era chissà quale guerriero e doveva
sconfiggere il male.
Mi pare incredibile che ragazzi della mia età possano
essere così poveri di valori. Penso che sia molto grave
( ma anche molto triste) che molti giovani credano che lunico
valore sia la ricchezza, oppure trovino le loro motivazioni in
videogiochi inutilmente violenti. Infatti se si perde la capacità
critica verso le cose che facciamo, diventiamo irresponsabili,
pericolosi forse, per noi stessi e per gli altri.
Io credo comunque che questi fatti avvengano soprattutto
per la mancanza di dialogo fra i ragazzi, ma soprattutto fra
ragazzi e genitori che spesso negano ai loro figli oggetti che
a loro possono sembrare inutili e che invece sono per i ragazzi
uno strumento tramite il quale possono essere inclusi in un gruppo
o semplicemente essere presi in considerazione dai loro coetanei.
Inoltre, i genitori basano troppo leducazione
dei figli lasciandoli in balia dei mass media. Anche la scuola,
che comunque, almeno per i genitori, continua a essere un riferimento
educativo, dovrebbe occuparsi maggiormente di queste situazioni
offrendosi come punto di incontro per i giovani anche fuori dallorario
scolastico e considerando maggiormente gli allievi come esseri
umani pensanti e complessi e non solo come contenitori da riempire
o da valutare e da mettere in competizione fra loro.
Una cosa è certa: che il solo controllo della polizia
intorno alle scuole serve a ben poco se non si cambia qualcosa
più in profondità, magari cercando di analizzare
le cause e le situazioni specifiche che stanno alla base di questo
disagio, soprattutto quando questo avviene in una metropoli come
Milano dove ci sono stati tantissimi episodi di violenza giovanile.
Veronica
SENZA TITOLO
Tempo fa mi è capitata unesperienza che mi ha
colpito e fatto molto pensare.
Stavo tornando a casa , dopo una riunione a scuola , quando,
passando in Piazza Fontana, sono stato fermato da un signore
immigrato, che vendeva accendini e spugne. Inizialmente pensavo
volesse vendermi qualcosa, ma presto cambiai idea. Egli mi venne
incontro e, indicandomi la Kefia che avevo al collo, mi disse:
"Ciao, sai cosè quella?" Io, un po
sorpreso, dissi: " Si, rappresenta la lotta che quotidianamente
i palestinesi compiono contro i coloni israeliani." Cominciammo
a parlare della situazione palestinese, della sua vita qui in
Italia, della sua religone, ecc Dopo circa 10 minuti ci
salutammo e come ci eravamo incontrati, ci lasciammo.
Questincontro mi ha segnato, poiché mi ha fatto
capire quanto, in fondo, senza volerlo, siamo soggetti degli
stereotipi che provengono dalla società e che, per esempio,
rappresentano gli immigrati come persone che cercano solo i soldi
per vivere. Certo, quellaspetto cè anche,
ma credo che in quellincontro sia passata ben più
di qualche lira; in quei 10 minuti di chiacchierata ho potuto
constatare come lui avesse bisogno di parlare, di comunicare
con gli altri e credo che lui, finita la conversazione, se ne
sia andato più contento di quanto non sarebbe stato con
1000 o 2000 lire in più, gettategli qualcuno per carità
o per levarselo di torno.
Da questo incontro, insomma, avuto unaltra prova di
come i soldi siano una cosa secondaria nella nostra vita, che
invece è fatta di parole, sentimenti e azioni.
Matteo
ANZIANI SENZA TETTO
UCCISI DAL GELO
Proprio così: si può ancora oggi morir di gelo,
come nel caso avvenuto a Torino, circa un mese e mezzo fa.
Lanziano barbone morto, viveva in un motocarro dietro
le porte Palatine a Torino, lavorava al mercato di Porta Palazzo
ed era molto conosciuto nella zona: montava e smontava banchi
al mercato. Si chiamava Nicola ed è morto in una notte
gelida e nevosa: passato dal sonno alla morte senza accorgersene.
Nicola era steso tra i sedili del motocarro, la faccia su una
vecchia coperta, i fazzoletti di carta sotto quel che restava
del cruscotto, un cartone di vino vuoto, bevuto da poco vicino
ai piedi.
Il giorno dopo, viene scritto sulla Stampa che Lia Varesio,
dellassociazione Bartolomeo&C., un gruppo di volontari
che si occupano di disperati e senza casa, considera la morte
di Nicola un sconfitta: è il quarto senza tetto che muore
questinverno. Servirebbero più ripari e più
centri di accoglienza.
Io penso che queste persone oltre che avere più posti
dove dormire, avere dei piatti caldi, abbiano bisogno di più
persone che cerchino di aiutarle, di parlare con loro, di provare
a far veder loro delle prospettive che ne migliorino la vita.
Una soluzione che mi viene in mente è che sia a Torino,
sia a Milano, sia a Roma, invece di spendere miliardi e miliardi
per il Giubileo, si sarebbero potuti utilizzare un po di
soldi per aprire altri centri di accoglienza per queste persone,
in modo che abbiano una coperta e un piatto caldo in più.
Christian
IL BUSINESS DEL GIUBILEO
Il Giubileo del 2000 è diventato la miglior fonte
di guadagno per la Chiesa Cattolica.
I pellegrini molto spesso hanno trasformato la visita in
Vaticano per "celebrare" il Giubileo come un viaggio-shopping
per comprare ricordini ai famigliari: medagliette, gadgets, immagini
di santi, ombrelli, borse..; tutto a favore della Chiesa romana
e del suo tornaconto
Ricordando la Bibbia, i tanti discorsi fatti al gruppo e
ripensando al brano evangelico in cui Gesù arriva al Tempio
e vedendovi il mercato butta tutto allaria ricordando che
quello è un luogo dedicato a Dio e alla preghiera, non
possiamo fare a meno di pensare che in questanno "Santo",
Gesù, se fosse ancora in vita, butterebbe tutto allaria
proprio come fece nel Tempio 2000 anni fa!
Durante lultimo "Coenacolum", incontro mensile
propostoci da Franco Barbero accanto al momento del gruppo giovani
del sabato, per parlare di problemi di varia natura con però
sempre un occhio alla parola biblica e alla vita di Gesù,
abbiamo parlato del Giubileo: tutti ci siamo trovati daccordo
con il fatto che ormai il vero significato del Giubileo è
stato rimpiazzato dal denaro e dal commercio. Originariamente
infatti esso doveva essere il momento
di restituzione dei beni a chi li aveva perduti e e di liberazione
di chi era diventato schiavo.
Invece ora si sono spesi miliardi per organizzare questo
Giubileo: tra le altre cose, il Vaticano ha infatti deciso di
far ristrutturare moltissime chiese, prime fra tutte quelle distrutte
dal terremoto in Umbria. Abbiamo saputo che in molti paesi di
questa regione la chiesa è già stata ristrutturata
ma le case non ancora; questa è una cosa molto grave perché
tanta gente continua a vivere nei container. I soldi potevano
essere spesi per fare qualcosa di più costruttivo ad esempio
per aiutare le vittime della guerra cecena o per i Kossovari.
Fortunatamente le voci di dissenso sono parecchie, anche
allinterno della Chiesa: alcune suore americane
hanno lanciato una forte protesta con una lettera in cui
dicevano "no!" allipocrisia della Chiesa, che
ha promosso questo "Giubileo"e che è giunta
a scumunicare e a privare del lavoro chi si occupa degli omosessuali.
Anche lorganizzazione "Noi siamo Chiesa" ha fatto
sentire la sua voce chiedendo la possibilità di far predicare
le donne, di abolire il celibato obbligatorio per i preti, ecc
Si era anche parlato di abolire, seriamente e costruttivamente,
il debito del Terzo Mondo.
Queste sono tutte iniziative che speriamo facciano capire
alla Chiesa il grosso sbaglio che sta facendo nel non voler vedere
il vero Giubilo che potrebbe essere costruito!
Stella e Simona
PAPPAGALLI VERDI: CRONACHE
DI UN CHIRURGO DI GUERRA.
GINO STRADA Pappagalli verdi, Feltrinelli, pp.156.
I pappagalli verdi sono le migliaia di mine anti-uomo lanciate
dagli elicotteri, a bassa quota, sui villaggi e sui campi in
Afganistan, in Pakistan, in Somalia, nel Kurdistan Iracheno,
in Etiopia, in Angola, nel Gibuti, in Cambogia, nella ex Jugoslavia
e ovunque ogni giorno si combattono le guerre "dimenticate".
Questi strumenti mortali hanno la forma di piccoli uccellini
o di farfalle; i bambini le raccolgono credendo che siano dei
giocattoli oppure pensando di venderle ai mercati per guadagnarci
qualcosa e BUM!!!, prima che se ne accorgano, la mina scoppia
uccidendoli o spappolandone gli arti. Si risvegliano così
allospedale con un arto amputato, molte volte ciechi, condannati
per sempre ad utilizzare sedie a rotelle, stampelle e protesi.
Sono in molti ogni anno, in maggioranza bambini e civili innocenti,
a cadere vittime dei bombardamenti aerei e delle mine anti-uomo
prodotte dai paesi occidentali.
E qui, nei paesi straziati dalle guerre "dimenticate",
che Gino Strada, chirurgo di guerra e uno dei fondatori
di Emergency (associazione umanitaria italiana che si occupa
della cura e della riabilitazione delle vittime di guerra e delle
mine antiuomo), cura i feriti senza fare distinzioni fra etnie
diversi, fra soldati e civili da oltre dieci anni, attivando
ospedali di emergenza nelle zone bombardate.
In questo libro, Gino Strada racconta con sobrietà
la sua attività, mettendo a nudo talvolta le immagini
più vivide, talvolta i ricordi più strazianti,
le amarezze continue della sua esperienza, profondamente etica
, in una fase storica che alcuni definiscono senza più
valori.
A me è piaciuto molto questo libro perché mi
ha ricordato che, nonostante tutto, anche in questi tempi, ci
sono ancora delle persone che lavorano duramente, senza clamore
e pubblicità, per restituire un pò di speranza
a bambini e bambine, a donne e uomini che hanno avuto la vita
distrutta dal cinismo e dalla violenza dei potenti. Per me è
uno stimolo a non rinchiudermi nel mio piccolo mondo quotidiano,
ma ad impegnarmi a dare il mio contributo per costruire un mondo
dove non si risolvano più i conflitti con le guerre e
la violenza.
Chiara
LA QUESTIONE BELOIT:
IL NOSTRO PUNTO DI VISTA
L11 novembre scorso, nellauditorium del liceo
scientifico di Pinerolo, un gruppo abbastanza folto di studenti
ha cercato di capire la storia della Beloit Italia e i fattori
che hanno portato allimprovviso licenziamento di tutti
i suoi dipendenti, dai manovali ai dirigenti.
Sul palco dellauditorium sono intervenuti un membro
del sindacato ed alcuni operai della Beloit, arrabbiati ed insieme
sconcertati per questa situazione che la loro fabbrica ha dovuto
subire passivamente, senza la minima possibilità di ribellione.
La Beloit Italia è una ditta che fa parte di una multinazionale
con casa madre ed uffici direttivi negli Stati Uniti, che si
occupa della fabbricazione di macchinari per cartiere e con bilancio
positivo e alti profitti. Una serie di decisioni sbagliate nella
gestione dellazienda (prese ed attuate a partire dalla
casa madre degli U.S.A.) hanno creato problemi al bilancio della
multinazionale che ha quindi deciso di risanare i propri debiti
chiudendo qualche stabilimento e ricavando così denaro
dalla vendita. Il caso (o qualche altro fattore non ben noto)
ha fatto si che una delle fabbriche scelte per la chiusura sia
stata proprio quella di Pinerolo, con il conseguente licenziamento
dei 430 operai.
E stato molto importante che questa situazione sia
stata presentata e discussa nella nostra scuola in quanto è
un dato di fatto che la Beloit abbia sempre costituito una fonte
di ricchezza e offerto posti di lavoro alla zona. Gli operai
che ci lavorano sono persone altamente specializzate ed alcuni
di loro provengono dalla nostra stessa scuola. Per questo è
un problema che tocca da vicino tutti gli studenti e i giovani
in generale.
I lavoratori della Beloit hanno bisogno di una città
che continui a sostenerli, che riesca a far sentire la propria
voce con atti di concreta solidarietà e protesta che coinvolgano
tutta la zona del pinerolese.
Molto importante è stato , lo sciopero generale del
17 dicembre che ha coinvolto una buona parte del pinerolese.
Purtroppo la situazione non si è di molto evoluta. Gli
operai sono così stati messi in cassa integrazione dal
13 di gennaio.
E vero che la flessibilità e la mobilità
sono le nuove leggi del mercato del lavoro, ma questo non da
il diritto ad un gruppo di persone potenti in nome del mercato
e del profitto, di togliere il lavoro a così tanti lavoratori,
lasciando altrettante famiglie prive di un reddito mensile stabile!!
Giulia
Quella della Beloit è una questione notevolmente grave
per il pinerolese. Oltre a 430 famiglie che vedono calare il
proprio tenore di vita, fino, in alcuni casi, al di sotto della
soglia di povertà, si apre una prospettiva ben poco rosea
per i lavoratori del futuro: oltre alla Beloit in chiusura, lSKF
sta riducendo lorganico e lindustria tessile, in
crisi, sta chiudendo anchessa. La stessa situazione si
ripresenta nel Canavese.
Questo significa che per noi, che fra qualche anno entreremo
a far parte di questo mondo del lavoro che sembra tanto lontano,
non ci saranno grandi possibilità di impiego. La Beloit
verrà infatti trasferita in Polonia, dove il costo del
lavoro è più basso. Nessuno sostiene che i polacchi
non debbano lavorare ma, come gli stessi operai hanno giustamente
affermato, è meglio lavorare tutti lavorando meno.
Eppure la sede centrale e gli azionisti, certo non si curano
della situazione dei lavoratori. La politica industriale è
al servizio del profitto. Sempre in base a questa legge la Beloit
non si decide a vendere: perderebbe in questo modo una consistente
fetta del mercato europeo, dovendo cedere anche i brevetti, problema
che non si porrebbe in caso di una chiusura definitiva. Una nuova
via di trattative e una possibile risoluzione è stata
aperta dalla lettera che il vescovo di Pinerolo ha mandato al
vescovo nella cui diocesi si trova Beloit, dove si trova la sede
centrale.
La vicenda della Beloit porta sicuramente a riflettere su
una realtà che ormai ci troviamo intorno sempre di più,
quella della mondializzazione. Multinazionali e mercato unico
non sembrano portare la gente a un livello di vita migliore,
anzi.
Ciò che più colpisce di questa vicenda è
che, a più di un secolo dalla rivoluzione industriale
e a pochissimi anni dalle lotte operaie, si siano scavalcate,
o meglio calpestate, tutte le conquiste che i lavoratori hanno
effettuato durante anni di lotte. Non esistono infatti leggi
mondiali che tutelino i diritti dei lavoratori, anche se ormai
non si fa troppa difficoltà a dire che il
lavoro è "mondiale".Viene da chiedersi ora
se bisogna ricominciare tutto da capo, come se tutto ciò
che ci ha preceduti non fosse mai accaduto.
Come regolamentare, porre entro certi limiti, questa globalizzazione
galoppante che non sembra promettere nulla di buono né
per il primo né per il terzo mondo? Infatti, proseguendo
per questa strada, se il terzo mondo rimarrà nella morsa
del sottosviluppo perché alle multinazionali fa comodo
così, e non hanno alcun interesse che il costo della vita
e del lavoro aumenti, il primo mondo scivolerà inesorabilmente
verso il basso poiché il lavoro si sposterà in
direzione delle zone più povere e meno esigenti dal punto
di vista economico. Si correrà dunque il rischio di andare
verso un mondo governato da unoligarchia economica sempre
più ristretta contrapposta ad un espandersi allarmante
della povertà.
Forse la scelta di combattere questa tendenza con la guerriglia
urbana come è accaduto a Seattle è esagerata, nonostante
gli ideali di indubbio valore che venivano proposti dai manifestanti.
Agire in questo modo violento è però stato controproducente,
perché è servito solo a porre in cattiva luce di
fronte ai cittadini ciò che è stato fatto. E
in questo modo passato in primo piano il come a scapito del perché.
Le posizioni ideologiche dei manifestanti erano, tra laltro,
perfettamente condivisibili anche da parte dei ceti medi, allontanati
però dalla modalità della guerriglia.
In ogni caso è necessario che chi ha preso nette posizioni
contro la mondializzazione agisca in modo tale da informare e
sensibilizzare lopinione pubblica di fronte ad un problema
che non va assolutamente ignorato ma affrontato e risolto nel
più breve tempo possibile. Questo è senza dubbio
reso difficile da un generale disinteresse e dalla tendenza di
rinchiudersi dentro ad una posizione di comodità, in realtà
facilmente reversibile.
A livello generale la prima cosa da fare è naturalmente
informare, per fare si che tutti vedano in quale direzione si
sta andando, in modo da agire rapidamente per smascherare questo
processo che, oltre alla mondializzazione, porterà ad
un evolversi della situazione sociale ed economica in direzioni
preoccupanti per tutti, paesi ricchi e paesi poveri
Francesca
SILVIA E RITORNATA!
Silvia Baraldini nasce a Roma il 12 dicembre 1947 e nel 1961
si trsferisce con la famiglia negli Stati Uniti dove frequenta
la scuola superiore e luniversità.
Nel 1982 viene accusata di aver preso parte ad azioni terroristiche
e rinchiusa nel carcere Metropolitan Correctional Center di New
York in attesa di giudizio. Nel gennaio del 1983 viene rimessa
in libertà tremite una cauzione di 300 mila dollari. Dopo
esser stata ancora accusata di numerosi reati nel 1984 una corte
federale di New York le infligge una pena di 40 anni di reclusione
per un reato che in Italia ne prevederebbe al massimo due o tre;
oltre a questi se ne aggiungono altri tre per oltraggio alla
corte nel precedente processo. Durante numerosi anni di reclusione,
Silvia viene trasferita nel carcere di Lexington nel Kentucky
dove rinchiuse in celle singole le detenute vengono sottoposte
a torture psico-fisiche come disturbo del sonno ogni venti minuti.
Tante volte il governo italiano e i movimenti dopinione
hanno chiesto agli Stati Uniti il trasferimento di Silvia nel
suo paese dorigine, ma altrettante volte la richiesta è
stata rifiutata perché gli Stati Uniti volevano che la
Baraldini scontasse tutta la pena, mentre lordinamento
giuridico italiano non ammette lesistenza di una pena superiore
ai trentanni di carcere. Il 7 luglio del 1999 finalmente
viene accettato il trasferimento di Silvia a Roma dove però
rimarrà detenuta fino al 29 luglio 2008.
Da tempo si avanza lipotesi che lAmerica, da
sempre contraria al rientro in patria di Silvia Baraldini, abbia
invece accettato in cambio dellassoluzione dei piloti americani
che hanno causato la morte di molte persone nella tragedia del
Cermis.
Mi rattrista pensare che se tutto questo è vero, la
Baraldini è stata solo una "merce di scambio",
per un accordo tra due nazioni. Sono però felice di sapere
che molta gente ha manifestato per lei tenendo vivo il ricordo
e lottando per la sua liberazione.
Valentina
CRIMINI DI MODA
Purtroppo in Italia e nel mondo sono ancora molte le persone
che credono che andare in giro con addosso una pelliccia sia
"chic" mentre se ci riflettessimo sopra ci renderemmo
conto di quanto sia orribile vedere gente con addosso animali
morti. Nonostante le campagne di informazione da parte di gruppi
di animalisti, le vendite al posto di diminuire sono ulteriormente
aumentate. Non tutti coloro che possiedono una pelliccia pensano
al fatto che questi animali, anziché vivere liberi e felici
nei boschi, nascono e crescono prigionieri, imbottiti di medicinali
solamente per poter migliorare la resa del pellame, per meglio
soddisfare le richieste del mercato. Ad esempio le volpi vengono
tenute in anguste gabbie di un terzo di metro cubo, in cui vengono
costretti sei esemplari. Questi animali, nati per correre, non
possono muoversi per tutta la vita. E dopo tante sofferenze arriva
la morte per elettroshock, o con il gas, oppure in altri modi
lenti e crudeli, ovviamente per non rovinare la pelliccia!!!.
E pensare che al giorno doggi abbiamo a disposizione tanti
tessuti morbidi e caldi con cui confezionare giacche e cappotti
per ogni nostra esigenza.
Matteo
LE VENE APERTE DELLAMERICA
LATINA
Di Luis Sepùlveda
Le vene aperte dellAmerica Latina hanno molti nomi
si chiamano "huasipungo" in Ecuador
latifondo e sfruttamento in Colombia
stagno e solitudine in Bolivia
in Costa Rica si chiamano United Fruit e sfruttamento
a Cuba, il bordello dellAmerica e sfruttamento
in Cile minatori massacrati e sfruttamento
in Argentina la prima dittatura militare
ma un giovane cominciava un lungo viaggio in motocicletta
per conoscere il cuore del continente
il suo nome era Ernesto Guevara
più tardi lo avrebbero conosciuto tutti
come El Che.
E in Centroamerica,
in Guatemala resta sempre viva una delle idee di Arbenz
in Messico trova riparo sotto una rivoluzione tradita
e lì germoglia il sogno di una nuova rivoluzione
che due anni dopo, a Cuba,
lancia la seconda deliberazione dellAvana
e da ora in poi la storia dovrà tenere conto
dei poveri dAmerica.
In Boliva il generale Torres è a capo
di un governo popolare
e in Perù Velasco è a capo di un governo popolare
in Brasile Joao Goulart è a capo di un governopopolare
e in Cile si impone Venceremos
e comincia il sogno dei mille giorni di Allende
che finisce con la lunga notte tragica della dittatura.
Ma la lotta continua.
disse il Che: se cado
che altre mani raccolgano il mio fucile
e continuino a combattere
e continuano a farlo in Nicaragua
il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale
in Salvador, il Fronte Farabundo Martì di Liberazione
e la speranza continua
in Cile, il Fronte Patriottico Manuel Rodrìguez
e in Chiapas, lEsercito Zapatista di Liberazione Nazionale
e la lotta continuerà
fino a chiudere le vene aperte dellAmerica Latina.