Se si prova a girare per le strade di una città qualunque
in un qualsiasi paese del mondo a chiedere alla gente un parere
sui bombardamenti americani in Iraq, il 90% degli intervistati
risponderà che sono crudeli e che dovrebbero cessare il
più presto possibile. Lo stesso Presidente americano Clinton
è stato eletto promettendo a tutti quanti di effettuare
numerosi tagli all'industria bellica per destinare i soldi a
progetti sociali. Ma allora come ci spieghiamo questa assurda
decisione?
Secondo le fonti del quotidiano comunista "Il manifesto",
il fatto che Clinton non solo finanzi l'industria bellica ma
che promuova anche queste iniziative militari contro l'Iraq,
potrebbe essere strettamente collegato con lo scandalo a sfondo
sessuale del Presidente americano e con il conseguente processo
iniziato in questi giorni, che deciderà se Clinton potrà
restare in carica o meno . Infatti sembra che Clinton abbia proposto
di stanziare 100 miliardi di dollari per cinque anni agli imprenditori
dell'industria della morte in cambio di un loro voto contro l'impeachment,
voto importante, dato che questi rappresentano le industrie più
grandi d'America.
Con questi fondi vengono costruite centinaia di bombe, missili,
ecc. che però è logico debbano essere venduti,
distrutti e rifabbricati, per consentire ai capitalisti di guadagnare
sempre di più e quindi di cedere più volentieri
il loro voto a Bill. Tutto ciò conferma l'ipotesi di una
guerra non più con scopi politici, di dominio e di controllo
di risorse materiali e strategiche, ma con un semplice motivo
economico: chi fabbrica le armi deve poterle vendere e quindi
pubblicizzarle; e quale pubblicità è migliore di
una guerra, in cui tutto il mondo osserva le armi in azione e
valuta bene il loro potenziale distruttivo?
Questo spiega anche il fatto che negli ultimi anni si continua
a passare da una guerra all'altra, a partire dalla guerra del
Golfo nel 1991, ed è un chiaro esempio delle enormi lacune
del sistema di mercato, perché, anche se non quotidiani,
le armi sono prodotti esattamente come i vestiti e le TV. Pertanto
rispettano la legge della domanda e dell'offerta in cui chi domanda
è alla continua ricerca di comfort ed efficienza, chi
offre alla continua ricerca di denaro e potere, non pensando
però che dietro a questo giro ci sono molto spesso intere
popolazioni straziate e calpestate.
Simone
MANIFESTAZIONI STUDENTESCHE
In questi ultimi mesi gli studenti delle scuole pubbliche
medie superiori e universitari sono scesi molte volte in piazza
per ribadire i propri diritti che troppo spesso rimangono solo
lettere scritte e non vengono realmente applicati.
Ma cosa vogliamo noi studenti?
Noi contestiamo la riforma Berlinguer nella sua totalità
e siamo contro:
-LA NUOVA MATURITA', su cui non si hanno ancora notizie precise
e che rende incontrollabile da parte dello Stato l'assegnazione
dei diplomi nelle scuole private (in cui spesso essi si vendono).
-LA PARITA' SCOLASTICA, per mezzo della quale si vogliono finanziare
gli istituti privati quando quelli pubblici cadono a pezzi, violando
la Costituzione.
-L'AUTONOMIA SCOLASTICA, che renderebbe le scuole delle aziende
ed i presidi dei manager, con una conseguente commercializzazione
della cultura.
-LA RIFORMA DEI CICLI, che stravolgerebbe l'attuale sistema scolastico,
minacciando 50.000 posti di lavoro ed obbligando i bambini di
12-13 anni a decidere sul proprio futuro.
-IL NUMERO CHIUSO NELLE UNIVERSITA' ED IL CREDITO FORMATIVO,
che pregiudicano il diritto allo studio per tutti.
-LA REPRESSIONE che polizia e stampa stanno facendo nei confronti
della lotta studentesca.
-UNA SCUOLA CONFESSIONALE E DI CLASSE, con una conseguente cultura
clericale ed antidialettica.
I comitati studenteschi propongono e pretendono:
-INVESTIMENTI MASSICCI PER LA SCUOLA PUBBLICA.
-TRASPORTI, LIBRI E MENSE GRATUITI.
-INNALZAMENTO DELL'OBBLIGO SCOLASTICO A 18 ANNI
-PIU' PARTECIPAZIONI DEGLI STUDENTI NEI CONSIGLI D'ISTITUTO.
-MIGLIORI CONDIZIONI LAVORATIVE, CONTRATTUALI E SINDACALI PER
GLI INSEGNANTI E GLI OPERATORI
-UNA SCUOLA E UNA FORMAZIONE FUNZIONALE AGLI STUDENTI E NON SOLO
A CHI COMANDA ED AI SUOI "BISOGNI PRODUTTIVI"
-MAGGIORI SPAZI DI SOCIALITA' NELLE SCUOLE.
-CHE I NOSTRI BISOGNI SIANO L'UNICA PIATTAFORMA.
-UNA SCUOLA PUBBLICA, LAICA E PLURALISTA.
-UNA CULTURA DIALETTICA ED AL DI FUORI DEL SISTEMA DEL PENSIERO
UNICO
-UNA RIDUZIONE DELLE TASSE UNIVERSITARIE.
Per questo noi studenti continueremo a combattere per far sentire
la nostra voce e perché fino a quando le scuole superiori
si comporteranno come delle imprese e gli allievi saranno trattati
come dei clienti, incitati a non apprendere ma a consumare, sarà
utile e salutare ricordare che l'educazione appartiene alla creazione
ed alla formazione dell'uomo e della donna, non alla produzione
di merci.
Matteo
Un giorno di inizio dicembre, circolano voci di corridoio
su una mobilitazione generale, che dimostri , una volta per tutte,
le idee degli studenti circa la tanto discussa proposta del Governo.
Alla fine compare un volantino: "Manifestazione nazionale
a Roma il 19 dicembre" è la scritta che subito salta
agli occhi. Poi continua con i motivi che già hanno ispirato
diverse dimostrazioni studentesche, per la giornata di mobilitazione
nazionale: contro i finanziamenti alle scuole private, contro
i tagli di risorse per la formazione pubblica, contro l'autonomia
scolastica intesa come aziendalizzazione, contro la disinformazione
sul nuovo Esame di Stato, per il diritto allo studio.
Così, appuntamento alla stazione la sera di venerdì
18, partenza finalmente per Roma, dopo essersi uniti agli studenti
di tutto il circondario, ed un viaggio "spettacolare"
in treno, in attesa di una giornata carica di tensione, aspettative,
preparativi.
7:30 del mattino: Roma Termini, ci siamo, una massa di ragazzi
scende dalle carrozze, si disperde per le vie della città,
in attesa delle 15:00 del pomeriggio: l'appuntamento è
in piazza della Repubblica, prima un mattino a disposizione per
correre da una parte all'altra di una fantastica città
da conoscere.
La piazza è piena di gente, striscioni si alzano qua e
là, un vociare sempre crescente, voci al megafono, musica,
volantini a più non posso, di critica, di informazione,
politici, anarchici, comunisti. Siamo semplici studenti indignati,
universitari, collettivi studenteschi, UDS, giovani impegnati
politicamente, genitori, insegnanti, gente da ogni regione (insieme
a quelli di Messina, da Torino vantiamo forse il primato del
tragitto percorso più lungo per farci sentire!), tutti
in attesa di iniziare.
E poi si inizia a camminare, in testa al corteo gli studenti,
poca la polizia ai lati, pochi gli atti di violenza, se si esclude
l'episodio dell'Ambasciata Americana, dove un gruppo ristretto
di persone si è diretta, scontrandosi con le forze dell'ordine
per volgere l'attenzione anche alla "questione Iraq".
La processione è lunga, si è poi saputo circa 100000
persone, le richieste tante, la carica e la forza di volontà
forte. Alla fine, davanti al Colosseo, ci si ferma, si continua
ancora a far sentire la propria voce, a voler essere ascoltati,
fin verso le 18:30.
La giornata è finita, il "campo di battaglia"
sgombro, i "combattenti" fanno ritorno alle proprie
case, al treno, stanchi, a pezzi, ma soddisfatti, con una sensazione
strana di felicità, pur sapendo che forse, in fondo, tanti
sforzi verranno appena considerati.
All'arrivo del treno, le ultime energie sono spese per correre
a conquistarsi la carrozza (all'andata i corridoi erano un accampamento
di corpi assonnati); per fortuna il numero di vagoni a disposizione
è aumentato, alcuni di Rifondazione, altri dei Sindacati.
Accasciati sui sedili, la mente, i pensieri tornano a Roma, che
già si deve salutare, si rivive la tensione elettrica
della manifestazione, si immaginano possibili conseguenze, si
ricostruisce una giornata all'insegna della "lotta"
per le idee, giuste o
sbagliate, in cui si crede, una giornata lunga, ma che sembra,
nella sua unicità, un sogno.
Francesca
- Si, ci sono anchio! Dove ci troviamo?-
-Ragazzi- disse il rappresentante di classe- domani ci troveremo,
davanti alla scuola alle otto; mi raccomando, siate puntuali...
- Ma io non vengo... non posso...non mi interessa...- lagnò
Elisa.
- Ma hai paura che i professori si arrabbino con te? Mih, smettila.-
le risposi seccamente. Poi mi rivolsi al resto della classe per
capire chi sarebbe venuto il giorno seguente. Saremo partiti
in dodici.
Intanto il professore di matematica e di fisica era già
entrato e tentava di tranquillizzare i nostri animi invitando
al silenzio, quando Gianluca (questo è il nome del nostro
rappresentante di classe) domandò al professore se il
giorno seguente alla manifestazione ci sarebbero stati sia degli
insegnanti che degli alunni.
- Si ragazzi, ci sarò anchio. Dovrete portare i
manganelli, se no ce le pigliamo anche questa volta- scherzò
il professore (ricordando la carica dei poliziotti in occasione
della manifestazione studentesca del 31 ottobre) fingendo di
non ridere.
- Professore io porto il bandierone di Rifondazione, così
cammineremo avvolti dalla testa ai piedi- promise Gianluca.
La lezione era ormai cominciata. Il solito interrogato alla lavagna,
le continue domande di Elisa che non riusciva a seguire per dieci
minuti senza interrompere la spiegazione, il monotono brusio
di Davide che assomigliava al ronzio di un calabrone e io che
tentavo di tenere gli occhi aperti sentendo ripetere le stesse
nozioni da tutti gli interrogati.
La porta si aprì ed ecco entrare la rappresentante di
istituto. Sfogliò qualche pagina come se stesse cercando
degli appunti e finalmente disse: - Volevo avvisarvi che se volete
partecipare alla manifestazione a Roma il biglietto per il treno
costa soltanto diecimila lire, e chi fosse interessato mi contatti-
e infine ci salutò. La notizia fu accolta da un lungo
brusio sul quale tuonava il vocione di Gabriele e di Paolo che
si domandarono contemporaneamente di andare alla manifestazione.
Poi mi domandarono se potessi andare con loro ma alla fine, un
po' per gli impegni e un po' per il consenso dei genitori questo
sogno svanì.
Mi svegliai il mattino seguente pensando: "Oh, che bello
oggi niente scuola si va alla manifestazione".
Ci ritrovammo davanti al liceo; eravamo soltanto in tredici ragazzi
mentre molti altri erano stati a casa o erano entrati a scuola.
Giungemmo in piazza Arbarello verso le 9 e mezza. Ci guardammo
intorno increduli perché non c'erano molte persone. Tra
studenti e professori saremmo stati un migliaio. Poi ho capito
che il numero dei manifestanti era così basso poiché
molti sarebbero andati al corteo di Roma.
Questa manifestazione è durata non più di due ore
e sinceramente non è stata una delle migliori.
Si sono ribaditi gli stessi motivi: contro la parità tra
scuole private e scuole pubbliche, contro il rincaro dei libri
di testo e contro il nuovo esame di maturità.
Ho partecipato a tutte le manifestazioni studentesche di questanno
ma, sentendo il telegiornale, che è il mezzo di comunicazione
più seguito, ho potuto constatare molte volte che esse
vengono presentate sottolineando più il disagio cittadino
che i validi motivi. Ad esempio il telegiornale le presenta spesso
così: "Manifestazione studentesca a Torino, disagi
in città". Sembra quasi che non vengano più
ascoltate dai ministri. Bisogna trovare nuovi modi per protestare
ed essere ascoltati.
Forza ragazzi diamoci da fare!!
Daniele
BISOGNA EDUCARE I PICCOLI
ALLA DIVERSITA'
In considerazione dell'atto di razzismo verificatosi a Roma,
in cui una bambina ebrea è stata costretta a lasciare
la propria scuola media, dopo essere stata schernita dai propri
compagni per la propria etnia, mi è sembrato interessante
presentare un'intervista al neuropsichiatra infantile Giovanni
Bollea ( da "La Repubblica" del 18-10-98). Sembra che il razzismo non sia un fenomeno in calo, professore.
Lei cosa ne pensa?
"Penso che quando ci si imbatte in episodi del genere, non
bisogna farsi prendere la mano ed occorre vedere i casi uno alla
volta. L'intolleranza verso il diverso, il razzismo vero, quando
c'è e si esprime a scuola con la voce ed i comportamenti
dei bambini, non mi fa pensare a tendenze generali, ma a brutte
disattenzioni degli educatori scolastici. " Non centra anche la famiglia con il razzismo che i bambini
rielaborano fuori casa?
"Certo, ma credo che l'errore che si commette con i bambini
sia quello di non prepararli sul terreno del loro incontro con
le diversità, facendo loro capire prima che la gente non
va giudicata dal colore delle pelle, che gli ebrei non sono da
eliminare, che i disabili hanno il diritto di vivere insieme
agli altri, ecc." Ma chi sono i bambini che rischiano di esser razzisti?
"Tutti quelli che vengono sottoposti (specie dai mass-media)
all'enfatizzazione del problema dell'arrivo nel nostro paese
di profughi in fuga dalla fame e dalla povertà. Episodi
che suscitano commenti in famiglia e possono suggerire sentimenti
di solidarietà, di indifferenza, di ostilità. Se
poi nelle case non esiste alcun filtro, né alcuna possibilità
dialettica rispetto ad un punto di vista, ecco il rischio per
i bambini." E allora?
"Allora ecco che si torna alla scuola, in quel luogo di
incontro fra piccoli ed adulti educatori, che si confrontano
con le intelligenze dei futuri cittadini, ma anche con i loro
bagagli familiari. Il fatto è che sempre più spesso
si ha l'impressione di avere a che fare con insegnanti nel senso
tecnico didattico del termine, piuttosto che educatori veri e
propri, in grado di orientare le giovani coscienze verso i modelli
di convivenza che la maggior parte della gente auspica.
Simona
L'INTERVISTA IMMAGINARIA:
ERNESTO "CHE" GUEVARA
Chiara: Ebbene si , dopo tante ricerche sono riuscita
a incontrare Ernesto Guevara e a chiedergli un'intervista. Devo
dire che ero, e sono tuttora, molto emozionata ad intervistare
per la prima volta in vita mia un rivoluzionario come il Che,
di cui avevo sentito parlare fin da piccola. L'ho incontrato
durante un mio viaggio a L'Havana, vicino al monumento a lui
dedicato, abbiamo chiacchierato un po' ed ecco cosa ne è
uscito.
dove sei nato? Che: Sono nato a Rosario de la Fè, il 14 giugno
1928. C: Chi erano i tuoi genitori? Che: Mio padre Ernesto era ingegnere. Mia madre Celia
era una donna colta, grande lettrice, soprattutto di autori francesi.
C: Parlami un po' della tua infanzia. Che: Quando ero piccolo, incominciai ad interessarmi agli
autori di mia madre e molto spesso passavo molte ore in camera
a leggere. Un mattino del 1930, mia madre mi portò a fare
un bagno al fiume. Alcuni giorni dopo mi ammalai di polmonite
e cominciai a soffrire di attacchi d'asma.
Io e la mia famiglia allora incominciammo a trasferirci di continuo
in cerca di un clima più salubre per me ed alla fine ci
stabilimmo nei pressi di Cordoba, ai piedi della Cordigliere
delle Ande. In quei luoghi incominciai ad uscire dalla mia casa
e, anche se avevo l'asma, a fare sport e a giocare con i piccoli
Indios della zona.
Stando con loro mi accorsi della disparità che c'era fra
gli Indios e noi bianchi; mi indignavano anche le condizioni
di povertà dei miei amici: nelle loro case vivevano fino
a dieci persone in un'unica stanza e per proteggersi dal freddo
i miei amici si infilavano fogli di giornale sotto i vestiti
a brandelli. Per questi motivi portavo a casa mia molti amici
Indios e la trasformai nella "casa del pueblo" cioè
la casa del popolo.
Quando ebbi quattordici anni decisi di giocare a rugby. Chiesi
al fratello di un mio compagno di collegio di iniziarmi a questo
sport. Questo ragazzo si chiamava Alberto Granado. Questa mia
scelta sconvolse molto i miei genitori: non solo perché
avevo scelto uno sport molto violento per combattere le mie debolezze
fisiche, ma anche perché bisognava accompagnarmi con un
antiasmatico a portata di mano. Oltre al rugby, mi piaceva praticare
il nuoto, la pelota basca, l'atletica, il tennis ed il golf.
Quando non praticavo sport giocavo a scacchi e leggevo libri
di scrittori francesi. Fin da giovane incominciai a comporre
poesie; a 17 anni iniziai ascrivere un diario che avrei continuato
per tutta la vita. Quando ebbi 19 anni decisi di dedicarmi al
prossimo e diventare così medico. C: Cosa ti ha spinto a visitare l'America centrale e meridionale
assieme al tuo amico Alberto? Che: Mi affascinava l'idea di viaggiare e di conoscere
le civiltà pre-colombiane. In questi viaggi ho vissuto
a contatto con persone ammalate e povere ed ho capito quanto
sia per loro importante avere un po' di aiuto da parte degli
altri. C: Che, cosa ti ha spinto a combattere per la causa di
Cuba e della Bolivia? Che: Durante i viaggi che ho fatto non sopportavo l'idea
di vedere persone oppresse dai regimi e mi sono chiesto dentro
di me perché non agivo: invece di essere solo uno spettatore
delle ingiustizie decisi di impegnarmi in prima persona contro
di esse.
L'incontro più significativo della mia vita, che mi avrebbe
poi cambiato in profondità, fu quello con dei rifugiati
di Cuba che si trovava sotto un regime dittatoriale instaurato
da Batista. C: Perché tu, che sei argentino, non sei rimasto
nel tuo paese ma hai voluto combattere al di fuori del tuo stato?
Che: Dentro di me c'era un sentimento molto combattivo
e non sarei riuscito a restarmene con le mani in mano senza agire,
sapendo che a pochi chilometri da me, dalla mia situazione di
benessere c'era gente che moriva e soffriva sotto regimi oppressivi.
C: Secondo te, come mai la rivoluzione è riuscita
a coinvolgere la popolazione di Cuba? Che: Io credo che la popolazione fosse stanca ed esasperata
da questo regime, anche se non capivano molto di politica. E'
stato il nostro gruppo di guerriglieri, i "barbutos",
che hanno fatto conoscere alle persone la realtà di questo
regime. Abbiamo diffuso attraverso la radio che la rivoluzione
era vicina e quindi molte persone si unirono a noi ribellandosi
a Batista. C:Ti saresti aspettato che dopo la tua morte così
tante persone si sarebbero ispirati a te? Che: Dopo la mia morte credo di essere diventato quasi
un simbolo per tutti i giovani dagli anni '70 in poi. Mi è
dispiaciuto parecchio però che negli anni '90 la mia vita
ed il mio messaggio siano stati dimenticati dai giovani che indossano
invece magliette con il mio volto ed i miei pensieri solo per
eseguire una moda. Mi auguro che le persone che hanno conosciuto
la mia storia non mi dimentichino e riescano a parlare di me
e dei miei compagni di lotta anche alle generazioni future. C: Con questa sua frase conclusi la mia intervista. Lo
salutai con una stretta al cuore perché sapevo che non
l'avrei più rivisto.
Mentre ci salutavamo gli mormorai: " Hasta la victoria,
siempre, Comandante Che Guevara!".
Chiara
AMA TE STESSO
Impara ad amare te stesso,
così potrai amare la vita.
Un bambino abbandonato
è una vita spezzata
è un cuore
in lacrime.
L'affetto
è per sempre.
Valentina
COMMENTO AL FILM "SALVATE
IL SOLDATO RYAN"
Molti miei amici avevano già visto questo film prima
di me: chi ne era entusiasta, che ne era restato sconcertato,
che era rimasto indifferente. Colte tutte le opinioni e forse
spinta dalla grande pubblicità ho deciso di andare a vedere
il film "Salvate il soldato Ryan".
Il film si è aperto con mezz'ora di guerra angosciante;
dopo questo duro, ma reale, inizio ha cominciato ha delinearsene
la trama. E' la storia dello sbarco in Normandia delle milizie
americane avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale. In questo
teatro di guerra si
intrecciano fatti legati al salvataggio di un soldato, il quale
aveva perso in battaglia i suoi fratelli. A questo punto vengono
impiegati otto soldati di altre divisioni che fanno di tutto
per evitare alla madre dei quattro ragazzi la perdita così
atroce dell'ultimo dei suoi figli. Una domanda spesso ci si poneva
durante la visione del film: perché rischiare la vita
degli otto uomini per salvarne uno solo?
Era strano vedere come l'esperienza di guerra unisca in modo
così violento le vite dei singoli soldati: ad esempio
il capo del gruppo che ricercava il soldato (rappresentato da
Tom Hanks), era un insegnante di letteratura, che di guerra se
ne intendeva poco; altri come lui erano colti da attacchi di
follia nelle sparatorie; altri ancora avevano paura di uccidere.
Il film fa proprio capire come singoli individui, strappati,
rubati alle loro piacevoli vite, alle loro professioni, alle
loro famiglie, siano costretti a combattere, ad uccidere loro
"simili"; viene dunque inteso il nemico non come un'entità
estranea, bensì come uomo, come fratello, trovando inutile
ed insensata la guerra.
Uscita dalla sala ero davvero colpita! Non tanto per le scene
crude che appaiono, ma perché meditavo sul fatto che tutto
ciò è successo! Non si parla di cento, duecento
anni fa, bensì cinquanta, solo cinquanta anni fa. Ci si
chiede come siano potuti accadere simili fatti e si cerca di
evitarli, ma evidentemente non si fa ancora abbastanza.
Giulia
RABBIA
Vorrei capire perché nel mondo miliardi di persone
vivono nella miseria, figli di un sistema senza pietà
che sfrutta, dissangua e fa "terra bruciata" intorno
a sé, tutto per i bisogni produttivi che non possono permettere
l'arresto della grande macchina dello sfruttamento. Il sistema
passa su tutto e tutti: bambini, uomini e donne, sfruttati per
il benessere che poi non è reale neanche da noi: operai
costretti a fare turni straordinari pazzeschi, diritti che si
devono comprare a cambiali, partiti politici che sono usciti
dalla vita quotidiana di ognuno ed ognuna di noi, minoranze schiacciate
da un nuovo razzismo crescente, che si insinua in noi, nel nostro
modo di vivere, nelle nostre espressioni e nelle nostre abitudini.
Diventiamo macchine che servono solo a produrre nuove macchine
per contribuire alla ricchezza di un sistema che fa comodo a
pochi. Duecento venticinque persone posseggono ciò che
due miliardi e mezzo di persone guadagnano in un anno. E allora,
signori ricchi e benpensanti, non ci sto! Non voglio fare retorica,
né politica; mi limito solamente a guardarmi intorno e
a scegliere secondo la mia coscienza, cosa difficile da usare
ultimamente, perché annebbiata da chi dirige il sistema,
che la reputa troppo pericolosa, e da chi vorrebbe una società
di pecore che seguano il pastore.
Queste righe le ho scritte con la rabbia di chi non ce la fa
più a sopportare un mondo senza senso come questo.
Matteo
RICORDANDO FABRIZIO
DE ANDRE', POETA DEI "CATTIVI"
"Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i
fior". Questa frase, tratta dalla canzone "Via del
campo", riassume la filosofia di vita di De Andrè,
un cantautore da sempre schierato dalla parte delle prostitute,
degli emarginati, dei ladri e degli assassini, di quel ceto sociale
cioè considerato da tutti "dei cattivi".
Andandosene, ci ha lasciato un patrimonio di un'infinità
di canzoni popolate da puttane, condannati a morte, transessuali,
soldati pacifisti, drogati e popoli sterminati, appartenenti
a tutte le epoche storiche, dal Medioevo ad oggi; la straordinaria
capacità del Cantastorie genovese stava proprio nel saper
scavare fino in fondo all'animo di questi "diversi",
mettendo a nudo i loro sentimenti più profondi e la loro
disperazione. E il suo linguaggio, come la sua musica, estremamente
poetico ma anche quotidiano, ispirato alle ballate dei giullari
medioevali, raggiunge e colpisce il cuore di chi lo ascolta,
commuovendo e suscitando un forte sentimento di solidarietà
nei confronti del personaggio cantato.
Ogni volta che scriveva una nuova canzone, stupiti ci chiedevamo
come potesse continuare ad esprimere concetti nuovi quando, credevamo,
avesse già scritto tutto. Ciò dimostra quanto ricca
di ideali e di passioni fosse la sua anima che ora, sicuramente,
non potrà più stupirci, ma che si mostrerà
ancora, fino alla fine dei tempi, ogni volta che qualcuno canterà
una sua canzone.
Simone
Durante la sua vita De Andrè ha anche ripreso dei
brani della Bibbia commentandoli e criticandoli; ad esempio ne
"Il testamento di Tito" analizza ogni singolo comandamento
secondo il punto di vista di un ladrone condannato a morte
Non avrai altro Dioall'infuori di me, spesso
mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall'est dicevan che
in fondo era uguale. Credevano ad un altro diverso da te e non
mi hanno fatto del male, credevano ad un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano. Con
un coltello piantato nel fianco gridai la mia pena ed il suo
nome: ma forse era stanco, forse troppo occupato, e non ascoltò
il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero
lo nominai invano.
Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi
un boccone: quando a mio padre si fermò il cuore non ho
provato dolore. Quando a mio padre si fermò il cuore non
ho provato dolore.
Ricorda di santificare le feste. Facile per noi ladroni entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni senza finire legati agli altari
sgozzati come animali. Senza finire legati agli altari sgozzati
come animali.
Il quinto dice non devi rubare e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie di quelli
che avevan rubato: ma io, senza legge, rubai in nome mio, quegli
altri nel nome di Dio. Ma io senza legge rubai in nome mio, quegli
altri nel nome di Dio.
Non commettere atti che non siano puri cioè non
disperdere il seme. Feconda una donna ogni volta che l'ami così
sarai uomo di fede: poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame. Io, forse, ho confuso il piacere e
l'amore: ma non ho creato dolore.
Il settimo dice non ammazzare se del cielo vuoi essere
degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata
nel legno: guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non
muore di meno. Guardate la fine di quel nazareno, e un ladro
non muore di meno. Non dire falsa testimonianza e aiutali ad uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore e no, non ne provo dolore.
Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la
sposa. Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna
e qualcosa: nei letti degli altri già caldi d'amore non
ho provato dolore. L'invidia di ieri non è già
finita: stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore
dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare
altre notti: io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo
dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho
imparato l'amore.