| Commento alla lettura biblica liturgica del 29 agosto 2004 | ||
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La relazione autentica usa il linguaggio della verità |
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Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. (...) Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Luca 14, 1.7-14). |
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E’ verosimile che Gesù non rifiutasse inviti a pranzo: non solo a casa di amici e amiche, come a Cana, come da Marta e Maria, ma da chiunque lo invitasse. Già in Luca 7,36 lo troviamo a pranzo da un fariseo, proprio come in questa occasione. Insomma, l’epiteto di “mangione e beone” (Luca 7,34) non sembra del tutto immeritato. Lui, che con i farisei è in discussione perenne, non rifiuta l’ennesimo invito. Anche se “lo tengono d’occhio” (v. 1) per arricchire il loro dossier a suo carico, Gesù coglie ogni occasione per seminare il suo messaggio. In questo episodio (1-14) il banchetto non è metafora del Regno, come nel brano successivo (15-24): qui siamo proprio in casa di un capo fariseo e assistiamo a modalità di vita e di relazioni che non sono totalmente nostre. Chi di noi può permettersi di offrire banchetti? O pranzi di nozze? Come potremmo pretendere che una famiglia, che si svena per il pranzo nuziale per la figlia o il figlio che si sposa, rinunci a invitare parenti e amici per far posto a “poveri, storpi, zoppi, ciechi” (v. 13)? E’ vero: il parente invitato si sentirà a sua volta obbligato a restituire l’invito, oltre a fare un regalo agli sposi del valore almeno equivalente al costo del pranzo. Queste sono le consuetudini odierne, degne della miglior tradizione farisaica testimoniata da Luca. Ma, se escludiamo i pranzi di nozze, credo che le altre tipologie di “banchetti” che incontriamo nella Bibbia non appartengano alle nostre abitudini. Come non appartenevano, mi sembra, alle abitudini né di Gesù né di quei poveracci che lo seguivano. Credo che possiamo escludere, allora, che il messaggio di questo brano riguardi la compilazione della lista delle persone da invitare o il galateo per le persone invitate. La libertà di Gesù nelle relazioni Direi piuttosto che Luca metta l’accento non sul pranzo, ma sul fatto che Gesù, in qualunque ambiente si trovi, non rinuncia alla libertà di dire forte e chiaro il proprio pensiero. Anche quando accetta l’invito da parte di un ricco o di un potente, non si lascia intimidire dalla solennità del momento o dall’importanza sociale dei commensali. Tenetelo pure d’occhio, fategli sentire che ogni suo gesto, ogni sua gaffe sono registrati, catalogati, e serviranno, a tempo opportuno, per rinfacciargli le mancanze alle prescrizioni rituali. Lui ve l’ha già detto chiaro in più occasioni che il sabato è per l’uomo e non viceversa. Chiarite le differenze tra la vostra dottrina e la sua pratica di fede, cosa volete che gliene importi dei vostri pregiudizi superficiali? Riflettete piuttosto su questa osservazione: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (v. 11)! Nel vangelo di Luca è un motivo che ritorna: nel canto messo in bocca a Maria nel primo capitolo (Luca 1,46-55) al v. 52 si dice la stessa identica cosa: “Ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili”. Gesù non modera le parole per non indispettire chi l’ha invitato. Mangiare bisogna mangiare… a lui non importa se si tratta di un banchetto da re o di un picnic a pane e pesci in riva al lago… Se non vuoi sentire cose sgradevoli, non invitarlo! A lui sta a cuore la relazione con le persone; e la relazione autentica usa il linguaggio della verità. Senza criticare direttamente chi gli sta intorno, Gesù parla con parabole e metafore e sembra di sentirlo concludere, come in altre occasioni: “Chi ha orecchie per intendere, intenda!”. E’ un invito all’ascolto, alla riflessione, all’autocoscienza. Su due questioni non di poco conto, allora come oggi. A misura degli ultimi e delle ultime La prima. La comunità umana che ha in mente Gesù, quella che sta nei suoi progetti, è “a misura degli ultimi”: pratica l’accoglienza e la convivialità, il rispetto e l’amore universale solo se comincia davvero a prendersi cura, con consapevolezza e convinzione, di chi finora è stato/a messo/a ai margini, escluso/a dai diritti di cittadinanza e dall’accesso ai beni e ai servizi necessari per una vita dignitosa e serena. Gesù non ha guarito tutti i lebbrosi di Palestina, tutti i paralitici, i ciechi, i muti e gli epilettici; non è entrato in relazione con tutte le donne né con tutti i bambini e tutte le bambine che vivevano su quel territorio… Ma certamente ha offerto ai suoi contemporanei e a noi, ovunque e per sempre, un esempio concreto di pratiche d’amore, quelle che ci guidano sul cammino per il quale siamo al mondo: la felicità individualità e dell’intero creato. Questo progetto ha un prezzo, che ciascun uomo e ciascuna donna abbiamo da pagare: la rinuncia consapevole all’egoismo personale e di gruppo, di comunità e di nazione, perché l’amore o è universale o non è. Il Regno di Dio, per usare quest’immagine biblica, non è premio per qualcuno, finché altri e altre ne resteranno fuori. Neppure i papi, per quanto santi si proclamino a vicenda, vi potranno appartenere finché continueranno a predicare e promuovere l’inferiorità e l’esclusività delle donne, delle persone omosessuali e transessuali, di quelle separate e divorziate, di chi non è cattolico/a e di chi segue la propria coscienza ignorando le dottrine che non condivide… Sono infinite le modalità con cui, non soltanto farisei e papi, ma ciascuno e ciascuna di noi può quotidianamente assidersi su qualche trono, esaltarsi, sentirsi superiore a qualcun altro/a. Non fare lobby Anche la seconda questione, affrontata da Gesù in questo episodio, non è una novità: invitare a pranzo “poveri, storpi, zoppi, ciechi”, gli ultimi in una parola, è un altro modo di vendere ciò che si ha e distribuirne il ricavato ai poveri, come siamo invitati/e a fare in Luca 12,33 e in innumerevoli altri brani dei Vangeli e delle Scritture Cristiane (v. Atti 4,34-35). Dopo la parabola di Luca 12,16-21, con l’invito a non accumulare ricchezze per non attaccarci al nostro piccolo gruzzolo e perdere di vista l’universalità delle pratiche d’amore, qui Gesù ci invita, parlando ai suoi ricchi conterranei, a non fare lobby. Tra parenti e “ricchi vicini” (v. 12) le ricchezze accumulate non vengono distribuite, ma semplicemente scambiate. E’ una meschina speculazione per evitare che il gruzzolo di ciascun affiliato diminuisca. E’ il piacere di trovarsi tra potenti, tra pochi, tra parenti, godendo e celebrando la nostra esclusiva fortuna. E chissenefrega se fuori delle nostre porte c’è chi muore di fame, di guerra, di freddo, di mancanza di cure, di affetto, di solidarietà… Bisogna respingerli/e, perché la clandestinità è un reato, mentre nessun governante, sventolando la bandiera delle radici cristiane dell’Europa, si sogna di chiamare reato la violenza con cui il ricco Occidente getta nella disperazione qualche miliardo di esseri umani. Se le nostre radici affondassero con coerenza nell’humus dell’insegnamento e dell’esempio di Gesù, sentiremmo tutta la forza e la bellezza del suo invito, racchiuso nella “beatitudine” del v 14: “Sarai beato perché non hanno da ricompensarti”. Non solo: se ti siedi a tavola con loro e conversi e li/le consideri “convitati/e” e non “beneficiati/e”, dimostrando di riconoscere la loro dignità pari alla tua: ecco che l’elemosina diventa vera convivialità. E la convivialità, così intesa e praticata, è anche l’unico modo autenticamente efficace, secondo me, di riconoscere e rimediare alle nostre collettive e secolari responsabilità per la loro esclusione dal banchetto universale. Non ci basta come motivazione? Ci piace l’idea di un “premio” come riconoscimento e soddisfazione per l’impegno profuso in vita? Allora condividiamo, con Gesù, la speranza e l’attesa di una “ricompensa nella risurrezione dei giusti” (v. 14). Io credo, tuttavia, che anche lui si muovesse nel campo del desiderio e dell’immaginario: non verificato e non verificabile (quanti danni, viceversa, hanno causato al quotidiano “qui e ora” dell’umanità le dottrine sull’aldilà!..). Quello che è soggetto a sicura verifica, credo, è la condizione per aver diritto a quella ricompensa: non accumulare, distribuire, fare elemosina e praticare la solidarietà. Quello che importa è che ciascun uomo e ciascuna donna, a cominciare da me, viva facendo tutta la propria parte perché quanto prima spunti l’alba del giorno in cui non ci sarà più nessuno escluso e nessuna emarginata e l’amore sarà pratica quotidiana universale. Non importa che l’umanità raggiunga pienamente quell’obiettivo: non è delle creature arrivarci, secondo me. Ma non mi importa neppure credere che Dio ci regalerà la società perfetta nell’aldilà. Importa spendere la propria vita per arrivarci. Punto. In questo credo che consista la nostra “perfezione” di creature, che Gesù ci invita a perseguire. |
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Beppe Pavan |
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Domenica 5 settembre 2004 (Lc 14, 25-33) - a cura di Angelo Merletti |
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