Commento alla lettura biblica liturgica del 15 agosto 2004


 

Un inno "rivoluzionario"

 

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua (Luca 1, 39-56).

 

Dietro questi versetti non c'é un fatto di cronaca. La parentela di Giovanni e di Gesù, richiamata attraverso quella tra Elisabetta e Maria, è una costruzione teologica che ha lo scopo di evidenziare, nell'interpretazione della comunità di Luca, la superiorità del nazareno rispetto al Battista.

Così il Magnificat non è una composizione della giovane Maria di Nazareth: si tratta di una raccolta di testi, di citazioni delle scritture del Primo Testamento, messi sulla bocca di questa ragazza ebrea che ricorda "l'attività salvifica di Dio quale si è rivelata nel corso della storia israelitica" (Ortensio da Spinetoli). È un inno della chiesa primitiva che riprende alcuni temi propri della spiritualità dei “poveri del Signore” - gli anawim del tardo giudaismo - e li riferisce all'evento della redenzione. Di questa spiritualità Maria è però, secondo Luca, una figura emblematica.

Nel cantico prima di tutto Maria ringrazia brevemente Dio per il favore manifestato nei confronti di una serva di bassa condizione sociale (vv. 46-49), ma questa non è una semplice considerazione autobiografica. Quello che Dio ha fatto nei confronti di Maria, infatti, anticipa e descrive ciò che farà per i poveri, i deboli e gli oppressi del mondo che è il tema centrale della seconda parte del cantico: il trionfo del disegno di Dio per tutti i popoli e ovunque. Dio viene esaltato per quanto ha fatto. Parlare di quello che Dio ha operato significa annunciare ciò che Dio farà.

In viaggio

Il primo e l'ultimo versetto parlano di questa giovane donna che compie un viaggio. All'inizio Maria si muove "in fretta" e va verso la zona montagnosa. Maria sa fidarsi di Dio. Si mette in movimento, parte da casa sua per recarsi da Elisabetta. E questo suo “andare in fretta” è un modo di dire tipico per indicare chi ha ricevuto un annuncio importante, colui/colei che ha dentro qualcosa di grande da annunciare, da condividere...

Quando ci si mette nelle mani di Dio, quando ci si rende disponibili all’ascolto della Sua parola, allora si parte, ci si muove con decisione, anche se si deve affrontare qualche "salita", anche se si deve compiere un viaggio su sentieri impervi talvolta irti di difficoltà da affrontare e da superare... E' la disponibilità che muove i cuori, le gambe, le braccia: Dio, se Gli diamo fiducia, crea movimento nella nostra vita.

Quanti "viaggi", quanti cammini non avvengono nella nostra vita per il semplice fatto che il Vangelo non trova accoglienza e spazio dentro di noi. Spesso, nella nostra vita nulla sembra muovere, i nostri cammini sono bloccati proprio perché non accogliamo la promessa, la chiamata di Dio. Stiamo aggrappati al nostro posticino, alla nostra piccola e limitata quotidianità e non ci avventuriamo più nelle "regioni montuose" della vita, delle scelte che coinvolgono il nostro cuore, là dove vivere è scommettere ancora sulla parola di Dio.

Il saluto emozionato di Elisabetta celebra Maria come “colei che ha creduto” nella Parola del Signore. Maria risponde, secondo quanto testimoniatoci dal Vangelo di Luca, con un cantico di lode a Dio che opera meraviglie per la liberazione del suo popolo, che sta dalla parte degli ultimi, il cui progetto di salvezza si concretizza anche nel ristabilire la giustizia sulla terra.

Dinanzi a Dio

Maria ed Elisabetta si pongono dinanzi a Dio e l’una dinanzi all’altra. Queste donne rappresentano nella narrazione lucana dei “modelli di fede”.

Maria si muove, si mette in cammino, va verso la montagna. L’evangelista sembra volerci suggerire che questa donna ha avuto un cammino di crescita nella fede, probabilmente lungo e tutt’altro che indolore. Può anche darsi che abbia sentito il bisogno di condividere con un’altra donna un momento particolarmente forte per lei, può darsi che si sentisse smarrita e sola...

Elisabetta l’accoglie: ascolta, la capisce e proclama “Benedetta tu fra le donne e beata colei che ha creduto...”. Maria è qui citata come esempio di discepolato: ascolto, creatività, condivisione e disponibilità a mettersi in cammino sono le premesse per diventare discepoli e discepole di Gesù.

La fiducia in Dio è fonte per queste due donne di una incredibile gioia, ma le carica anche di un notevole impegno e una grande responsabilità. Anche oggi possiamo affidarci a Dio che ci nutre e che ci abbraccia. La Sua Parola si inserisce dentro la nostra vita, può irrompere dentro di noi come un vento che ci trasforma: riconoscere a Dio una presenza centrale dentro le nostre piccole esistenze e ascoltare la Sua Parola, mettersi in cammino, affrontando se necessario anche la salita verso la montagna, sapendo che altre donne e altri uomini, se siamo disponibili, possono accompagnarci in questa avventura.

Il Magnificat

Cuore di questa pagina evangelica è proprio il cantico di Maria. Luca ha collocato quest'inno, come gli altri due successivi (il Cantico di Zaccaria ed il Cantico di Simeone), nel quadro dei suoi cosiddetti racconti dell'infanzia (cap. 1 e 2). Questa osservazione dovrebbe metterci i guardia dal voler compiere un'esegesi di questi inni come se si trattasse di brani poetici isolati, e tanto meno di sermoni su Salmi, dimenticando che si tratta invece di inni di lode composti per essere cantati.

La tradizione liturgica del Magnificat come parte dei Vespri, la preghiera serale della chiesa, è sottoposta al pericolo di ogni tradizione che rischia di divenire routine: si canta, si ripete, si prega qualcosa che è assolutamente risaputo, col rischio spesso di non pensare realmente a quello che vi si dice.

Non dobbiamo dimenticare che questo cantico è un “inno rivoluzionario” che loda le azioni liberatrici di Dio verso le persone emarginate e sfruttate. Dio è “magnificato” perché effettua dei cambiamenti, fin da ora, nella storia. Esso canta di un totale cambiamento di condizione e situazione, di un capovolgimento: sarà dato aiuto ai poveri ed agli umili a scapito dei ricchi e dei potenti. Ed è Dio che compie la “rivoluzione”!... Per intervento di Dio i fatti possono cambiare, al di là dell'apparenza e dei cosiddetti fattori storici “ineluttabili”.

Centrale nella composizione di questo inno di gioia e di riconoscenza è il tema della liberazione, personale e sociale, morale ed economica. Vi sono paralleli evidenti con il cantico di Anna (1Sam 2,1-10): anche quello esprimeva esultanza in seguito a un concepimento umanamente impossibile voluto da Dio per i suoi disegni. Inoltre di Anna viene detto più avanti che conduce suo figlio Samuele al santuario di Silo; così come, nel capitolo seguente, Maria presenta Gesù al tempio...

Vi è un riferimento a Giuditta, anche lei acclamata come “benedetta fra le donne”, e al suo cantico che celebra la liberazione degli oppressi (Gdt 13,18 - 16,11). Inoltre non vanno trascurate le parentele con il cantico di Miriam dopo il passaggio del Mar Rosso (“Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!”, Es 15, 21).

…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili

Luca mette, dunque, sulla bocca di un’umile e giovane donna, Maria di Nazareth, la proclamazione, il riconoscimento dell'azione "sovvertitrice" e liberatrice di Dio.

Tante volte questa ragazza aveva ascoltato il racconto delle "grandi cose" che il Dio di Israele, il Dio sempre fedele, aveva fatto per liberare il popolo dalla schiavitù del faraone. Nel suo cuore era ben presente l'evento della liberazione ad opera di quel Dio che aveva rovesciato i potenti dal trono, tolto il giogo agli oppressi e rialzato le loro schiene incurvate.

In questi versetti sembrano intrecciarsi strettamente paradosso e promessa. Maria, grazie alla forza che le viene da Dio, sa andare oltre l'orizzonte immobile della rassegnazione che vede il futuro come semplice ripetizione di un presente in cui i forti dominano e i poveri sono destinati all'oppressione.

Maria celebra Dio che abbassa i potenti e innalza gli umili: nell’ordine sociale trasformato che viene esaltato si provvede al cibo per gli affamati che sono colmati di beni, mentre i ricchi sono mandati via a mani vuote. Il Regno non è visto solo come spirituale: è inteso come inserito nella realtà sociale, economica e politica del mondo. L’attenzione è posta sulla grandezza di Dio che ha promesso solidarietà, compagnia a coloro che soffrono e che lottano per la loro libertà, per la giustizia e che è fedele a quelle promesse.

Ancora una volta il Vangelo ci dice a chiare lettere che i profeti e le profetesse di Dio, i costruttori/trici di sentieri di speranza e di giustizia, vanno cercati tra le persone non appariscenti, tra gli umili ed i piccoli, tra coloro che fanno più fatica. Dai "troni" dei potenti vengono solo violenza e dominio. Tocca a noi saper scorgere ed accogliere i segni del regno di Dio che giungono da chi “abita in basso”, nelle periferie del mondo (e, spesso, della vita), da chi è fragile, umile, irrilevante secondo le categorie vincenti (v.50).

Il testo parla di un Dio che ha deposto i potenti dal trono e innalzato gli umili, che ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote... Questo è successo nella storia più e più volte. Ma oggi forse è diventato più difficile "vedere", constatare questa detronizzazione dei potenti e questa "ascesa" dei poveri. Inoltre, se ci allontaniamo e "saliamo" in alto o se ci ritiriamo nelle nostre comode case, corriamo il rischio di non avere più orecchio e cuore per le voci della strada e facciamo più fatica ad individuare le "voci" che meritano veramente ascolto. Forse questo "paradosso", questo annuncio ci aiuta a liberarci dalla paralisi dell'evidenza e ci stimola a compiere un tuffo, buttandoci con fiducia tra le braccia di Dio.

Mentre i potenti vogliono spegnere il sogno di un mondo più ricco di differenze e di colori e stanno pianificando tutta la vita sulle esigenze del denaro e del mercato, Dio ci rilancia l'esigenza di mettere al primo posto i volti delle persone, la felicità, la giustizia, la gioia della condivisione e della giustizia.

Paolo Sales





Queste pagine del Vangelo appartengono al genere letterario delle "leggende teologiche", cioè racconti che vogliono lasciarci un messaggio di fede, ma non intendono offrirci un resoconto dei fatti. Ma qui c'è molto di più di una cronaca.

Come in molte tradizioni antiche (la Bibbia è inserita nelle culture dei popoli!) la nascita da una vergine o da una sterile è un luogo comune per insegnarci che il nato avrà una particolare missione da parte di Dio. Nelle antiche tradizioni questi racconti leggendari, con grande varietà, hanno trovato una diffusione straordinaria.

Coloro che hanno esperimentato quanto Dio ha operato in un uomo, quanto questo uomo è stato testimone di Dio, proiettano all'indietro fin alle origini, alla nascita di questa persona, un raggio "miracoloso" dell'intervento di Dio. Avvolgono nella musica angelica le origini di questa persona perché, nella loro esperienza di fede, vogliono trasmetterci un messaggio preciso: in questa persona Dio ha agito, Dio ci ha parlato.

Gesù nacque in totale anonimato, come ogni bimba/o del suo paese. Sappiamo dai Vangeli che era figlio di Maria e Giuseppe, che aveva numerosi fratelli (di cui il Vangelo ci fornisce i nomi) e alcune sorelle. Di lui nessuno s’accorse se non quando, divenuto discepolo del Battista, aveva capito che Dio gli affidava il compito di predicare la vicinanza del Suo regno.

Amato e odiato, seguito e abbandonato, fu crocifisso a Gerusalemme dopo un breve periodo in cui era andato di villaggio in villaggio, con un gruppo di uomini e donne, a predicare prendendosi amorosamente cura delle persone sofferenti ed emarginate, di vedove e stranieri.

Solo più tardi i suoi amici e le sue amiche, ricordandosi della fede di Gesù nel Dio che da la vita, videro con gli occhi del loro cuore che Gesù era più vivo che mai presso il Padre. Ne presero coscienza con molta lentezza, ma questa consapevolezza le riempì di gioia.

Con la forza che solo Dio diede loro partirono e, nel suo nome, predicarono e operarono come Gesù aveva loro insegnato. Quest’uomo era diventato per loro la figura messianica, il testimone di Dio per eccellenza, il profeta della giustizia e dell’amore.

Come parlare di Gesù, come narrare le sue opere e rendere vive le sua parole? Ecco che progressivamente nacquero le “raccolte” delle sue azioni (“i racconti di miracolo”) e dei suoi insegnamenti (“i discorsi e le parabole”) che poi, probabilmente verso l’anno 70, diedero origine al primo vangelo, quello di Marco. Fu l’amore verso Gesù in cui scoprirono un vero testimone di composizione calda Dio, il loro maestro per eccellenza, che li guidò nella composizione calda e appassionata di questi scritti che diventarono testimonianze (e non cronache) della fede di Gesù, del suo amore per i poveri, i deboli, le donne, i ”peccatori”. L’amore fece nascere questi racconti partecipati e diede origine a pagine di stupenda poesia.

Se centinaia di anni prima erano state composte le poetiche leggende della nascita di Mosè, il supremo profeta di Israele, salvato dalle acque… e le meravigliose “storie” della nascita di Isacco, e tante tante altre ancora (Genesi ed Esodo), perché non proseguire questi stupendi racconti ispirati dalla fede e dall’amore? Perché quando il cuore canta non dovremmo congiungere fede e poesia?

Sia in Israele che nei popoli vicini i “grandi” profeti o portatori di tradizione erano spesso presentati con un’origine leggendaria, avvolta nella poesia. Queste leggende in cui compaiono stelle, angeli, vergini, o donne sterili sono racconti edificanti che proiettano all’indietro, sulle origini del “personaggio”, quella “luce divina” che brillò nella sua vita.

Il messaggio del Vangelo non sta dunque nell’annuncio di una nascita straordinaria (che molti studi della Bibbia definiscono “leggende della nascita”), ma nel fatto che la vita di Gesù fu, in modo davvero “meraviglioso” e profondo, irrorata e segnata dalla presenza di Dio nel suo cuore e nelle sue azioni. Lo “straordinario” in Gesù, se vogliamo esprimerci così, non sta alla nascita, ma nella sua vita quotidiana, nel suo stile di vita.

Gesù diede spazio a Dio in modo tale da diventare, per noi cristiani/e, il segno vivente di Dio, il suo “inviato”, il suo testimone. Egli, proprio nella sua esistenza umana, è per noi "il santo di Dio", il profeta, il figlio nel senso che Dio lo ha rivestito di doni particolari e gli ha assegnato un compito unico. Egli è per noi il testimone di Dio per eccellenza. Uguale a noi nella sua umanità e nella sua creaturalità , ma assolutamente diverso da noi nella sua intimità con Dio e nella sua missione, nella risposta che egli nella sua vita ha dato alla chiamata di Dio.

Che “spazio” diamo noi a Dio nella nostra vita concreta di ogni giorno? Ecco come queste pagine ci interpellano in modo diretto e personale.

(Franco Barbero, Commento alla lettura biblica liturgica del 25 dicembre 2001, viottoli.it)




Alcuni spunti di riflessione tratti dal libro di Lilia Sebastiani, Donne dei Vangeli, edizioni Paoline, Milano 1994, pagg. 28-36

Maria ed Elisabetta

L'incontro di due donne, madri per intervento diretto di Dio, suggella il cosiddetto «dittico degli annunci»: vi è l'annuncio della nascita di Giovanni al padre Zaccaria (Lc 1,5-25); l'annuncio a Maria della nascita di Gesù (Lc 1,26-38) e la frase dell'angelo che raccorda questa nascita miracolosa all'altra: «Vedi, anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio, e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio ».

È una grande intuizione spirituale da parte dell'evangelista non parlare delle reazioni interiori di Maria all'annuncio dell'angelo. Queste non appartengono all'ambito del raccontabile. Ciò che le viene attribuito in risposta è un agire esteriore, ma carico di significato: « Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda », evidentemente quella in cui vivono Zaccaria ed Elisabetta. Questa visita compiuta da Maria, per di più in fretta, è stata tradizionalmente letta come sollecitudine, spirito di servizio, e questo significato può essere mantenuto, non però al centro.

La fretta di cui parla l'evangelista non è in primo luogo una notazione di comportamento, ma rientra nel genere letterario: soprattutto nei Vangeli, la fretta è tipica di chi ha ricevuto un annuncio importante nell'orizzonte della salvezza. È la stessa fretta con cui la samaritana lascia la brocca al pozzo e corre in città per parlare di Gesù, la fretta con cui i discepoli che andavano a Emmaus tornano indietro a Gerusalemme, la fretta con cui Maria di Magdala corre ad annunciare ai suoi condiscepoli: « Ho visto il Signore ».

Certo, la visita di Maria a Elisabetta non è una visita qualunque. Non è un fatto di pura cortesia e neppure di semplice carità. È un annuncio duplice, vissuto e reso comunicabile, mentre quelli di prima erano soltanto sperimentati nell'intimo della coscienza individuale. La riflessione teologica al femminile, almeno nelle sue prime espressioni, non sembrava dedicare una particolare attenzione alla madre di Gesù, se non occasionalmente e in modo abbastanza polemico quanto all'uso che di lei e del suo culto era stato fatto nel corso dei secoli, da una religione tutta a misura d'uomo.

La madre di Gesù è certo la figura femminile più nota e più amata non soltanto nei Vangeli ma in tutta 1a storia della salvezza; e nonostante questo - anzi, forse proprio per questo - è anche la più sfuggente. La tradizione cristiana, attraverso i secoli, ha sviluppato ampiamente e in modo anche eccessivo il ruolo e le prerogative di Maria, integrando ed elaborando i dati evangelici e spesso anche prescindendo del tutto dai Vangeli. I risultati non sono stati sempre felici: in tanta fioritura di lodi, preghiere, invocazioni, inni, trattati e visioni, la donna credente Maria di Nazaret - della quale già si sa pochissimo, in termini storici e umani - si è fatta sempre più evanescente, mentre il suo posto veniva occupato dalla Signora del cielo, vestita di sole e coronata di stelle come la Donna simbolica dell'Apocalisse, Regina di tutte le perfezioni e di tutte le tenerezze, ma di fatto sempre più separata, più remota dall'umanità.

Il ruolo di Maria è stato troppo amplificato e nello stesso tempo troppo disincarnato, fino a compromettere la sua stessa possibilità di essere segno e modello. È difficile sottrarsi all'impressione che talvolta la tradizione religiosa cristiana, condizionata da una forte ipoteca patriarcale, abbia usato la madre di Gesù e 1'enfatizzazione del suo culto allo scopo di compensare il sospetto e l'avversione nei confronti delle altre donne in quanto donne, l'esclusione del femminile in quanto femminile dalla sfera del sacro; di compensarlo ma anche, nello stesso tempo, di legittimarlo.

Una certa tradizione cattolica ha troppo sottolineato il suo ruolo di mediatrice, la sua intercessione, offuscando spesso (almeno nella consapevolezza del fedele qualunque, se non nelle convinzioni esplicite dei teologi) la realtà fondamentale che l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù stesso. L'idea della mediazione di Maria si è diffusa in un'epoca in cui era troppo forte la paura di un Dio sentito come giudice severo, in cui anche 1'immagine di Cristo era stranamente scissa, nella coscienza dei fedeli, in due immagini non comunicanti. Da una parte era il Cristo giudice della fine dei tempi, un impassibile Pantokràtor dinanzi a cui si sperimenta acutamente tutta la propria insufficienza e la propria miseria. Dall'altro, il Cristo sofferente della Passione, schiacciato da una sofferenza che l'uomo comune non riesce a leggere nella luce pasquale.

Dal concilio di Efeso (431) in poi, il culto cristiano di Maria « madre di Dio » ha svolto, in un certo senso, una funzione positiva anche nelle sue ambiguità. Certi eccessi della religiosità popolare e dei mistici, pur avendo ben poco a che fare con la fisionomia evangelica di Maria di Nazaret, fanno intravedere il bisogno di avere una divinità dai tratti anche femminili e materni, smussando per questa via la rigidità di un Dio re e giudice pensato con caratteri esclusivamente maschili e potenti.

Il paganesimo concepiva antropomorficamente le sue divinità. Esse erano di sesso maschile o di sesso femminile (uomini e donne potevano quindi rispecchiarvisi, quantunque le dee, almeno nel periodo classico, rechino contrassegni fin troppo evidenti della mentalità androcentrico-patriarcale). Incarnavano, accentuandoli, tutti i caratteri umani compresi quelli negativi. Il nascente cristianesimo invece non poteva associare a Dio né passioni né vizi né debolezze. Non diverso in questo dal giudaismo da cui proveniva, pensava il suo Dio in termini rigorosamente maschili, anzi celibatari (il Dio di Israele si differenzia dalle altre divinità del Vicino Oriente anche per il fatto di non avere a fianco una Dea Sposa) ed escludeva il principio femminile dalla trascendenza.

L'unica parziale eccezione è costituita dal culto mariano. In modo abbastanza sotterraneo e quasi del tutto inconscio, il culto della Vergine Madre ha contribuito a perpetuare una certa idea di femminilità associata al divino, reagendo così contro quella maschilizzazione assoluta della trascendenza che era propria della tradizione ufficiale giudaica e cristiana. Dal punto di vista teologico l'operazione è certo scorretta, e nessuno ignora più quanto gli effetti siano stati spuri e ambigui, ma il fenomeno in sé è profondamente significativo.

Tuttavia la madre di Gesù (la Mater inviolata), esente non soltanto da colpe ma dalla stessa possibilità di peccare, era troppo unica perché fosse possibile una qualche identificazione con lei. E vi è un modo di lodare Maria, nella sua perfezione senza macchia e nell'unicità delle sue prerogative, che costituisce anche un modo per svalutare implicitamente ed esplicitamente tutte le altre donne.

La riconsiderazione di Maria dal punto di vista di una coscienza credente adulta deve necessariamente passare attraverso una fase demolitrice della critica: prima che il terreno sia stato liberato almeno dalle macerie più ingombranti, ricostruire è difficile. Soltanto dopo aver riconosciuto quanto di ideologico si trova nelle forme più tradizionali del suo culto, è possibile ripensare Maria in un'ottica di fede libera e creativa, riconoscere in lei una fisionomia più autentica e inserirla in modo dinamico nella storia della salvezza.

L'interpretazione tradizionale della figura di Maria si muoveva all'interno di un'ottica ancillare (dall’Ecce ancilla Domini, « Eccomi, sono la serva del Signore » di Lc 1,38) e sottolineava in lei, oltre alla perfezione morale, la sottomissione totale a Dio e il silenzio. Fin troppo evidente, in questo tipo di lettura, il condizionamento esercitato da una certa concezione della femminilità come subordinazione e passività. La mariologia degli ultimi vent'anni, seguendo una idea accolta già nell'enciclica Marialis cultus di Paolo VI, sta passando - non senza lentezze e contraddizioni, è chiaro - dalla lettura « ancillare » di Maria alla più evangelica e più feconda lettura « discepolare ». Viene cioè evidenziato come gli evangelisti (soprattutto Luca, nei Vangeli delle origini di Gesù, e Giovanni, ai capitoli 2 e 19) intendano delineare attraverso la figura di Maria il prototipo del discepolo. In questo senso, risulta fondamentale il riconoscimento profetico di Elisabetta: « Beata colei che ha creduto all'adempimento delle parole del Signore ».

Maria non è un termine di paragone per le altre donne dal punto di vista dell'agire (un agire di cui non sappiamo nulla o quasi), ma un termine di riferimento per tutti i credenti. Nello stesso agire di Maria, per quel pochissimo che la testimonianza evangelica consente di intuirne, viene oggi sottolineato spesso l'elemento innovatore, informale, liberante. Nell'assenso della « serva del Signore » non vi è alcuna passività (come non ve n'è, del resto, nella sofferenza del « servo del Signore » di cui parla il libro di Isaia). È così difficile per la logica umana non far scivolare qualcosa di servile nell'idea di un servo; quando poi, si tratta di una serva, è quasi impossibile. Ma la stessa espressione del Vangelo di Luca su cui si fonda tutta la lettura ancillare di Maria, «Eccomi, sono la serva del Signore », sottolinea quella disponibilità intrepida, creativa e anche, se si vuole, profondamente anticonformista, che è premessa necessaria alla stessa possibilità di essere discepoli di Gesù.

Un'osservazione suggestiva e valida (non sul piano dell'esattezza esegetica, ma dell'intuizione spirituale) è stata avanzata più volte nei nostri tempi, soprattutto nella riflessione scritturistica al femminile: quella secondo cui Maria, nella tradizione evangelica, genera tre volte Gesù: alla vita terrena, con il suo assenso al piano di Dio; alla vita pubblica, con il suo intervento a Cana; alla vita eterna, con la sua presenza silenziosa sotto la croce ricordata dal quarto evangelista. Sono tre tappe diversissime e correlate dello stesso cammino. Un cammino di crescita nella fede, lungo e probabilmente tutt'altro che indolore. Una triplice accettazione dell'opera dello Spirito santo, anche quando il senso rimane ancora in gran parte nascosto alla comprensione degli esseri umani. Questa è una delle caratteristiche di fondo del vero discepolo: saper vivere anche l'oscurità come memoria, invocazione, promessa della luce.

Appena entrata da Elisabetta, Maria la saluta… Niente di più normale, si potrebbe pensare. Ma se fosse un normale saluto di consuetudine, c'era forse bisogno che l'evangelista lo sottolineasse? E come spiega che il bambino che Elisabetta attende le «sussulta di gioia nel grembo» proprio a questo punto? Il saluto è proprio degli annunci: anche l'angelo aveva salutato Maria recandosi da lei, anzi il saluto coincide con l'aspetto più dirompente e spiritualmente significativo dell'esperienza. Elisabetta a questo punto viene invasa dalla forza dello Spirito e proclama a gran voce il proprio entusiastico riconoscimento. A rigor di termini, non siamo neppure sicuri che Maria e lei si conoscessero personalmente, anche se questo Vangelo afferma in modo un po' generico che erano parenti.

Esclama «a gran voce»: una notazione importante, che richiama gli annunci profetici. Sottolinea che qui Elisabetta è profeta: non parla di propria iniziativa, ma sotto l'azione dello Spirito, e parlando interpreta i piani di salvezza di Dio. Evidentemente in questo momento l'evangelista pensa al rapporto tra Gesù e Giovanni il Battista e vuole significare che il Battista in qualche modo gli rende omaggio quando è ancora nel grembo materno; lascia però in primo piano le madri. Tutto il Vangelo delle origini di Gesù in Luca è caratterizzato da una particolare prospettiva femminile (mentre quello che si trova nel Vangelo di Matteo è tutto maschile).

L'incontro delle due madri è in funzione dei loro figli ancora non nati. Tuttavia esse si pongono soprattutto in quanto persone, dinanzi a Dio e all'umanità e l'una dinanzi all'altra. Il loro incontro avviene sotto il segno dell'esultanza, ma questa esultanza non ha nulla a che fare con l'autocompiacimento. È invece un'esultanza impegnata e sofferta, che scaturisce dalla parola di Dio accolta con integralità assoluta. Entrambi i figli che le due madri hanno nel grembo saranno ripudiati dalla maggioranza del loro popolo dopo i primi successi, moriranno entrambi di morte violenta.

Va anche sottolineato - come lo sottolinea l'evangelista - che a Giovanni il Battista e poi a Gesù il nome dev'essere imposto dalla madre, contro tutte le consuetudini correnti. «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù », ha detto l'angelo a Maria; ed Elisabetta, ai parenti che vogliono dare a suo figlio il nome del padre, oppone: «No, si chiamerà Giovanni», e suo marito, dopo aver recuperato la favella, potrà soltanto confermare. Nella Scrittura «dare il nome» è fondamentale, perché è la prefigurazione di un destino. Il saluto commosso di Elisabetta (potrebbe essere considerato anch'esso un cantico di lode) celebra Maria come «colei che ha creduto» nella parola del Signore; Maria risponde con un altro cantico che attribuisce la lode a colui a cui in primo luogo appartiene, a Dio che opera meraviglie per la liberazione del suo popolo.





I prossimi commenti...

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Domenica 29 agosto 2004 (Lc 14, 1.7-14) - a cura di Beppe Pavan
Domenica 5 settembre 2004 (Lc 14, 25-33) - a cura di Angelo Merletti

Domenica 12 settembre 2004 (Lc 15, 1-32) - a cura di Luisa Bruno
Domenica 19 settembre 2004 (Lc 16, 1-13) - a cura di Pinuccia Frau, Chiara Murzio, Maria Capitani
Domenica 26 settembre 2004 (Lc 16, 19-31) - a cura di Paolo Sales