gennaio 2001 - anno 3, n° 4

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PROVIAMOCI !
 
Eccoci qui, di nuovo a scrivere, di nuovo noi, con le nostre idee, i nostri dubbi, le nostre speranze. Proprio in un periodo in cui sembra che i giornali che criticano la realtà in cui viviamo debbano fare una brutta fine, vogliamo riproporci come giornale libero, in cui vengano riproposte le nostre idee, quelle di una parte del mondo giovanile, che non si rassegna, che non prende tutto come oro colato ma che discute, cerca di capire, ci prova.
Per fare questo però abbiamo bisogno anche del vostro aiuto, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e che eventualmente contribuisca con articoli, pensieri, poesie…
Vogliamo provarci?
Proviamoci !
 
Pinerolo, 23 dicembre 2000

La redazione

 

 

PENSIERO NATALIZIO
 
Che triste fine hai fatto, Gesù: appeso maestoso sulla tua croce dorata in ogni chiesa cattolica del mondo. Che strano: hai il capo chino, modesto, che rispecchia l’uomo umile che sei stato e nello stesso tempo svetti su tutti noi e sei al centro dell’attenzione, rivestito d’oro, grande, il Re dei Re. Eppure non era questo che volevi, non è vero?
Tu eri povero, com’è che adesso sei ricoperto d’oro? Tu stavi coi deboli, ma come fai ad aiutarli inchiodato come sei lassù, sul tuo trono maestoso? Sei ipocrita, come un uomo che finga umiltà per farsi lodare dagli altri.
Certo, lo so che non l’hai deciso tu.
Sono stati altri a rappresentarti così, su una statua, come Napoleone o Garibaldi. Sono le stesse persone che hanno tappezzato d’oro le mura della casa del Signore per onorare la sua gloria, non pensando che l’avrebbero onorata meglio usando quell’oro per costruire case ai senzatetto e per dare da mangiare agli affamati. Sono le stesse persone che sbarrano premurosi le porte delle chiese la notte, quando invece (soprattutto nei mesi invernali) sarebbe più utile se restassero aperte per chi non ha dove andare, per chi muore di freddo e di fame. Sono le stesse persone che ti hanno sistemato al vertice di una piramide gerarchica che tu stesso hai sempre odiato e che, semmai, ti vedeva sull’ultimo gradino.
Papa, cardinale, sacerdote, prete, parroco, dal più importante al meno, dal più ricco al più povero, da chi impartisce gli ordini a chi li esegue: un esercito organizzato e perfettamente operativo. Ma non si era detto che di fronte a Dio siamo tutti uguali?
Che è al povero che appartiene il Regno dei Cieli?
Che dobbiamo seguire la parola del Signore e non quella di un suo sottufficiale vecchio, malato e schifosamente ricco?
Chissà quanto stai soffrendo, amico mio, nel vedere come gli uomini e le donne (ma soprattutto gli uomini) pretendano di seguire ciò che tu avevi cercato di insegnare. Umiltà, condivisione, fratellanza, tutti valori che i tuoi seguaci hanno distrutto, uno dopo l'altro, pur sostenendo ostinatamente di averli seguiti.
Gesù, tu parlavi alla gente, a tutta la gente. Perché mai allora le tue parole adesso possono leggerle ed interpretarle solo gli ecclesiastici? Cosa significa: che sono speciali, che Dio li avrebbe scelti e distinti da tutti gli altri? Ma non abbiamo appena detto che siamo tutti uguali di fronte a Lui?
Gesù, più ti guardo da quaggiù e più capisco che il volto sofferente che mostri non l'ha scolpito nessuno scultore: esprime la tua reale tristezza nel sentirti immobile, impotente, inutile su questa croce imponente dal momento che nessuno può capire il tuo messaggio guardandoti dal basso verso l'alto.
Ti farei scendere, se potessi, perché la tua angoscia appartiene anche a me. Ti prenderei per mano e ti guiderei attraverso il mondo a parlare con le persone, faccia a faccia, le persone che fino ad ora ti hanno lodato come un sovrano e che ogni anno ricordano la tua nascita dimostrando di non aver capito nulla di ciò che dicevi.
Parlerebbero con te e capirebbero che i rituali della festa natalizia (consumismo e spreco compresi) stonano molto con i messaggi di semplicità e sobrietà di cui ti facevi portavoce. E scoprirebbero anche che tu non sei stato altro che un uomo con una fede enorme, un uomo con valori profondi, un uomo dal cuore grande, un uomo.
Ti farei scendere, anche se so che quand'anche tu scendessi dal tuo trono la gente s'inchinerebbe ai tuoi piedi e piangendo griderebbe: "Miracolo!", e nel trambusto generale nessuno farebbe attenzione alle tue parole. Ti farei scendere comunque perché ti voglio bene e so che tu non ti senti a tuo agio, lassù, dove crudelmente ti hanno piazzato.

Simone

 
 
SCHEDA: IL POPOLO SAHARAWI
 
Il popolo Saharawi viveva in una striscia di terra (Sahara Occidentale) che si affaccia sull’Oceano Atlantico, tra il Marocco e la Mauritania. Alla fine della dominazione spagnola, nel 1975, i Saharawi hanno subito l’aggressione di questi due paesi. Parte della popolazione ha trovato rifugio nel deserto algerino. Dopo anni di guerra la Mauritania ha rinunciato, mentre il Marocco, attratto dai ricchi giacimenti di fosfati e dalle coste molto pescose, non intende mollare, nonostante l’opera di mediazione dell’ONU. In tutti questi anni i Saharawi hanno vissuto in un arido deserto soprattutto grazie agli aiuti ed alla solidarietà dei popoli. Hanno organizzato le loro tendopoli ad immagine delle città abbandonate e con la stessa determinazione con la quale hanno sfidato il deserto desiderano tornare nelle loro terre.
 
La storia
 
Metà secolo XV - Gli spagnoli si insediano sulle coste pescose del Rio de Oro (l'attuale Sahara Occidentale), ma non colonizzano l'interno, anche per la resistenza opposta dalle tribù di berberi-arabi.
1884/1885 - Con la Conferenza di Berlino viene riconosciuta la sovranità spagnola sul Rio de Oro: sovranità tutta teorica perché non vi erano state ancora esplorazioni sistematiche della regione.
Inizio 1900 - Gli spagnoli cominciano effettivamente ad occuparsi del Sahara, sollecitati dall'avanzata francese nel sud algerino (1900-1905), in Mauritania (1905-1911) ed in Marocco (1910-1912).
1934 - Gli spagnoli occupano l'interno per snidare la neonata resistenza araba alla colonizzazione francese nel Nord Africa
1956 - Il Marocco diventa indipendente dalla Francia e inizia a rivendicare il Sahara Occidentale su inesistenti basi storiche. Il partito nazionalista Istiqlal (Indipendenza) vuole per il Marocco il "Grande Maghreb".
1957 - Si rafforza il dominio spagnolo nel Sahara Occidentale mentre il vento della decolonizzazione spira ovunque.
1958 - Operazione militare congiunta franco-spagnola per sedare i neonati gruppi di lotta saharawi.
1966- Tutte le parti in gioco (Marocco, Mauritania, Spagna), spinte dall'assemblea dell'ONU, riconoscono formalmente il diritto saharawi all'autodeterminazione. Ma è un bluff: nulla cambia.
1970 - Manifestazione popolare nella città di El Aiun contro il progetto di annessione.
1973 - Il 10 maggio viene fondato il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione di Saghia-el-Hamra e Rio de Oro), il cui manifesto è quello di combattere fino all'indipendenza del popolo saharawi e al riconoscimento della sua sovranità sulla propria terra. Il 20 maggio inizia la lotta armata.
1975 - Il 16 ottobre, la Corte di Giustizia dell'Aia, riconoscendo il diritto del popolo Saharawi all'autodeterminazione, respinge la pretese di Marocco e Mauritania di annettere il Sahara Occidentale. Il 6 novembre, il re del Marocco, Hassan II, organizza la cosiddetta "Marcia Verde" per riaffermare i diritti del proprio paese sul suo "Sud naturale": in quel giorno, circa 350 mila volontari passano a piedi la frontiera fra il Marocco e il territorio del Sahara, per rivendicarne il possesso. La Spagna cede definitivamente il territorio del Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. Questi invadono il territorio Saharawi contrastati dalla resistenza del Fronte Polisario; una parte della popolazione civile, per sfuggire al genocidio, si rifugia nel deserto algerino, in prossimità di Tindouf
1976 - L'ONU condanna l'occupazione del Sahara occidentale, ma senza alcun intervento concreto. Il 26 febbraio, la Spagna, temendo le ripercussioni della rivoluzione portoghese dei garofani, si ritira definitivamente dal Sahara Occidentale. Il giorno 27 febbraio viene proclamata dal Fronte Polisario la Repubblica araba saharawi democratica, "Rasd", riconosciuta dall'Organizzazione per l'Unità Africana e da vari stati latinoamericani e asiatici. Segue l'invasione militare marocco-mauritana, con un oceanico esodo dei profughi verso il deserto algerino.
1978- La Spagna riconosce ufficialmente il fronte Polisario.
1979 - Il 5 agosto la Mauritania, a seguito di un golpe militare, rinuncia al conflitto e firma la pace con il Polisario e abbandona il Sahara Occidentale. Il Marocco raddoppia quindi il proprio sforzo bellico ed invade anche la parte meridionale del Sahara Occidentale. Nello stesso anno, il Re del Marocco firma la Carta per i Diritti dell'Uomo.
1982 - La Rasd è ammessa quale cinquantunesimo stato membro dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana) e il Marocco, per protesta, se ne dissocia.
1985 - Il Marocco si dichiara disponibile ad affrontare un referendum per l’indipendenza del Saharawi, confidando sul fatto che ormai la popolazione presente nei territori rivendicati è costituita in buona parte da coloni marocchini; è quasi ultimata la costruzione di un muro lungo 2500 km, realizzato dal Marocco a difesa dei territori occupati.
1988 - Risoluzione ONU 621/88 e seguenti: viene istituita la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale) e stabilito un piano di pace.
1989 - Il Parlamento Europeo adotta una risoluzione a favore dell'autodeterminazione e dell'indipendenza del Popolo Saharawi.
1991 - Dopo 15 anni di combattimenti, l'ONU ottiene il cessate il fuoco tra Marocco e Polisario e, insieme all'OUA, elabora un piano di pace che prevede l'indizione di un referendum di autodeterminazione. La MINURSO ha il compito di far rispettare il cessate il fuoco e di preparare il referendum (fissato per il gennaio 1992 da eseguirsi secondo le liste del censimento spagnolo del 1974). Bombardamenti marocchini nelle zone liberate prima del cessate il fuoco (6 settembre). Il 4 ottobre il Marocco organizza una seconda Marcia Verde alla quale prendono parte 155.000 coloni Marocchini, portando a 7 a 1 il rapporto tra Marocchini e Saharawi.
1992 - Il 15 gennaio il Parlamento Europeo nega la concessione di nuovi aiuti al Marocco fin quando non adempirà alle risoluzioni dell'ONU.
1994 - Inizio delle operazioni di identificazione degli elettori: il Marocco esige che vengano ammessi al voto anche i suoi coloni.
1996 - Il Consiglio di sicurezza ordina la sospensione ufficiale delle identificazione e riduce drasticamente gli effettivi della MINURSO.
1997 – I colloqui di Houston rilanciano nuovamente il referendum sotto il patrocinio dell’Onu e dell’Oua (Organizzazione degli Stati Africani), ma l’appuntamento viene rimandato continuamente.
2000 - L'occupazione continua. Il referendum viene continuamente posticipato.
 
Aspetti etnici e sociali
 
Il popolo Saharawi deriva dalla fusione di tribù berbere e beduine autoctone e di elementi arabo-yemeniti arrivati nel Magreb fino al 1300.
La lingua parlata è l'hassanya, dialetto arabo tipico di molte popolazioni del Magreb. Viene impartito anche l'insegnamento della lingua spagnola, a conferma di utilizzare positivamente l'eredità coloniale.
La religione del popolo saharawi è islamica, vissuta in maniera tollerante e ben lontana da ogni fondamentalismo. La famiglia e la donna sono la vera struttura della società Saharawi. A causa della lunga assenza degli uomini impegnati in una sanguinosa lotta di liberazione che è durata quasi vent'anni, il ruolo della donna è cresciuto, non solo per quanto attiene alla maternità ma anche per la funzione di unica educatrice dei figli. Molte sono le donne inserite attivamente nell'amministrazione delle tendopoli.
 
Le vittime del conflitto
 
La resistenza e la lotta per l'indipendenza hanno provocato un elevato numero di perdite, militari e civili, tra i Saharawi. L'esercito invasore (meglio armato e molto più numeroso) ha spesso fatto uso di bombe al napalm, al fosforo e a frammentazione.
Dai rapporti di Amnesty International si hanno resoconti agghiaccianti delle torture a cui sono sottoposti, nelle zone occupate, i Saharawi sospettati di essere attivi sostenitori dell'indipendenza del Sahara Occidentale. I Saharawi non detengono alcun diritto politico e civile e il semplice sospettato può essere recluso o addirittura sparire nelle prigioni segrete di sua maestà Hassan II re del Marocco. I nomi sinistri dei bagni penali di Tazmamaret e Khalat-M'Gouna rievocano tristi ricordi in chi vi è stato torturato o vi ha visto sparire familiari ed amici. Il numero dei desaparecidos saharawi, purtroppo destinato ad aumentare, è stimato in molte centinaia. A questi tragici dati dobbiamo aggiungere tutte le vittime indirette dell'invasione, generalmente anziani e bambini sopraffatti dalle malattie, dalla fame, dalla stanchezza e dalle terribili difficoltà dell'esodo e dell'esilio.
Ma esistono altri disperati di questa guerra dimenticata, sono i militari marocchini, caduti per difendere una terra che non è la loro; sono le migliaia di prigionieri in mano al Fronte Polisario e dei quali il Regno del Marocco non vuol riconoscere l'esistenza considerandoli disertori. Emblematico è il caso di 200 prigionieri marocchini liberati, nel 1989 dal Fronte, senza porre alcuna condizione, come gesto di buona volontà per favorire le prime difficili trattative di pace, ma rifiutati dal Marocco in quanto la loro accoglienza avrebbe significato il riconoscimento dell'esistenza del "problema saharawi" che, all’interno del paese, re Hassan II ha sempre rifiutato di accettare. Per un suddito di sua maestà la questione del Sahara Occidentale non deve "ufficialmente" esistere. Una beffa per chi ha perso la libertà proprio per difendere il potere di chi, adesso, ne disconosce 1'esistenza.
 
La situazione attuale
 
Dal 1975 circa 300.000 Saharawi vivono in campi profughi nel deserto algerino, in prossimità di Tindouf dove, nonostante le terribili condizioni ambientali, sono stati scavati pozzi e sono state avviate coltivazioni ed allevamenti. I prodotti che i Saharawi ne ricavano sono appena sufficienti ad integrare l'alimentazione dei bambini e degli anziani, ma la sopravvivenza di questo popolo è strettamente legata all'invio di aiuti umanitari da parte delle nazioni europee. Le scuole e gli ospedali costruiti in pieno deserto Algerino testimoniano la determinazione e la voglia di vivere dei Saharawi ed allo stesso tempo garantiscono un livello di istruzione che stupisce se si considerano le enormi difficoltà logistiche ed economiche con cui questo popolo deve quotidianamente misurarsi. All'interno dei campi non circola denaro in quanto beni e servizi sono distribuiti secondo le necessità. Tutti partecipano coscientemente allo sforzo comune per costruire il nuovo paese.
La parte della popolazione che vent'anni fa non riuscì a fuggire e che è rimasta nei territori occupati dal Marocco è quella che più ha subito gli effetti dell'invasione. Dai rapporti di Amnesty International il numero di "desaparecidos" viene stimato in molte centinaia.
Per quanto riguarda la situazione politica, la tregua, salvo alcune violazioni da parte marocchina, è stata rispettata, ma il referendum continua ad essere rinviato. Infatti il piano di pace prevede che chi non risulta censito possa presentare ricorso scritto alla MINURSO. Sfortunatamente il testo dell’accordo ha tralasciato di specificare chiaramente che i ricorsi possono essere presentati solo da saharawi. Questo vizio di forma, ovviamente non casuale, ha consentito al Marocco di presentare una lista elettorale aggiuntiva includendovi i coloni marocchini insediati nel Sahara Occidentale. La MINURSO ha valutato che sarebbero necessari molti anni per vagliare tutti i ricorsi caso per caso, come stabilito dal piano di pace. Essa non è in grado di svolgere la sua missione nel Sahara Occidentale perché palesemente ostacolata dalle truppe marocchine e perché non è sufficientemente sostenuta politicamente e logisticamente dalla stessa ONU. In queste condizioni non si vede come e quando il referendum possa essere svolto, a meno di una significativa svolta politica internazionale senza la quale si corre il rischio di un imminente ritorno alle armi. Il Governo Italiano, in disprezzo alla posizione del Parlamento Europeo, prosegue il suo programma di ingenti aiuti, anche militari, nei riguardi del Marocco, complice il silenzio dei grandi mezzi d'informazione.
In Italia, e in molti altri Paesi, sono sorte Associazioni e Comitati di solidarietà che operano grandi sforzi, sia in termini di sostegno materiale, con l’invio di generi alimentari, medicinali e vestiario, sia in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. La solidarietà internazionale permette anche la formazione universitaria di giovani saharawi.
 
Il problema del popolo saharawi è simile a quello di altri popoli sulla terra. Ma presenta alcune singolarità. Il popolo saharawi, infatti:
- si è ribellato per ultimo al colonialismo occidentale ed ha condotto un guerra di liberazione esclusivamente sul proprio territorio, in difesa dall'aggressione dei paesi confinanti;
- non ha ottenuto la sovranità sul proprio territorio alla fine della dominazione coloniale, contrariamente a quanto è avvenuto per le altre ex-colonie;
- è alla ricerca di una soluzione pacifica e legalitaria del proprio problema: ne è prova il rifiuto del terrorismo quale arma di propaganda;
- ha dato prova di grande forza morale e unità sociale rendendo vivibili ed organizzati i campi nel deserto, nonostante le incredibili difficoltà logistiche e climatiche;
- non si è affidato solamente alla solidarietà internazionale (peraltro modesta), ma ha saputo reagire fieramente, organizzando una rete diplomatica capillare che ha portato ovunque la sua immagine e la sua causa.
 
Tutto questo gli è valso l'attenzione, l'ammirazione e la cooperazione di tutti quanti sono venuti a conoscenza della sua causa, ma ciò nonostante, e in disprezzo delle risoluzioni ONU e OUA, il suo territorio è in mano al Marocco.
 
Per maggiori informazioni
 
http://www.arso.org - Associazione di sostegno per un referendum libero e regolare nel Sahara occidentale
http://www.arso.org/sps - Sahara Press Service
http://pareto.copin.it/alawda - Associazione di solidarietà con il popolo saharawi "Al Awda"
http://www.ouverture.it/saharawi - Coordinamento regionale della Toscana di solidarietà col popolo Saharawi
 
Scheda realizzata consultando i siti:
http://www.peacelink.it/kalama
http://imago.tin.it/ferraris/polisar
http://digilander.iol.it/trovatomarco/SAHARAWI.htm

a cura di Chiara

 
 
(informazioni tratte dal Bollettino di informazione sulla causa saharawi, dell’associazione El Quali–Bologna,
dalla rassegna stampa spagnolasulla riunione di Berlino del 28 settembre 2000)
LIBERTA’ PER IL SAHARA OCCIDENTALE
 
E' questo il motto degli abitanti di questa zona, che lottano per l'indipendenza dal Marocco. E' una guerra ormai dimenticata da tutti tranne che da loro, che chiedono un referendum per avere l'indipendenza.
 
Ma il Marocco esclude la possibilità di un referendum per sancire l’indipendenza del Sahara occidentale e ufficialmente, per la prima volta, esprime l’intenzione di negoziare con il Fronte Polisario una soluzione che porti ad una certa autonomia della zona. Il Marocco ha proposto ufficialmente questa "terza via" poco dopo la conclusione prematura dei negoziati di Berlino con la mediazione del segretario generale dell'ONU. Il ministro degli affari esteri marocchino, ha infatti divulgato un comunicato che propone al Polisario negoziati diretti per cercare una soluzione pacifica ad un conflitto che dura ormai da 25 anni.
Il comunicato fa però anche intendere che il Marocco considera non conciliabili le differenze con il Fronte Polisario per quanto riguarda il censimento elettorale stilato nel 1991 e poi rimandato molte volte da allora. Ma la soluzione che il Marocco propone fa si che il Sahara occidentale rimanga comunque sotto la sovranità marocchina. Il Polisario ha allora avvertito l'ONU che in caso di non attuazione del referendum sarebbe ritornato all’uso delle armi.
Il rappresentante del Sahara alle Nazioni Unite, Anmed Bujuar, ha rifiutato la proposta del Marocco per una negoziazione diretta per definire un'ampia autonomia dei territori occupati dal Marocco: una soluzione di questo tipo vanificherebbe dieci anni di difficili mediazioni e riporterebbe il conflitto al punto di partenza. In seguito a questo comunicato, la lega spagnola per i diritti umani ha difeso il diritto all'indipendenza dei Saharawi ed ha denunciato l'apparente neutralità del governo spagnolo che, di fatto, commercia e vende armi al Marocco.
 
Alla fine di settembre, il Fronte Polisario e i rappresentanti marocchini si sono ritrovati a Berlino per trattare con la mediazione dell'ONU, ma questa trattativa è terminata senza risultati.
Durante l'incontro il Polisario ha ricevuto la proposta marocchina di negoziare faccia a faccia, e senza intermediari, una soluzione politica distinta dal referendum di autodeterminazione. Il ministro degli affari esteri del Marocco propone una negoziazione diretta per cercare una soluzione definita al conflitto del Sahara occidentale, ma i sahariani hanno rifiutato la proposta dicendo che si tratta di un nuovo stratagemma del Marocco, e che l'unica soluzione che accetteranno sarà il referendum. L’unica mediazione possibile con il Marocco sarà solo quella che si svolgerà sotto il controllo dell’ONU.
L’esasperazione delle parti è tale che si teme un ritorno alle armi.
Il comunicato del ministero degli affari esteri marocchino dichiara che qualunque negoziato dovrà comunque tener conto della sovranità nazionale e dell'integrità del territorio.
La riunione di Berlino, ultimo incontro di un processo che è iniziato nel ’91, doveva durare due giorni, ma si è interrotta dopo il primo perché secondo Brahim Gali, rappresentante del Polisario in Spagna e membro della delegazione, "una delle due parti non coopera". Gali accusa i marocchini di tenere una posizione "intransigente e ostruzionista" che impedisce di avanzare verso una soluzione e si è appellato alla comunità internazionale perché faccia pressione sul Marocco. Secondo il delegato, i Marocchini non hanno portato nessuna proposta costruttiva ai negoziati di Berlino rifiutandosi di discutere sulla questione dei ricorsi. La questione dei ricorsi riguarda 135.000 domande di Marocchini che chiedono di essere inseriti nel censimento degli aventi diritto al voto per il referendum.
Su questo problema Gali ha affermato che il Polisario ha già fatto molte concessioni e che ulteriori renderebbero il piano di pace poco chiaro.

Simona

 

 
IMMIGRATI "DIVERSI"

 

Il cardinale Biffi ha criticato l'Islamismo e gli Islamici, affermando che bisognerebbe non professare più questa religione in Italia perché, secondo lui, in primo luogo gli islamici si troverebbero "spaesati", visto che l'Italia è prevalentemente un paese cattolico, e, in secondo luogo, perché metterebbe in difficoltà i cattolici del nostro paese. In più, lui approva l'immigrazione, ma solo se di persone di religione cattolica.
Per un aspetto sono quasi d'accordo con lui, quando afferma che i musulmani potrebbero sentirsi esclusi dal resto del paese, ma dall'altro mi pare una bella scusa per eliminare dall'Italia una religione e delle idee troppo diverse dal popolare Cattolicesimo. E poi non ha senso approvare solo un "tipo" d'immigrati rispetto ad un altro. Sempre immigrati sono. E' un po' come la pasta: ci sono gli spaghetti e i fusilli. Per qualche aspetto sono diversi, ma sempre pasta sono.
In più la maggior parte degli immigrati è di una fede diversa da quella cattolica. E allora di queste persone che si fa? Le si rispedisce a casa, anche se sono venute per lo stesso motivo degli immigrati cattolici? Io, personalmente, non riuscirei mai a scegliere tra un tipo di immigrato e un altro, come dice lui.
Chi sono io (e chi è lui?) per giudicare se un tipo di persona va bene ed un'altra no, tra migliaia di immigrati che non hanno più niente, che spesso fuggono dalle guerra e dall’oppressione e che chiedono una casa ed un lavoro? Questo, in conclusione, mi fa pensare: non è che al cardinale Biffi dà fastidio il diverso? Se vogliamo proprio fare un mondo nel quale siamo tutti felici e dove ci vogliamo tutti quanti bene, bisognerà pur iniziare dalle piccole cose, no?
E poi, che diritto ha Biffi di criticare una religione? Che cosa ne può sapere lui di una religione di cui non fa parte e che quindi non può conoscere fino in fondo?

Elena

 
 
REVISIONISMO
 
Il presidente della regione Lazio, l'on. Storace, ha chiesto di poter istituire una commissione regionale di controllo sui libri di testo di storia, ritenendoli troppo "di sinistra".
Quest'accusa si basa sulla critica di libri che non trattano, secondo Storace, in modo abbastanza diffuso argomenti quali le foibe o le violenze del regime comunista, mentre altri argomenti, quali la Resistenza, venivano esaminati in modo troppo approfondito e di parte.
Si tratta di un revisionismo storico pericoloso, che ricorda i provvedimenti presi dal regime fascista durante il Ventennio. Nei libri di testo in uso in quel periodo tutto era pensato in funzione del regime e della sua propaganda. Nel libro di grammatica delle scuole elementari, ad esempio, nella parte relativa ai pronomi, comparivano frasi d'esercizio quali: "Il popolo intero ringrazi il Duce, (…) salva la Patria e la conduce alla vittoria". In una pagina del sussidiario dedicata al moto uniforme, metà della facciata era occupata da un'immagine di militari in parata che marciavano al passo dell'oca. L'immagine era commentata dalla frase: "militari in parata: un ottimo esempio di moto uniforme". Nei libri di matematica, lo spazio dedicato allo studio dei numeri romani era maggiore di quello dedicato alle operazioni.
La situazione non era migliore nei libri delle scuole superiori, nei quali fatti fondamentali, come la rivoluzione francese, non venivano contemplati poiché contrari alle idee del regime. Il sistema democratico veniva condannato come un metodo di governo ormai "decrepito", destinato a cadere sotto la spinta "vincente" dei regimi fascista e nazista. Nell'ambito della filosofia tutto il periodo illuminista, i pensatori socialisti e perfino alcuni classici greci avevano del tutto cessato di esistere.
Questo è stato uno dei più eclatanti casi di revisionismo storico, che sta però venendo superato dalla teoria, allucinante, che i campi di sterminio non siano mai esistiti.
Oltre a questo, nel momento in cui Storace accusa i libri di storia di eliminare alcuni fatti, non tiene conto di un concetto fondamentale: scrivere la storia impone di FARE DELLE SCELTE.
La storia da noi trattata è eurocentrica e qualunque comunità orientale potrebbe muovere pesanti critiche a tale posizione. Allo stesso modo argomenti determinati nella storia del nostro mondo, come la decolonizzazione del secondo dopoguerra, hanno nei libri di storia uno spazio minuscolo.
Scrivere storia impone lo scegliere: nessuno vieta agli intellettuali di destra di scrivere i loro libri; sarà poi il buon senso degli insegnanti a scegliere se adottarli oppure no.

Francesca

 

 

CULTURA
 
Cultura. Cosa vuol dire per noi questo termine? Cosa significa "fare cultura"? A parer mio questa "strana parola" vuol dire dibattito, dialogo, libero confronto tra posizioni diverse, per capire, per capirsi. Vuol dire crescere, perché se ognuno è partecipe dell'idea dell'altro, aumenta il suo bagaglio culturale, capisce cose che prima non riusciva ad afferrare, scopre che il diverso non è tutto "male", ma che da lui si può imparare a vivere, che con lui si possono fare nuove scoperte, che è necessario relazionarsi con gli altri per vivere realmente. La società è sempre "progredita" in questo modo. Dunque, questo è cultura, e questo è ciò che dovrebbe essere la scuola.
A scuola non si dovrebbe andare per imparare quattro nozioni che ti potrebbero servire solo nel lavoro o chissà quando, ma ci si dovrebbe abituare al dibattito critico, si dovrebbero ricevere gli strumenti per capire la realtà, il mondo in cui vivi, e che ti permettono realmente di vivere. Già, scuola come luogo di cultura. Sembra che ce lo si sia dimenticati, o che, ed è peggio, non ci si sia mai abituati a pensarlo.
Ora, cosa c’entra questo con le commissioni di revisione sui libri di testo o con la parità scolastica? Beh, innanzi tutto si potrebbe pensare a quale idea di cultura sia sott'intesa in queste leggi, e, cosa più importante, quale ruolo si dia alla scuola. Il fatto di porre un freno alla cultura, come si pensa di fare con i libri di testo, o di avvantaggiare un tipo di cultura di parte, come si sta facendo con le scuole private, fa parte di un'unica corrente di pensiero che tende a considerare la scuola in termini utilitaristici e come fabbrica di persone, piuttosto che come luogo di cultura.
Ora, personalmente, come studente mi ritengo ferito da questo tipo di pensiero e da chi ritiene gli studenti dei pecoroni che potrebbero essere confusi da testi faziosi. Ci si dimentica infatti, che ogni persona che studia ha un cervello e che è impossibile che possa essere indottrinata da un libro o da un professore. Semmai egli può modificare la propria opinione, perché si è accorto di cose a cui non aveva pensato. Questa è scuola, cosa ben diversa dall'indottrinamento. Chi ha paura della libera cultura è chi rifiuta la pluralità d'opinione e chi pensa che ci sia un'unica verità ed un unico credo.
Sinceramente mi dà fastidio il fatto che, specialmente da parte dei politici, si abbia sempre di più la tendenza a voler parlare per l'altro, senza sentire l'opinione della persona di cui si sta parlando. E così gli studenti sono facilmente influenzabili da idee faziose (mi si deve spiegare quali siano le idee non faziose), e nessuno si è degnato di interpellarli, gli studenti, coloro i quali vivono in prima persona la scuola e che realmente usufruiscono di questo sistema scolastico e coloro i quali domani andranno ad accrescere le file degli analfabeti di ritorno, "figli" di un sistema che considera la cultura in funzione dell'economia. In fondo è un sistema che funziona bene, a patto che non si rispetti la pluralità delle idee.
E piano piano lo stanno facendo passare questo discorso, magari camuffandolo con l'etichetta di "libertà di scegliere" (libri, scuola). Piano piano produrranno sempre più persone a forma di anello di una catena, belle ed incasellate nel loro piccolo posto, dal quale non potranno muoversi perché saranno state concepite per stare lì.

Matteo

 
 
IL CAMPO DI OTRANTO
 
L’estate scorsa alcuni/e ragazzi/e del Gruppo Giovani hanno partecipato ad una iniziativa che propone, da qualche anno, l’esperienza in un campo profughi pugliese: il campo di prima accoglienza "Don Tonino Bello" di Otranto. Si chiama "campo di prima accoglienza" perché è il primo luogo dove gli immigrati appena sbarcati sostano, dopo il loro terribile ed estenuante viaggio, per ripartire poi nuovamente verso altre destinazioni ove viene decisa la loro sorte: la permanenza in Italia e negli altri paesi europei oppure il tempestivo ritorno in patria.
Noi, Chiara, Christian, Valentina e Giulia, direttamente interessati/e, ci siamo trovati/e, a distanza di tempo, a parlare dell’esperienza che ci ha accomunati, ripercorrendo i momenti più significativi e raccogliendoli insieme per rendere partecipi anche voi che non avete avuto la nostra opportunità…
 
 
PER NOI I "PROFUGHI"
 
Valentina: "Ho sempre ascoltato le notizie al telegiornale che raccontano di persone costrette a fare un viaggio in condizioni pessime per poter arrivare in Italia, dove sperano di trovare una vita migliore, ma come sappiamo, la realtà è ben diversa. Di solito queste scene non c'impressionano più di tanto fino a che, come è capitato a noi, non ci si trova di fronte alla realtà."
Giulia: "I "profughi"…Fino a qualche mese fa erano per me, come credo per molte altre persone, un'entità pressoché sconosciuta di cui avevo un’idea piuttosto opaca e vaga. Solitamente, quando sentivo parlare di profughi, pensavo subito ai gommoni carichi di clandestini che dopo essere sbarcati sulle coste italiane si danno alla delinquenza."
 
 
I PROFUGHI AL DI LA’ DI CIO’ CHE TUTTI SANNO
 
Christian: "Io, personalmente, ho già avuto l’occasione di vivere questo tipo di esperienza e, rispetto all’anno precedente, questa volta c’è stato maggior contatto con i profughi; devo dire che inizialmente mi trovavo un po’ in difficoltà perché non sapevo bene come muovermi, ma poi ho visto che questa mia paura è andata via quando ho guardato negli occhi tutte quelle donne, quei bambini, e mi sono veramente reso conto della loro sofferenza."
Chiara: "Il primo giorno che sono andata al campo ero un po’ emozionata e avevo paura di non riuscire a farmi capire visto che la maggior parte non conosce l’italiano."
Giulia: "Mi sono resa conto di ciò che a prima vista può sembrare una banalità, e cioè che non c’è solo quello che vediamo alla televisione e quello che ci propongono gli altri mezzi di comunicazione. Queste persone sono "diverse" da noi non per questioni etniche, religiose o quant’altro bensì perché hanno avuto la sfortuna di vivere oggi in paesi con condizioni politico-sociali che non permettendo tolleranza, rispetto e coesistenza pacifica tra persone li hanno costretti a fuggire."
Valentina: "Sono persone disperate, senza soldi né vestiti… giovani madri che mettono al mondo bambini costretti a ripetere la stessa vita, bambini dagli occhi stanchi e tristi… Ero emozionata ma allo stesso tempo spaventata all’idea di vedere in viso persone più sfortunate di me, costrette a sopportare una vita fatta di miserie."
 
 
I COMPITI E I DOVERI AL CAMPO
 
Chiara: "Il nostro compito di volontari era quello di rifocillare i profughi appena arrivati e di permettere loro di lavarsi dando loro vestiti puliti e asciutti."
Valentina: " Noi volontari/e c’eravamo divisi/e in due gruppi e facevamo a turno. Il primo giorno abbiamo cambiato le lenzuola sporche delle grosse camerate dove dormivano i profughi e abbiamo disinfettato le docce; il secondo giorno dovevamo sistemare gli innumerevoli scatoloni suddividendo nei container l’abbigliamento in capi invernali, estivi, da uomo, da donna e da bambino; l’ultimo giorno è stato il più gioioso ed emozionante perché abbiamo fatto giocare i bambini tutti insieme."
 
 
ESPERIENZE CHE CI HANNO COLPITI/E
 
Giulia: " L’ultimo giorno le forze dell’ordine del campo ci hanno annunciato uno sbarco di circa una cinquantina di persone. Finalmente mi sarei chiarita le idee su chi erano i "profughi". Quel giorno, l’unico in cui arrivarono dei bambini, io stavo nel gruppo che si occupava di loro: mentre gli adulti si riunirono nella struttura principale i bambini vennero con noi fuori nella pineta.
Mi ricordo lo sguardo di una donna: sorridente, pieno di fiducia quando parlava con la sua piccina; poi me l’ha affidata, me l’ha lasciata in braccio guardandomi fissa negli occhi… si è voltata, si è diretta verso le altre madri ed è scoppiata in lacrime. Probabilmente tra loro non si conoscevano neppure, ma il forte abbraccio, di cuori che avevano le stesse pene, non lo lasciava intendere.
Intanto io avevo la bimba tra le braccia, cercavo di farla divertire distogliendola dal pensiero della situazione che stava vivendo, di cui non credo si rendesse conto, e tentavo di nasconderle la vista di sua madre. Ho in mente i suoi occhi: grandi, neri, sorridenti. Sembrava cercassero nei miei qualcosa che non aveva mai conosciuto… o forse ero io che scrutavo i suoi nella speranza di trovare qualcosa che mancava a me.
Quel giorno ci siamo fermati/e al campo per più di sei ore ed abbiamo lavorato parecchio, ognuno dando il meglio di sé; e io continuavo a pensare a quella bimba che avrà avuto sì e no sette anni."
Christian: "Durante la nostra permanenza là, ho potuto notare il loro comportamento ed ho visto tanta paura: mi è venuto da pensare se un giorno queste persone potranno mai riavere una vita con un po’ di gioia, avare una casa, un lavoro, una famiglia felice senza dover andare in giro con soltanto una busta di plastica nella quale c’è tutta la loro vita, le loro cose, i loro ricordi…"
Chiara: "Appena arrivati al centro, quello che mi ha colpita di più è stata la quantità di carabinieri, anche armati, che si aggirava sia fuori sia dentro l’edificio. Sono stata toccata dalla loro indifferenza, forse dettata dalla quotidianità di quegli eventi, nel vedere gli sbarcati: sembrava non conoscessero o ignorassero le condizioni che li avevano spinti a lasciare le proprie terre per sperare in un futuro migliore in Europa.
 
 
CHE COSA CI E’ RIMASTO NEL CUORE
 
Christian: "L’esperienza che abbiamo fatto la consiglierei a tutti perché è veramente arricchente. E’ difficile farsi capire quando si raccontano le proprie emozioni e non so se ci sono riuscito, ma è quello che rimane dentro che alla fine conta… a me è resta il pensiero che ogni volta che dovrò fare una spesa rifletterò se è veramente necessaria o se ne potrei fare a meno dando invece una mano a chi è meno fortunato di me."
Chiara: "Mi è rimasta impressa nel cuore soprattutto l’allegria che c’era negli occhi dei bambini, la loro voglia di sorridere nonostante il loro passato terribile."
Giulia: "Non so se sono in grado di trarre da questa esperienza qualcosa di razionale che non sia legato semplicemente alle emozioni che ho provato sul posto… so soltanto che ora, quando penso ai profughi, non vedo più una massa confusa e senza volto: vedo delle persone e penso che avrei potuto essere al loro posto…"

Valentina , Chiara, Christian, Giulia

 

 

SITUAZIONE IN SUDAN
 
Il Sudan è un territorio grande otto volte l'Italia ed è il più esteso paese dell'Africa; ha un P.I.L. bassissimo perché i suoi giacimenti di petrolio (una delle poche fonti di ricchezza) sono al centro di interessi di compagnie straniere di tutto il mondo, ma soprattutto perché il Sudan sta vivendo la più lunga guerra civile d'Africa: dal 1955 ad oggi, tenendo conto di una tregua negli anni '70. Dal 1983 è in corso la seconda fase del conflitto che contrappone il Governo centrale e le forze dell'esercito popolare di liberazione nazionale (SPLA), che cerca di destituire l'attuale regime musulmano integralista per realizzare uno stato libero, indipendente e laico. Lo SPLA è però anche responsabile della violazione dei diritti umani in molte zone dove si comporta più da conquistatore che da esercito di liberazione.
Il conflitto in corso è stato presentato più volte dal Governo di Khartoum come uno scontro tra il nord musulmano ed il sud, cristiano e animista. In realtà questa è una interpretazione fortemente semplicistica: infatti le cause sono principalmente economiche e politiche ed il conflitto in Sudan è soprattutto per i diritti umani. Questa guerra ha alimentato un sempre crescente commercio internazionale di armi, nonostante l'embargo decretato dall'ONU. Per di più in Sudan ci sono decine di centri di detenzione dove il regime rinchiude e tortura gli avversari politici: sindacalisti, giornalisti, docenti universitari, avvocati, attivisti e cristiani. Inoltre continua la tratta degli schiavi: migliaia, tra donne e bambini delle regioni meridionali, vengono catturati nei villaggi per essere venduti e impiegati nei campi o nei lavori domestici nella capitale.
All'inizio del1992 il regime deportò nel deserto oltre 400.000 sfollati che, in fuga dal Sud, erano andati ad accamparsi attorno a Khartoum. La situazione degli oltre tre milioni di sfollati dell'intero paese è rimasta gravissima a causa di una sistematica politica di discriminazione legislativa e cambio forzato dell'identità culturale attuata dal governo.
Sui Monti Nuba da oltre tredici anni si sta attuando un vero e proprio genocidio attraverso assalti e distruzione di villaggi, incendi di raccolti nei campi, furti di bestiame, stupri e rapimenti…e ancora torture, assassini, incarcerazioni arbitrarie.
I "campi della pace" sono luoghi dove vengono distribuiti viveri e vestiti. In cambio di ciò gli uomini sono costretti ad arruolarsi nell'esercito e a distruggere le loro comunità, mentre i bambini, separati dai genitori, vengono addestrati ad essere futuri guerrieri del regime. La regione dei Monti Nuba è ora completamente isolata per tenere lontani visitatori stranieri e per favorire la carestia.
Nonostante gli aiuti umanitari provenienti dalle più grande organizzazioni internazionali, il Sudan continua ad essere colpito da carestie, in cui migliaia di persone muoiono di fame. L'ultima di queste risale all'estate del 1998 dove oltre due milioni e mezzo di persone hanno rischiato lo sterminio per fame e siccità. Questa catastrofe umanitaria era però annunciata da tempo; nonostante ciò nessuno ha voluto intervenire per evitarla. La carestia è una conseguenza diretta del conflitto e le responsabilità sono di entrambi i fronti, cioè sia del governo di Kartoum sia della SPLA.
Nella guerra civile sudanese si intravedono alcuni segnali di speranza per raggiungere una pace duratura. Nonostante numerosi voltafaccia, promesse non mantenute, accuse reciproche, ci sono stati alcuni cambiamenti: il governo di Kartoum nel maggio del 1998 ha riconosciuto "il diritto all'autodeterminazione del popolo del Sudan Meridionale, che sarà esercitato attraverso un referendum". Inoltre dal gennaio ‘99 ci sono stati segnali di apertura verso un multipartitismo che permetterebbe alle fazioni armate di aprire un dialogo col governo.
Proprio per questi segnali, l'azione della società civile sudanese e internazionale devono diventare sempre più influenti, alla ricerca di una pace che, per essere duratura, deve basarsi sul rispetto dei diritti umani e deve affrontare i problemi del paese.

Veronica

 
 
CHIAPAS, TERRA
 
Correva l'anno 1492 quando una piccola flotta composta da tre vascelli spagnoli approdò per la prima volta sul suolo di un continente che verrà successivamente chiamato America. Da allora sono passati cinque secoli, colorati dal rosso del sangue delle popolazioni indigene sterminate. Tuttora la situazione non é cambiata, feroci dittatori hanno imperversato in tutta l'America latina durante gli ultimi cent'anni. La reazione alla violenza, alla tortura, agli omicidi, alla povertà ed allo sfruttamento é sorta spontanea dalla base della società: i più poveri, abbandonati e calpestati hanno alzato la testa e costruito dei progetti di cambiamento, una rivolta contro la violenza di stato. Questi gruppi, formati da contadini, abitanti di bidonvilles, disoccupati e intellettuali hanno lottato, e continuano a lottare, a lungo contro le dittature sostenute silenziosamente (armi, addestramento, aiuto tecnologico e di intelligenza) da governi occidentali in cambio della concessione allo sfruttamento delle risorse del paese. I nomi di queste organizzazioni sono, o sono stati, Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua, Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, Fronte Marti di Liberazione in Salvador, Tupac Amaru in Perù, ecc. Uno degli ultimi gruppi rivoluzionari a comparire sulla scena internazionale è stato l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sul suolo del Messico meridionale nella regione del Chiapas.
Da sempre il Messico ha cercato di integrare l’indio nella società nazionale, solo per esigere che rinunci ai suoi diritti e diventi un lavoratore agricolo dequalificato. I successivi governi hanno applaudito la cultura preispanica, rifiutando però di rispettare l’indio in carne ed ossa.
Uno dei meriti dell’Ezln è proprio quello di aver svegliato la coscienza indigena del Messico contemporaneo. La partenza è stata tuttavia dolorosa: nelle trattative di pace - da tempo impantanate per via della chiusura del governo - è in gioco il riconoscimento dell’autonomia e della personalità giuridica delle comunità indigene, quelli stessi per cui lottò e fu assassinato Emiliano Zapata nel 1919. Allora come oggi, la classe dominante si rifiuta di vedere e di sentire ed è disposta a tutto pur di conservare i propri privilegi, fatto che spiega, fra l’altro, la proliferazione di gruppi paramilitari.
In Messico la guerriglia è una delle espressioni sociali più profonde e costanti: la lotta armata non risale qui al 1994, ma almeno a tre decenni prima quando, sia nelle città che nelle campagne, nacquero numerosi gruppi clandestini. Negli anni ‘60 e ‘70 vi furono spietate campagne controinsurrezionali che non riuscirono però a distruggere completamente i nuclei guerriglieri. Duramente colpiti, questi ridussero le azioni militari, senza però smettere di esistere. L’Ezln appartiene ad una delle correnti sopravvissute ed è, in primo luogo, una guerriglia rurale con radici profonde nel territorio. Gli zapatisti non potrebbero esistere senza l’appoggio e la complicità delle reti profonde di organizzazione familiare, sociale ed economica che caratterizzano la vita dei contadini maya della regione. Una delle novità dell’Ezln è di essere il primo movimento guerrigliero nel Messico contemporaneo a conquistarsi uno spazio permanente nei mezzi di comunicazione nazionali ed esteri; inoltre esso ha fin dall’inizio "interpellato il mondo", esplorando nuovi metodi di fare politica e cercando un rapporto nuovo con la società civile.
In tutta l’America latina ci sono però anche altre guerriglie - che sono 37, secondo un recente rapporto del Pentagono - ed in particolare l’Ejército Popular Revolucionario, Epr, presente in varie regioni (fra cui anche il Chiapas) e forse più forte dell’Ezln, anche se meno agguerrito nell’uso della "parola". Il governo messicano oggi si appoggia sui militari più che sul vecchio e screditato Pri (Partido Revolucionario Institucional), al potere dagli anni trenta, e il numero dei soldati passa da 170 mila nel 1992 a 236 mila nel 1996. A ciò si aggiunge la nascita di un nuovo rapporto con l’apparato militare USA, un "Terzo vincolo"; tra il 1996 e il 1997, l’esercito messicano ha creato i GAFE (Gruppi Aeromobili di Forze Speciali) con 1800 elementi preparati dal Pentagono. I militari messicani hanno ricevuto addestramento nelle aree di mantenimento per operazioni speciali, operazioni anti-droga e come piloti. Un numero crescente di essi ha frequentato la famigerata School of the Americas, la scuola dei dittatori di Fort Benning da dove sono usciti i mostri sanguinari che negli anni scorsi hanno pianificato le guerre di sterminio in Argentina, Guatemala e El Salvador. Altri hanno invece studiato "guerra psicologica" a Fort Bragg.

Irene