Commento alla lettura biblica liturgica del 30 marzo 2003

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Dio non l'ha mandato a morire

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio (Giovanni 3, 14-21).

Con questa domenica ormai la liturgia comincia a presentarci il prossimo "innalzamento" di Gesù attraverso la sua crocifissione.

Nel testo giovanneo, tutto giocato nell'opposizione tra luce e tenebre, il messagio diventa un pressante invito a scegliere la strada di Gesù. In realtà questo linguaggio fatto di aut aut non è esente da rischi. Troppe volte noi cristiani/e ci siamo immedesimati/e con la luce o con i figli della luce relegando gli altri nel mondo delle tenebre: un equivoco che ha determinato tante sciagure. Siamo arrivati a dire solennemente: "Si brucino pure i corpi dei figli delle tenebre affinchè siano salve le loro anime".

Ma io questa domenica voglio proporre una riflessione piuttosto articolata e critica per ripensare la formulazione teologica "Gesù è morto per i nostri peccati" che è piena di equivoci e conduce ad un falso storico che va rifiutato.

Si tratta di uno studio che riprendo dal mio libro "L'ultima ruota del carro" composto in dialogo con la mia intervistatrice.

 

 MORTO PER I NOSTRI PECCATI ?
 
  “Il Divino è di più di ciò che noi pensiamo, percepiamo e desideriamo in un qualunque momento, ed è questo “di più” o questo “altro” della realtà divina che impone alla teologia di riconoscere i propri limiti concettuali ….Di conseguenza qualunque teologia che non accetta come finite le sue categorie, e che parla invece come se conoscesse tutta la verità, e nient’altro che la verità, è colpevole di bestemmia, cioè di una distorsione ideologica della realtà divina”
(I.H. Cone, Il Dio degli oppressi, Queriniana, pag. 131).
 
 

D) In questi ultimi cento anni la ricerca sulla figura di Gesù, sulla interpretazione della sua vita e della sua missione, hanno compiuto e stanno compiendo passi da gigante. Un grande servizio alla fede che spesso è ancora poco divulgato. Penso a tutte le opere che lei cita nelle sue riflessioni cristologiche fino ai volumi di Elmar Klinger e Roger Haight che non sono nemmeno ancora tradotti in italiano. Come sarebbe bello se queste opere trovassero divulgazione tra i “non addetti ai lavori”. Si eviterebbe di avere di Gesù, della sua figura, della sua opera e del suo messaggio quella versione unica che ci fornisce il catechismo ufficiale.

R) Lei ha mille ragioni. La ricerca sul Gesù storico e sulle successive interpretazioni sta esplodendo in maniera davvero feconda, meravigliosa. Non si fa altro che riscoprire quella pluralità di voci e di interpretazioni che appartennero ai vari cristianesimi delle origini. Poi, dopo Nicea e Calcedonia, lentamente si ratificò il concetto di eresia e si soffocò il ricco pluralismo teologico dei primi secoli. Per grazia di Dio, ci fu sempre chi non si allineò.

 

D) Ho appena finito la lettura di “Verus Israel”, un volume curato da Giovanni Filoramo e Claudio Gianotto (Editrice Paideia) che studia alcuni spezzoni del paesaggio cristiano delle origini. Non posso che darle ragione… molto di ciò che era alle origini… relativamente presto fu dichiarato eretico…Sto pensando al giudeocristianesimo, cioè a quella parte molto consistente nelle origini del movimento di Gesù di quei discepoli che si sentivano ebrei, fedeli alla Torah e riconoscevano nel maestro di Nazareth il messia, pur conservando un quadro concettuale giudaico. Anzi, “alle origini il cristianesimo fu chiaramente tutto giudeocristiano, come testimonia la vicenda della primitiva comunità di Gerusalemme” (Claudio Gianotto, Dizionario delle religioni, Einaudi, pag. 338). Per questi nostri “predecessori” dire che Gesù era Dio sarebbe stato inconcepibile…

R) Conosco molto bene queste ricerche. Il movimento di Gesù ha vissuto fasi successive: “Una prima fase si ha quando il movimento di Gesù era parte dell’ebraismo. Ciò avviene con Gesù e i primi gruppi cristiani e ci è testimoniato negli strati più antichi della tradizione evangelica e nelle lettere autentiche di Paolo. Una seconda fase si verifica nei decenni in cui il cristianesimo si costituisce come religione diversa dall’ebraismo…” (Mauro Pesce, Annali di storia dell’esegesi, 14/1997, pag. 27). Gesù non si è mai considerato esterno o superiore al giudaismo: “Egli intende sollecitare il giudaismo in sé, senza che esca da sé, a ritrovare i propri fondamenti, a porre in atto il rinnovamento necessario” (M. Sachot). Lo stesso Autore dice che “Gesù enuncia il perfezionamento del giudaismo… Non contrappone al giudaismo qualcosa di altro da sé”. Chi va alle radici, chi cerca i fondamenti, chi è affamato di fedeltà certamente guarda oltre, guarda a quella ulteriorità, a quel compimento, a quell’oltrepassamento che non è stacco, rottura o uscita dalla propria tradizione, ma desiderio di viverla fino alle sue estreme possibilità, di far fruttificare pienamente ciò che è nelle sue viscere e non ha ancora dato i suoi frutti. Comunque “la ricerca storica moderna ha messo ormai chiaramente in luce come alle sue origini il movimento cristiano non fosse altro che uno dei tanti ‘giudaismi’, cioè gruppi o movimenti religiosi spesso in conflitto l’uno con l’altro, che formavano il grande caleidoscopio del mondo giudaico all’inizio della nostra era” ( A. Sacchi, Rivista biblica, 1/2000, pag. 111).

 

D) Esiste dunque alle nostre spalle un cammino storico in cui ogni filone aveva una varietà di espressioni che non bisognerebbe né ignorare né sopprimere. Questo ci aiuta ad accogliere anche oggi un volto molteplice del cristianesimo senza reciproche scomuniche anche all’interno di un confronto serrato.

R) Noi invece, specialmente a partire dal concilio di Nicea (325), abbiamo cominciato a creare dei “paletti”: chi è fuori e chi è dentro la sana dottrina (ortodossia). “Se si volessero giudicare tutti i cristiani dell’età prenicena alla luce del concilio di Nicea (e delle sue interpretazioni), sarebbero eretici (almeno dal punto di vista materiale) non soltanto i giudeocristiani, ma anche quasi tutti i Padri della chiesa greci; essi, infatti, insegnarono con tutta naturalezza una subordinazione del ‘Figlio’ rispetto al ‘Padre’, che secondo il successivo criterio della definizione equiparatrice di una ‘uguaglianza di sostanza’, stabilito dal Concilio di Nicea, è da considerarsi eretica. Di fronte a questa situazione non si può evitare il seguente interrogativo: se invece del Nuovo Testamento si vuole elevare a criterio semplicemente il concilio di Nicea, chi nella chiesa antica dei primi secoli era ancora ortodosso?” (Hans Kung, Cristianesimo, Rizzoli, pag.112). Ecco perché l’apertura al “molteplice” è la strada maestra sia per essere fedeli alla storia, sia per la lettura delle Scritture, sia per l’interpretazione di alcune formule bibliche, teologiche e culturali, sia per leggere la tradizione cristiana, sia per una dimensione ecumenica della fede.

 

D) Veniamo dunque più direttamente all’argomento di questo capitolo. Lei vuole dire che la formula “morto per i nostri peccati” è una delle tante interpretazioni del significato della morte di Gesù?

R) Sì, esattamente questo. Nella Bibbia si trovano numerose interpretazioni della morte di Gesù e molti modi espressivi. Nelle Scritture cristiane, come anche nella patristica, non esiste un modello interpretativo unico, esclusivo, normativo. Si danno invece diverse interpretazioni, composte di più strati, tra loro spesso intrecciate. Addirittura un filone di pensiero del giudeocristianesimo più antico registra una cristologia, una riflessione sull’opera di Gesù, senza alcun accenno alla “morte redentrice”. I modelli interpretativi sono davvero molti: è il profeta assassinato, il giusto che soffre…; Gesù con la sua morte, vince le forze del male e della morte; la morte di Gesù rivela l’amore di Dio; Gesù espia i peccati nostri e del mondo; la sua morte è il nostro riscatto…; la morte di Gesù ha una esemplarità etica… Ma successe un fatto strano. Come lentamente, nel definire l’identità di Gesù, il titolo di “figlio di Dio” soppiantò tutti gli altri e ricevette un’interpretazione filosofica estranea al pensiero ebraico, così la concezione espiatoria della morte di Gesù divenne praticamente nella teologia cristiana quella principale, anche se non esclusiva. Quando una interpretazione acquista carattere di monopolio o quasi, essa perde il significato di ricerca e diventa ideologia.

 

D) Capisco che qui non possiamo dilungarci, ma come la teologia ha elaborato e sistematizzato le varie metafore di redenzione e di espiazione (salvare, riscattare, affrancare, liberare, riconciliare, pagare a caro prezzo…)? Termini come sacrificio, vittima, sangue, agnello, sangue sparso… “per noi”, “per tutti”, “per molti” si trovano già in modo molto diffuso nelle Scritture cristiane in riferimento alla morte di Gesù, specialmente in Paolo, nell’autore della Lettera agli Ebrei e in Giovanni.

R) Gerhard Barth nel suo prezioso volume “Il significato della morte di Gesù” (Claudiana) documenta tutta questa costruzione teologica che giunge a vedere, già nelle Scritture, la morte di Gesù come progetto, disegno divino. Se quelle formule avevano radici in culture antiche, come molti studiosi (Hengel e Werbik) hanno documentato, la tradizione cristiana è giunta a costruire “sistemi ideologici” davvero lontani dal cuore dell’evangelo… Si pensi alla elaboratissima (ed oggi ridicola!) dottrina della “Vittoria di Cristo con il pagamento di un giusto riscatto al diavolo”. Sarà Anselmo da Canterbury (1110) a rovesciare l’ipotesi del demonio ingannato: è il Padre offeso, non il diavolo, che deve essere risarcito: “Intuendo con acuta sensibilità che cosa non era più comprensibile in un’epoca nuova, si distanziò dalla concezione patristica del riscatto, che concedeva al demonio un diritto sull’uomo peccatore e nei confronti di Dio. Con un procedimento ad ampio respiro, apparentemente senza smagliature, cercò, in un periodo di splendida fioritura delle scienze giuridiche, di dimostrare razionalmente la necessità dell’incarnazione e soprattutto della redenzione per mezzo della morte di croce. Come si svolge la dimostrazione? Anselmo non procede dalla morte di croce e dalla nostra situazione umana, cioè dal basso verso l’alto. Costruisce arditamente dall’alto verso il basso, spiegando, per così dire dal punto di vista di Dio, perché si resero necessarie l’incarnazione e la croce. Col peccato – il problema della teoria anselmiana della redenzione – l’uomo ha colpevolmente turbato l’ordine giusto e ragionevole imposto da Dio al mondo (l’ordo universi – un’idea dominante da Agostino fino a Tommaso). Dio ne è stato infinitamente offeso nella sua maestà. Di qui l’assoluta necessità di restaurare la maestà divina. Cosa che per Anselmo non può convenientemente realizzarsi con un puro e semplice atto di misericordia (sola misericordia). Occorre un’adeguata soddisfazione (satisfactio). Ma la colpa infinita dell’uomo nei confronti della maestà infinita di Dio può essere riparata dal gesto espiatorio, per quanto grande sia, di un uomo? In realtà può espiarla solo la morte innocente, volontaria, carica di immenso valore, di un Uomo-Dio: la morte del figlio di Dio che offre se stesso, che per questo si è fatto uomo e i cui meriti vengono dedicati agli uomini suoi fratelli. Per i contemporanei era questa una teoria senza dubbio affascinante nella sua chiarezza formale, nella sua conseguenzialità giuridica, nella sua compiutezza sistematica. Costretta, tuttavia, in uno schematismo giuridicamente impersonale di equivalenze meccaniche: colpa ed espiazione, prestazione e contraccambio, danno e risarcimento” (Hans Kung, Essere cristiani, Mondadori, pagg. 476 – 477).

 

D) A parte il fatto che qui si dà per scontata una cristologia dogmatica oggi assolutamente discutibile, questo Dio irato, offeso, che esige una soddisfazione mi sembra addirittura un “dipinto” blasfemo. Davvero in certi momenti la teologia mi pare una delle “stanze” più lontane dalle Scritture e dalla fede.

R) Il teologo cattolico J. Diez Alegria scrive: “Una cattiva teologia della morte redentrice di Cristo condusse alla inamissibile concezione di un Dio che esige vendetta e accetta e vuole la morte dell’innocente per placare una giustizia (?) vendicativa inesorabile. Una teologia radicalmente della violenza, che nasce dalla incapacità degli uomini violenti di comprendere il Dio del perdono e della pace. Si giunge all’assurdo che la misericordia divina consisterebbe nel castigare l’amatissimo innocente per incapacità di perdonare gratuitamente il colpevole. A questi teologi per evitare tali deliri, sarebbe stata sufficiente la voce di Geremia che afferma in nome di Yahvè che non Gli è mai passato per la mente l’idea di fare un sacrificio religioso di innocenti” (Geremia, 7, 31) . Certo, la Bibbia mette sul conto di Dio tante raffigurazioni umane, “ma per arrivare ad una così singolare, per non dire mostruosa immagine, bisognava arrivare all’era cristiana, ai quadri dove il Padre è rappresentato al di sopra della croce e guarda quasi impassibile alla morte del figlio e aspira il soave odore del sangue che dal patibolo giunge fino a lui e per di più ogni giorno il ministro del culto offre a lui la vittima pura, santa, immacolata e chiede di placare su di lei tutta la sua collera, risparmiando i veri peccatori. Un discorso davvero incomprensibile” (Ortensio Da Spinetoli, Bibbia e Catechismo, Paideia, pag. 148). In verità trovo inesatto ed ingeneroso addossare quasi per intero la responsabilità di questa cultura espiatoria all’ebraismo e al cristianesimo. Quasi tutte le religioni antiche sono state “segnate” da questa concezione e dalle pratiche connesse. Rimando al documentatissimo libro “Il sacrificio” di Cristiano Grottarelli (Editori Laterza). Piuttosto è grave che questa dottrina del sacrificio, dell’espiazione, della soddisfazione, dei meriti sia tuttora presentissima nella dottrina ufficiale cattolica.

 

D) Ma c’è una “punta” da non dimenticare. A differenza di altre religioni espiatorie qui il cristianesimo tocca, con la necessità della morte dell’inviato di Dio, del “figlio”, del Suo testimone per eccellenza, un livello estremo: la violenza sacrificale non si rivolge su un capro…, ma sulla persona di Gesù che vive con Dio una relazione straordinariamente intima ed ha ricevuto da Lui una funzione particolare, per noi cristiani, unica. Qui la violenza di Dio, il prezzo da Lui richiesto per la nostra salvezza, sarebbe singolarmente alto.

R) Sono d’accordo, ma … esistono una ricerca teologica ed una prassi cristiana ecumenica che si sono davvero liberate di questa concezione di Gesù vittima di espiazione per i nostri peccati e per la salvezza del mondo.

 

D) Quali sono, a suo avviso, i cardini di questa riflessione teologica?

R) Dio non ci salva né per i meriti di Cristo, né di Maria, né di nessun altro. Dio ci salva perché, nel Suo amore, gratuitamente, fuori da ogni logica di ragioneria e di contrattualità, ha deciso di salvarci. Gesù è giustamente chiamato “salvatore” in quando in lui splende la salvezza di Dio che lo ha accompagnato nella vita e lo ha liberato dalla morte. Non solo: egli può essere chiamato “salvatore” nel senso che ci annuncia la salvezza di Dio di cui, per noi cristiani, è il primo testimone. Ma l’opera di salvezza è ascrivibile solo a Dio. Noi, con le nostre mentalità contrattuali, non riusciamo più a cogliere l’amore gratuito di Dio e spesso ricadiamo in questa visione meschina di Dio.

 

D) Ma, allora, “morto per i nostri peccati” è una formula da abbandonare oppure può avere ancora una valenza per noi cristiani?

R) Credo che vada usata con parsimonia e solo quando si è ben capito da quali contesti ci proviene e si è in grado di interpretarla storicamente. Gesù non è morto perché Dio aspettasse la sua espiazione per i nostri peccati. Gesù è stato crocifisso e ucciso come conseguenza delle scelte della sua vita. Egli è stato così fedele a Dio e ai poveri che ha incontrato l’opposizione politica e religiosa dei poteri che hanno deciso di ucciderlo. Egli era un innamorato della vita, ma piuttosto che tradire la sua missione di profeta del regno di Dio, ha accettato lo scontro con il potere e ne ha portato le conseguenze. In Gesù non esiste nessun misticismo della morte. Non ha cercato la morte, ma non si è sottratto nell’ora in cui la sua missione esigeva coerenza e dedizione. Siamo nel pieno della storia dove spesso si paga a caro prezzo l’opposizione di chi vuole bloccare i sentieri di liberazione. Ecco allora la sua morte, come tutta la sua vita, ci parla ancora, ci parla sempre di più. Se si vuole con questa formula dire che la testimonianza di Gesù, di una vita fedele fino alla morte, ci interpella, che è “per noi” l’indicazione della via della salvezza, allora mi sembra davvero significativa. Sì, la vita e la morte di Gesù, senza mai separare l’una dall’altra, parlano a noi, al mondo: ci dicono quali sono i sentieri del regno di Dio, da che parte dobbiano collocare le nostre energie e le nostre speranze. Dio rende talmente feconda la vita di Gesù, dalla casa di Nazareth alla croce del Golgota, che “per noi” e per “il mondo” Gesù sarà un nome ed un segno che non si spegneranno fino alla fine della storia. Questa potrebbe essere una maniera di reinterpretare, storicamente e teologicamente, la formula “morto per i nostri peccati”.

 

D) Oggi questa interpretazione trova piena accoglienza nelle teologie femministe e anche in moltissimi teologi “ufficiali”, ma a me sembra importante ridiscutere l’uso di questi linguaggi espiatori, ripetuti nei gruppi biblici e nelle liturgie, anche durante l’eucarestia, perché non è assolutamente acquisita su larga scala una interpretazione storica che eviti le ambiguità e le deviazioni misticistiche alle quali accennavamo prima.

R) Lei ha toccato un problema scottante anche perché esiste una distanza quasi abissale, che direi invalicabile, tra le elaborazioni storiche, bibliche e teologiche e la predicazione cristiana. Le ricerche bibliche e teologiche avanzano con grande fecondità in molti settori delle chiese cristiane. Poi esse non trovano i canali, i modi, gli spazi per tradursi in un rinnovamento più profondo della catechesi, della predicazione, della liturgia. Poi esiste il mito della intoccabilità, della sacralità di alcune formule che rende questo processo di rinnovamento molto più lento. Basterebbe riferirsi alla Didachè (uno scritto delle origini cristiane diffusissimo e citato da molti come Scrittura) per ritrovare una celebrazione eucaristica comunitaria senza alcun linguaggio espiatorio. Segno evidente e testimonianza autorevole che esistevano concezioni teologiche e sacramentali molto diverse, estranee alla concezione della eucarestia come “sacrificio”.

 

D) Ma oggi esistono delle ricerche che evidenziano anche altri aspetti. Alludo all’opera dell’antropologo Renè Girard.

R) L’intera opera di Girard tende a leggere le Scritture come il rovesciamento, lo svuotamento e il superamento del meccanismo vittimario, del capro espiatorio, della frenesia mimetica. Sul terreno del disvelamento di questi meccanismi Girard ha prodotto studi eccellenti, del resto ben noti sul terreno antropologico e psicologico. Ma dove l’Autore si addentra sul terreno della interpretazione biblica e della teologia, spunta fuori il suo “spirito” dogmatico, apologetico, assertorio, perentorio … Accanto ad alcune piste feconde e ad alcune gemme preziose, la ricerca di Girard difende una irriducibile differenza, unicità e superiorità della rivelazione cristiana che è priva di solidi fondamenti storici e teologici. Leggendo “Vedo Satana cadere come la folgore” (Edizioni Adelphi), uno dei suoi ultimi libri, ho avuto la percezione di essere rinchiuso in una prigione dogmatica a parlare di praterie della libertà … Molti biblisti e molte teologhe hanno mosso critiche radicali all’opera di Girard.

 

D) Questa teologia espiatoria può aver giocato un ruolo, può aver influito sulla spiritualità cristiana?

R) Penso che l’idea di dover espiare le proprie colpe abbia invaso e angosciato molti cuori. Per altri, paradossalmente, ha fornito la spiegazione delle proprie sofferenze, delle malattie. Ho sentito molti cristiani dire: “Ho questo male, mi sono capitati questi guai perché devo espiare davanti a Dio i peccati commessi…”. Mi sembra terribile. Certo, talvolta i mali ci vengono anche perché noi ce li siamo procurati … Ma pensare che dobbiamo espiare deforma il nostro rapporto con Dio, con il Dio biblico che è gratuità, amore, tenerezza, perdono. Sarebbe un Dio ragioniere, un Dio odioso e detestabile quello che esigesse la saldatura di un conto con noi. Nelle nostre sofferenze Dio ci accompagna con una presenza spesso nascosta (Isaia 45, 15), ma non è Colui che esige che “paghiamo” per i nostri o altrui errori e peccati. Gesù ha definitivamente sepolto l’immagine del Dio che chiede il sangue delle vittime e il gemito dell’espiazione. Davanti a Dio non abbiamo nulla da espiare; piuttosto Dio è la voce, è l’amore che ci chiama a conversione. Le teologie femministe, da almeno 30 anni, hanno messo in luce le funeste conseguenze di una teologia dell’espiazione di un certo cristianesimo: “Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente per le donne, sono anche quelle di vittima: amore che si sacrifica, accettazione passiva della sofferenza, umiltà, mansuetudine … Poiché queste sono le qualità idealizzate in Gesù “che è morto per i nostri peccati”, il fatto che egli funge da modello rafforza per le donne la sindrome del capro espiatorio”(Mary Daly). Le teologhe Carlson Brown e Rebecca Parker, sempre esaminando questa teologia dell’espiazione, concludono che certo cristianesimo è stato la forza primaria per indurre le donne ad accettare i maltrattamenti: “Quelle persone le cui vite sono state profondamente plasmate dalla tradizione cristiana sono convinte che il sacrificio di sé e la propria obbedienza non sono soltanto virtù, ma la definizione dell’identità di chi crede” (vedi E. Schussler Fiorenza, Gesù, figlio di Miriam, profeta della sofia” Claudiana, pag. 139).

 

D) Dunque anche su questo terreno le teologie femministe sono state le più rigorose e feconde.

R) A mio avviso, non c’è dubbio. “Questo Dio assetato di sangue, è il Dio del patriarcato”, ribadiscono molte teologhe. Si tratta di una immagine di Dio che è ancora prevalente purtroppo nella tradizione ebraico-cristiana e che, come abbiamo visto, ha profonde radici nelle Scritture, anch’esse largamente debitrici delle culture maschiliste in cui sono nate e sono state redatte. Forse, proprio il fatto che nei secoli molte donne sono state spinte e costrette a identificarsi nel ruolo di espiatrici, ha permesso alle teologhe femministe di svelare con maggior lucidità e combattere con maggior coraggio questo impianto teologico che ha favorito la cultura dell’oppressione, della violenza, dei maltrattamenti e la mistica dell’immolazione sacrificale. Oggi, chiunque voglia occuparsi del rinnovamento teologico e pastorale in una comunità cristiana, dovrà mettere al primo posto, dopo la Bibbia, una seria ed abbondante documentazione sulle teologie femministe. Senza l’ascolto di queste esperienze e di queste voci … non si aprono molte finestre nuove né ci si incammina verso un mondo più giusto e una chiesa più evangelica. Pietro deve ascoltare Maria. Maria è stanca di ascoltare Pietro …: vuole ancora ascoltare, ma ha tante cose da dire e non accetta più di starsene zitta.

 

D) Ricordo, mentre l’ascolto, il libro “Maria Maddalena” (Esther De Boer, Claudiana). Spero che molti/e vogliano leggerlo.

R) Anch’io mi permetto di rimandare ad un piccolo e prezioso volume di Hans Kung “Die Frau im Christentum”(Edizioni Verlag), in cui viene visitata la posizione della “donna nel cristianesimo”. E’ tempo davvero di operare una svolta. Anzi o la svolta è in atto oppure il cristianesimo misogino potrà diventare uno dei più pesanti impedimenti nei confronti di una fede cristiana liberatrice.

F: BARBERO, L'ultima ruota del carro, Viottoli, Pinerolo 2001, pagg. 79-91