febbraio 1999 - anno 1, n° 1

torna all'indice

 
 
LA GUERRA, CHE AFFARE!
 
Se si prova a girare per le strade di una città qualunque in un qualsiasi paese del mondo a chiedere alla gente un parere sui bombardamenti americani in Iraq, il 90% degli intervistati risponderà che sono crudeli e che dovrebbero cessare il più presto possibile. Lo stesso Presidente americano Clinton è stato eletto promettendo a tutti quanti di effettuare numerosi tagli all'industria bellica per destinare i soldi a progetti sociali. Ma allora come ci spieghiamo questa assurda decisione?
Secondo le fonti del quotidiano comunista "Il manifesto", il fatto che Clinton non solo finanzi l'industria bellica ma che promuova anche queste iniziative militari contro l'Iraq, potrebbe essere strettamente collegato con lo scandalo a sfondo sessuale del Presidente americano e con il conseguente processo iniziato in questi giorni, che deciderà se Clinton potrà restare in carica o meno . Infatti sembra che Clinton abbia proposto di stanziare 100 miliardi di dollari per cinque anni agli imprenditori dell'industria della morte in cambio di un loro voto contro l'impeachment, voto importante, dato che questi rappresentano le industrie più grandi d'America.
Con questi fondi vengono costruite centinaia di bombe, missili, ecc. che però è logico debbano essere venduti, distrutti e rifabbricati, per consentire ai capitalisti di guadagnare sempre di più e quindi di cedere più volentieri il loro voto a Bill. Tutto ciò conferma l'ipotesi di una guerra non più con scopi politici, di dominio e di controllo di risorse materiali e strategiche, ma con un semplice motivo economico: chi fabbrica le armi deve poterle vendere e quindi pubblicizzarle; e quale pubblicità è migliore di una guerra, in cui tutto il mondo osserva le armi in azione e valuta bene il loro potenziale distruttivo?
Questo spiega anche il fatto che negli ultimi anni si continua a passare da una guerra all'altra, a partire dalla guerra del Golfo nel 1991, ed è un chiaro esempio delle enormi lacune del sistema di mercato, perché, anche se non quotidiani, le armi sono prodotti esattamente come i vestiti e le TV. Pertanto rispettano la legge della domanda e dell'offerta in cui chi domanda è alla continua ricerca di comfort ed efficienza, chi offre alla continua ricerca di denaro e potere, non pensando però che dietro a questo giro ci sono molto spesso intere popolazioni straziate e calpestate.

Simone

 

 

MANIFESTAZIONI STUDENTESCHE
 
In questi ultimi mesi gli studenti delle scuole pubbliche medie superiori e universitari sono scesi molte volte in piazza per ribadire i propri diritti che troppo spesso rimangono solo lettere scritte e non vengono realmente applicati.
Ma cosa vogliamo noi studenti?
Noi contestiamo la riforma Berlinguer nella sua totalità e siamo contro:
-LA NUOVA MATURITA', su cui non si hanno ancora notizie precise e che rende incontrollabile da parte dello Stato l'assegnazione dei diplomi nelle scuole private (in cui spesso essi si vendono).
-LA PARITA' SCOLASTICA, per mezzo della quale si vogliono finanziare gli istituti privati quando quelli pubblici cadono a pezzi, violando la Costituzione.
-L'AUTONOMIA SCOLASTICA, che renderebbe le scuole delle aziende ed i presidi dei manager, con una conseguente commercializzazione della cultura.
-LA RIFORMA DEI CICLI, che stravolgerebbe l'attuale sistema scolastico, minacciando 50.000 posti di lavoro ed obbligando i bambini di 12-13 anni a decidere sul proprio futuro.
-IL NUMERO CHIUSO NELLE UNIVERSITA' ED IL CREDITO FORMATIVO, che pregiudicano il diritto allo studio per tutti.
-LA REPRESSIONE che polizia e stampa stanno facendo nei confronti della lotta studentesca.
-UNA SCUOLA CONFESSIONALE E DI CLASSE, con una conseguente cultura clericale ed antidialettica.
I comitati studenteschi propongono e pretendono:
-INVESTIMENTI MASSICCI PER LA SCUOLA PUBBLICA.
-TRASPORTI, LIBRI E MENSE GRATUITI.
-INNALZAMENTO DELL'OBBLIGO SCOLASTICO A 18 ANNI
-PIU' PARTECIPAZIONI DEGLI STUDENTI NEI CONSIGLI D'ISTITUTO.
-MIGLIORI CONDIZIONI LAVORATIVE, CONTRATTUALI E SINDACALI PER GLI INSEGNANTI E GLI OPERATORI
-UNA SCUOLA E UNA FORMAZIONE FUNZIONALE AGLI STUDENTI E NON SOLO A CHI COMANDA ED AI SUOI "BISOGNI PRODUTTIVI"
-MAGGIORI SPAZI DI SOCIALITA' NELLE SCUOLE.
-CHE I NOSTRI BISOGNI SIANO L'UNICA PIATTAFORMA.
-UNA SCUOLA PUBBLICA, LAICA E PLURALISTA.
-UNA CULTURA DIALETTICA ED AL DI FUORI DEL SISTEMA DEL PENSIERO UNICO
-UNA RIDUZIONE DELLE TASSE UNIVERSITARIE.
Per questo noi studenti continueremo a combattere per far sentire la nostra voce e perché fino a quando le scuole superiori si comporteranno come delle imprese e gli allievi saranno trattati come dei clienti, incitati a non apprendere ma a consumare, sarà utile e salutare ricordare che l'educazione appartiene alla creazione ed alla formazione dell'uomo e della donna, non alla produzione di merci.

Matteo

 
 
 
Un giorno di inizio dicembre, circolano voci di corridoio su una mobilitazione generale, che dimostri , una volta per tutte, le idee degli studenti circa la tanto discussa proposta del Governo. Alla fine compare un volantino: "Manifestazione nazionale a Roma il 19 dicembre" è la scritta che subito salta agli occhi. Poi continua con i motivi che già hanno ispirato diverse dimostrazioni studentesche, per la giornata di mobilitazione nazionale: contro i finanziamenti alle scuole private, contro i tagli di risorse per la formazione pubblica, contro l'autonomia scolastica intesa come aziendalizzazione, contro la disinformazione sul nuovo Esame di Stato, per il diritto allo studio.
Così, appuntamento alla stazione la sera di venerdì 18, partenza finalmente per Roma, dopo essersi uniti agli studenti di tutto il circondario, ed un viaggio "spettacolare" in treno, in attesa di una giornata carica di tensione, aspettative, preparativi.
7:30 del mattino: Roma Termini, ci siamo, una massa di ragazzi scende dalle carrozze, si disperde per le vie della città, in attesa delle 15:00 del pomeriggio: l'appuntamento è in piazza della Repubblica, prima un mattino a disposizione per correre da una parte all'altra di una fantastica città da conoscere.
La piazza è piena di gente, striscioni si alzano qua e là, un vociare sempre crescente, voci al megafono, musica, volantini a più non posso, di critica, di informazione, politici, anarchici, comunisti. Siamo semplici studenti indignati, universitari, collettivi studenteschi, UDS, giovani impegnati politicamente, genitori, insegnanti, gente da ogni regione (insieme a quelli di Messina, da Torino vantiamo forse il primato del tragitto percorso più lungo per farci sentire!), tutti in attesa di iniziare.
E poi si inizia a camminare, in testa al corteo gli studenti, poca la polizia ai lati, pochi gli atti di violenza, se si esclude l'episodio dell'Ambasciata Americana, dove un gruppo ristretto di persone si è diretta, scontrandosi con le forze dell'ordine per volgere l'attenzione anche alla "questione Iraq". La processione è lunga, si è poi saputo circa 100000 persone, le richieste tante, la carica e la forza di volontà forte. Alla fine, davanti al Colosseo, ci si ferma, si continua ancora a far sentire la propria voce, a voler essere ascoltati, fin verso le 18:30.
La giornata è finita, il "campo di battaglia" sgombro, i "combattenti" fanno ritorno alle proprie case, al treno, stanchi, a pezzi, ma soddisfatti, con una sensazione strana di felicità, pur sapendo che forse, in fondo, tanti sforzi verranno appena considerati.
All'arrivo del treno, le ultime energie sono spese per correre a conquistarsi la carrozza (all'andata i corridoi erano un accampamento di corpi assonnati); per fortuna il numero di vagoni a disposizione è aumentato, alcuni di Rifondazione, altri dei Sindacati.
Accasciati sui sedili, la mente, i pensieri tornano a Roma, che già si deve salutare, si rivive la tensione elettrica della manifestazione, si immaginano possibili conseguenze, si ricostruisce una giornata all'insegna della "lotta" per le idee, giuste o
sbagliate, in cui si crede, una giornata lunga, ma che sembra, nella sua unicità, un sogno.

Francesca

 
 
 
- Si, ci sono anch’io! Dove ci troviamo?-
-Ragazzi- disse il rappresentante di classe- domani ci troveremo, davanti alla scuola alle otto; mi raccomando, siate puntuali...
- Ma io non vengo... non posso...non mi interessa...- lagnò Elisa.
- Ma hai paura che i professori si arrabbino con te? Mih, smettila.- le risposi seccamente. Poi mi rivolsi al resto della classe per capire chi sarebbe venuto il giorno seguente. Saremo partiti in dodici.
Intanto il professore di matematica e di fisica era già entrato e tentava di tranquillizzare i nostri animi invitando al silenzio, quando Gianluca (questo è il nome del nostro rappresentante di classe) domandò al professore se il giorno seguente alla manifestazione ci sarebbero stati sia degli insegnanti che degli alunni.
- Si ragazzi, ci sarò anch’io. Dovrete portare i manganelli, se no ce le pigliamo anche questa volta- scherzò il professore (ricordando la carica dei poliziotti in occasione della manifestazione studentesca del 31 ottobre) fingendo di non ridere.
- Professore io porto il bandierone di Rifondazione, così cammineremo avvolti dalla testa ai piedi- promise Gianluca.
La lezione era ormai cominciata. Il solito interrogato alla lavagna, le continue domande di Elisa che non riusciva a seguire per dieci minuti senza interrompere la spiegazione, il monotono brusio di Davide che assomigliava al ronzio di un calabrone e io che tentavo di tenere gli occhi aperti sentendo ripetere le stesse nozioni da tutti gli interrogati.
La porta si aprì ed ecco entrare la rappresentante di istituto. Sfogliò qualche pagina come se stesse cercando degli appunti e finalmente disse: - Volevo avvisarvi che se volete partecipare alla manifestazione a Roma il biglietto per il treno costa soltanto diecimila lire, e chi fosse interessato mi contatti- e infine ci salutò. La notizia fu accolta da un lungo brusio sul quale tuonava il vocione di Gabriele e di Paolo che si domandarono contemporaneamente di andare alla manifestazione. Poi mi domandarono se potessi andare con loro ma alla fine, un po' per gli impegni e un po' per il consenso dei genitori questo sogno svanì.
Mi svegliai il mattino seguente pensando: "Oh, che bello oggi niente scuola si va alla manifestazione".
Ci ritrovammo davanti al liceo; eravamo soltanto in tredici ragazzi mentre molti altri erano stati a casa o erano entrati a scuola.
Giungemmo in piazza Arbarello verso le 9 e mezza. Ci guardammo intorno increduli perché non c'erano molte persone. Tra studenti e professori saremmo stati un migliaio. Poi ho capito che il numero dei manifestanti era così basso poiché molti sarebbero andati al corteo di Roma.
Questa manifestazione è durata non più di due ore e sinceramente non è stata una delle migliori.
Si sono ribaditi gli stessi motivi: contro la parità tra scuole private e scuole pubbliche, contro il rincaro dei libri di testo e contro il nuovo esame di maturità.
Ho partecipato a tutte le manifestazioni studentesche di quest’anno ma, sentendo il telegiornale, che è il mezzo di comunicazione più seguito, ho potuto constatare molte volte che esse vengono presentate sottolineando più il disagio cittadino che i validi motivi. Ad esempio il telegiornale le presenta spesso così: "Manifestazione studentesca a Torino, disagi in città". Sembra quasi che non vengano più ascoltate dai ministri. Bisogna trovare nuovi modi per protestare ed essere ascoltati.
Forza ragazzi diamoci da fare!!

Daniele

 
 
BISOGNA EDUCARE I PICCOLI ALLA DIVERSITA'
 
In considerazione dell'atto di razzismo verificatosi a Roma, in cui una bambina ebrea è stata costretta a lasciare la propria scuola media, dopo essere stata schernita dai propri compagni per la propria etnia, mi è sembrato interessante presentare un'intervista al neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea ( da "La Repubblica" del 18-10-98).
Sembra che il razzismo non sia un fenomeno in calo, professore. Lei cosa ne pensa?
"Penso che quando ci si imbatte in episodi del genere, non bisogna farsi prendere la mano ed occorre vedere i casi uno alla volta. L'intolleranza verso il diverso, il razzismo vero, quando c'è e si esprime a scuola con la voce ed i comportamenti dei bambini, non mi fa pensare a tendenze generali, ma a brutte disattenzioni degli educatori scolastici. "
Non centra anche la famiglia con il razzismo che i bambini rielaborano fuori casa?
"Certo, ma credo che l'errore che si commette con i bambini sia quello di non prepararli sul terreno del loro incontro con le diversità, facendo loro capire prima che la gente non va giudicata dal colore delle pelle, che gli ebrei non sono da eliminare, che i disabili hanno il diritto di vivere insieme agli altri, ecc."
Ma chi sono i bambini che rischiano di esser razzisti?
"Tutti quelli che vengono sottoposti (specie dai mass-media) all'enfatizzazione del problema dell'arrivo nel nostro paese di profughi in fuga dalla fame e dalla povertà. Episodi che suscitano commenti in famiglia e possono suggerire sentimenti di solidarietà, di indifferenza, di ostilità. Se poi nelle case non esiste alcun filtro, né alcuna possibilità dialettica rispetto ad un punto di vista, ecco il rischio per i bambini."
E allora?
"Allora ecco che si torna alla scuola, in quel luogo di incontro fra piccoli ed adulti educatori, che si confrontano con le intelligenze dei futuri cittadini, ma anche con i loro bagagli familiari. Il fatto è che sempre più spesso si ha l'impressione di avere a che fare con insegnanti nel senso tecnico didattico del termine, piuttosto che educatori veri e propri, in grado di orientare le giovani coscienze verso i modelli di convivenza che la maggior parte della gente auspica.

Simona

 
 
L'INTERVISTA IMMAGINARIA: ERNESTO "CHE" GUEVARA
 
Chiara: Ebbene si , dopo tante ricerche sono riuscita a incontrare Ernesto Guevara e a chiedergli un'intervista. Devo dire che ero, e sono tuttora, molto emozionata ad intervistare per la prima volta in vita mia un rivoluzionario come il Che, di cui avevo sentito parlare fin da piccola. L'ho incontrato durante un mio viaggio a L'Havana, vicino al monumento a lui dedicato, abbiamo chiacchierato un po' ed ecco cosa ne è uscito.
…dove sei nato?
Che: Sono nato a Rosario de la Fè, il 14 giugno 1928.
C: Chi erano i tuoi genitori?
Che: Mio padre Ernesto era ingegnere. Mia madre Celia era una donna colta, grande lettrice, soprattutto di autori francesi.
C: Parlami un po' della tua infanzia.
Che: Quando ero piccolo, incominciai ad interessarmi agli autori di mia madre e molto spesso passavo molte ore in camera a leggere. Un mattino del 1930, mia madre mi portò a fare un bagno al fiume. Alcuni giorni dopo mi ammalai di polmonite e cominciai a soffrire di attacchi d'asma.
Io e la mia famiglia allora incominciammo a trasferirci di continuo in cerca di un clima più salubre per me ed alla fine ci stabilimmo nei pressi di Cordoba, ai piedi della Cordigliere delle Ande. In quei luoghi incominciai ad uscire dalla mia casa e, anche se avevo l'asma, a fare sport e a giocare con i piccoli Indios della zona.
Stando con loro mi accorsi della disparità che c'era fra gli Indios e noi bianchi; mi indignavano anche le condizioni di povertà dei miei amici: nelle loro case vivevano fino a dieci persone in un'unica stanza e per proteggersi dal freddo i miei amici si infilavano fogli di giornale sotto i vestiti a brandelli. Per questi motivi portavo a casa mia molti amici Indios e la trasformai nella "casa del pueblo" cioè la casa del popolo.
Quando ebbi quattordici anni decisi di giocare a rugby. Chiesi al fratello di un mio compagno di collegio di iniziarmi a questo sport. Questo ragazzo si chiamava Alberto Granado. Questa mia scelta sconvolse molto i miei genitori: non solo perché avevo scelto uno sport molto violento per combattere le mie debolezze fisiche, ma anche perché bisognava accompagnarmi con un antiasmatico a portata di mano. Oltre al rugby, mi piaceva praticare il nuoto, la pelota basca, l'atletica, il tennis ed il golf. Quando non praticavo sport giocavo a scacchi e leggevo libri di scrittori francesi. Fin da giovane incominciai a comporre poesie; a 17 anni iniziai ascrivere un diario che avrei continuato per tutta la vita. Quando ebbi 19 anni decisi di dedicarmi al prossimo e diventare così medico.
C: Cosa ti ha spinto a visitare l'America centrale e meridionale assieme al tuo amico Alberto?
Che: Mi affascinava l'idea di viaggiare e di conoscere le civiltà pre-colombiane. In questi viaggi ho vissuto a contatto con persone ammalate e povere ed ho capito quanto sia per loro importante avere un po' di aiuto da parte degli altri.
C: Che, cosa ti ha spinto a combattere per la causa di Cuba e della Bolivia?
Che: Durante i viaggi che ho fatto non sopportavo l'idea di vedere persone oppresse dai regimi e mi sono chiesto dentro di me perché non agivo: invece di essere solo uno spettatore delle ingiustizie decisi di impegnarmi in prima persona contro di esse.
L'incontro più significativo della mia vita, che mi avrebbe poi cambiato in profondità, fu quello con dei rifugiati di Cuba che si trovava sotto un regime dittatoriale instaurato da Batista.
C: Perché tu, che sei argentino, non sei rimasto nel tuo paese ma hai voluto combattere al di fuori del tuo stato?
Che: Dentro di me c'era un sentimento molto combattivo e non sarei riuscito a restarmene con le mani in mano senza agire, sapendo che a pochi chilometri da me, dalla mia situazione di benessere c'era gente che moriva e soffriva sotto regimi oppressivi.
C: Secondo te, come mai la rivoluzione è riuscita a coinvolgere la popolazione di Cuba?
Che: Io credo che la popolazione fosse stanca ed esasperata da questo regime, anche se non capivano molto di politica. E' stato il nostro gruppo di guerriglieri, i "barbutos", che hanno fatto conoscere alle persone la realtà di questo regime. Abbiamo diffuso attraverso la radio che la rivoluzione era vicina e quindi molte persone si unirono a noi ribellandosi a Batista.
C:Ti saresti aspettato che dopo la tua morte così tante persone si sarebbero ispirati a te?
Che: Dopo la mia morte credo di essere diventato quasi un simbolo per tutti i giovani dagli anni '70 in poi. Mi è dispiaciuto parecchio però che negli anni '90 la mia vita ed il mio messaggio siano stati dimenticati dai giovani che indossano invece magliette con il mio volto ed i miei pensieri solo per eseguire una moda. Mi auguro che le persone che hanno conosciuto la mia storia non mi dimentichino e riescano a parlare di me e dei miei compagni di lotta anche alle generazioni future.
C: Con questa sua frase conclusi la mia intervista. Lo salutai con una stretta al cuore perché sapevo che non l'avrei più rivisto.
Mentre ci salutavamo gli mormorai: " Hasta la victoria, siempre, Comandante Che Guevara!".

Chiara

 
 
AMA TE STESSO
 
Impara ad amare te stesso,
così potrai amare la vita.
Un bambino abbandonato
è una vita spezzata
è un cuore
in lacrime.
L'affetto
è per sempre.
Valentina
 
 
COMMENTO AL FILM "SALVATE IL SOLDATO RYAN"
 
Molti miei amici avevano già visto questo film prima di me: chi ne era entusiasta, che ne era restato sconcertato, che era rimasto indifferente. Colte tutte le opinioni e forse spinta dalla grande pubblicità ho deciso di andare a vedere il film "Salvate il soldato Ryan".
Il film si è aperto con mezz'ora di guerra angosciante; dopo questo duro, ma reale, inizio ha cominciato ha delinearsene la trama. E' la storia dello sbarco in Normandia delle milizie americane avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale. In questo teatro di guerra si
intrecciano fatti legati al salvataggio di un soldato, il quale aveva perso in battaglia i suoi fratelli. A questo punto vengono impiegati otto soldati di altre divisioni che fanno di tutto per evitare alla madre dei quattro ragazzi la perdita così atroce dell'ultimo dei suoi figli. Una domanda spesso ci si poneva durante la visione del film: perché rischiare la vita degli otto uomini per salvarne uno solo?
Era strano vedere come l'esperienza di guerra unisca in modo così violento le vite dei singoli soldati: ad esempio il capo del gruppo che ricercava il soldato (rappresentato da Tom Hanks), era un insegnante di letteratura, che di guerra se ne intendeva poco; altri come lui erano colti da attacchi di follia nelle sparatorie; altri ancora avevano paura di uccidere.
Il film fa proprio capire come singoli individui, strappati, rubati alle loro piacevoli vite, alle loro professioni, alle loro famiglie, siano costretti a combattere, ad uccidere loro "simili"; viene dunque inteso il nemico non come un'entità estranea, bensì come uomo, come fratello, trovando inutile ed insensata la guerra.
Uscita dalla sala ero davvero colpita! Non tanto per le scene crude che appaiono, ma perché meditavo sul fatto che tutto ciò è successo! Non si parla di cento, duecento anni fa, bensì cinquanta, solo cinquanta anni fa. Ci si chiede come siano potuti accadere simili fatti e si cerca di evitarli, ma evidentemente non si fa ancora abbastanza.

Giulia

 
 
RABBIA
 
Vorrei capire perché nel mondo miliardi di persone vivono nella miseria, figli di un sistema senza pietà che sfrutta, dissangua e fa "terra bruciata" intorno a sé, tutto per i bisogni produttivi che non possono permettere l'arresto della grande macchina dello sfruttamento. Il sistema passa su tutto e tutti: bambini, uomini e donne, sfruttati per il benessere che poi non è reale neanche da noi: operai costretti a fare turni straordinari pazzeschi, diritti che si devono comprare a cambiali, partiti politici che sono usciti dalla vita quotidiana di ognuno ed ognuna di noi, minoranze schiacciate da un nuovo razzismo crescente, che si insinua in noi, nel nostro modo di vivere, nelle nostre espressioni e nelle nostre abitudini.
Diventiamo macchine che servono solo a produrre nuove macchine per contribuire alla ricchezza di un sistema che fa comodo a pochi. Duecento venticinque persone posseggono ciò che due miliardi e mezzo di persone guadagnano in un anno. E allora, signori ricchi e benpensanti, non ci sto! Non voglio fare retorica, né politica; mi limito solamente a guardarmi intorno e a scegliere secondo la mia coscienza, cosa difficile da usare ultimamente, perché annebbiata da chi dirige il sistema, che la reputa troppo pericolosa, e da chi vorrebbe una società di pecore che seguano il pastore.
Queste righe le ho scritte con la rabbia di chi non ce la fa più a sopportare un mondo senza senso come questo.

Matteo

 
 
RICORDANDO FABRIZIO DE ANDRE', POETA DEI "CATTIVI"
 
"Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Questa frase, tratta dalla canzone "Via del campo", riassume la filosofia di vita di De Andrè, un cantautore da sempre schierato dalla parte delle prostitute, degli emarginati, dei ladri e degli assassini, di quel ceto sociale cioè considerato da tutti "dei cattivi".
Andandosene, ci ha lasciato un patrimonio di un'infinità di canzoni popolate da puttane, condannati a morte, transessuali, soldati pacifisti, drogati e popoli sterminati, appartenenti a tutte le epoche storiche, dal Medioevo ad oggi; la straordinaria capacità del Cantastorie genovese stava proprio nel saper scavare fino in fondo all'animo di questi "diversi", mettendo a nudo i loro sentimenti più profondi e la loro disperazione. E il suo linguaggio, come la sua musica, estremamente poetico ma anche quotidiano, ispirato alle ballate dei giullari medioevali, raggiunge e colpisce il cuore di chi lo ascolta, commuovendo e suscitando un forte sentimento di solidarietà nei confronti del personaggio cantato.
Ogni volta che scriveva una nuova canzone, stupiti ci chiedevamo come potesse continuare ad esprimere concetti nuovi quando, credevamo, avesse già scritto tutto. Ciò dimostra quanto ricca di ideali e di passioni fosse la sua anima che ora, sicuramente, non potrà più stupirci, ma che si mostrerà ancora, fino alla fine dei tempi, ogni volta che qualcuno canterà una sua canzone.

Simone

 
 
Durante la sua vita De Andrè ha anche ripreso dei brani della Bibbia commentandoli e criticandoli; ad esempio ne "Il testamento di Tito" analizza ogni singolo comandamento secondo il punto di vista di un ladrone condannato a morte…
Non avrai altro Dio all'infuori di me, spesso mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall'est dicevan che in fondo era uguale. Credevano ad un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male, credevano ad un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male.
Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano. Con un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena ed il suo nome: ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano.
Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone: quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore.
Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi di schiavi e dei loro padroni senza finire legati agli altari sgozzati come animali. Senza finire legati agli altari sgozzati come animali.
Il quinto dice non devi rubare e forse io l'ho rispettato vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato: ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio. Ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio.
Non commettere atti che non siano puri cioè non disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l'ami così sarai uomo di fede: poi la voglia svanisce e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore: ma non ho creato dolore.
Il settimo dice non ammazzare se del cielo vuoi essere degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno: guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non muore di meno. Guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non muore di meno.
Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo. Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono: ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore. Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore.
Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la sposa. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa: nei letti degli altri già caldi d'amore non ho provato dolore. L'invidia di ieri non è già finita: stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore.