| Commento alla lettura biblica liturgica del 8 agosto 2004 | ||
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Il Regno del piccolo gregge |
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Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più (Luca 12, 32-48). |
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Conoscere i lieviti Credo che non sia stato facile, per Luca, confezionare il cap. 12, cucendo insieme una tale massa di detti e di parabole di Gesù. Ma un buon redattore ha in mente un filo rosso ben preciso e… Luca lo rivela subito: c’è, dunque, questo lievito, che è l’ipocrisia (v. 1), da cui dobbiamo guardarci. Ma anche l’avidità (v. 15) e la violenza (v. 45) non sono da meno: lieviti che contagiano e creano una cultura condivisa, fino a diventare gli assi portanti del “pensiero unico”, quello che divide l’umanità in dominanti e dominati e si fa strumento di dominio su coscienze e vite della parte sottomessa. “Guardatevi dall’ipocrisia… Badate a difendervi da ogni avidità…”: insomma, la consapevolezza è il primo passo indispensabile per sottrarci a questo dominio di morte. Il passo successivo sta nello scoprire che esistono altri lieviti, che possono aiutarci a vivere in pienezza: anche l’amore è un lievito, anche la convivialità, la fiducia, la giustizia… Luca le chiama, con una sintesi caratteristica delle scritture cristiane, “Regno di Dio”, da “cercare” (v. 31), perché non ci pioverà sul capo. La quotidianità della nostra vita si deve dipanare lungo queste direttrici: con l’occhio attento a non farci contagiare dai lieviti cattivi, cerchiamo di lasciarci fiduciosamente trasformare da quelli buoni. Su questa strada impareremo che la fiducia in Dio non elimina i bisogni (fame, sete, nudità…), ma ci aiuta a non farci travolgere dall’inquietudine (v. 29) e dall’affanno (v. 26) che ne possono derivare a chi li mette al centro della propria vita. Purtroppo i lieviti cattivi sono ancora troppo virulenti: così, mentre una minoranza ha gli armadi, i forzieri e le dispense traboccanti, la maggioranza dell’umanità non ha di che mangiare e di che vestirsi. Possiamo dir loro di non preoccuparsi (v. 30)? Cerchiamo piuttosto il Regno di Dio, loro e noi, lasciando lievitare nelle nostre vite la giustizia e la condivisione, la solidarietà e l’amore. Su questa strada troveremo il Regno, che “é piaciuto al Padre vostro di darvi” (v. 32): lo troveremo perché ci aiuteremo vicendevolmente a costruirlo, seguendo le istruzioni che Dio ci ha messo nel cuore e che noi chiamiamo “la Sua legge”. Il Regno dei Cieli è qui e ora Non solo. Luca ci suggerisce, con Gesù, alcuni esercizi di training autogeno particolarmente efficaci per farci vivere con serenità, invece che con ansia e inquietudine: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina, fatevi… un tesoro che non viene meno nei cieli, dove nessun ladro giunge né tignola consuma” (v. 33). Lo stesso Luca in Atti 2,45 testimonia la pratica comunitaria originaria di vendere i “beni mobili e immobili” e di distribuire fra tutti il ricavato. E’ lo stesso invito che, in altre occasioni, Gesù ha rivolto a uomini ricchi: per avere “un tesoro nei cieli”. Che vuol dire? Liberarci dalla schiavitù del consumismo per garantirci un’eternità beata nell’aldilà? Non credo che sia questo il messaggio. Il “Regno dei cieli” è un sinonimo di “Regno di Dio”: è la meta verso cui cammina l’umanità e l’intero creato. Amore e giustizia, convivialità e solidarietà… sono le regole che devono guidare il nostro “qui e ora”. Il Regno dei cieli è qui, sulla terra: si chiama convivialità universale di tutte le differenze. Allora, la parabola del servo infedele non riguarda solo chi svolge dei ministeri, con autorità riconosciuta, invitandolo a “distribuire a suo tempo la razione di frumento” (v. 42), ma tutti e tutte coloro che sentono nel cuore l’invito a praticare l’amore, facendo in modo che a nessun uomo e a nessuna donna, dovunque nel mondo e nel tempo, manchi mai né il cibo né il vestito, venga mai meno il necessario per vivere con dignità e gioia. Solo così, credo, ce ne sarà per tutti e tutte e la limitatezza delle risorse disponibili non diventerà penuria e mancanza per una parte. La parabola mi dice che, se perdo di vista la dimensione del servizio e della reciprocità, cadrò facilmente nella tentazione di imboccare la strada dell’egoismo, del desiderio di ricchezza, per poter gozzovigliare (v. 45), facendo violenza ad altri/e, rubando la loro parte e picchiandoli/e perché non si ribellino. La ricchezza è davvero un furto, finché anche una sola persona sarà nell’indigenza. L’ “elemosina” di Luca non è, dunque, quella che predicano e praticano i ricchi, ma è “distribuire fra tutti”, è prendersi cura a vicenda, senza lasciar fuori nessuno/a. Questo è il regno dell’amore. Questo deve avvenire quaggiù, sulla nostra terra, non nell’aldilà. Chi ha insegnato l’aldilà ha insegnato anche l’elemosina. Il mio piccolo gregge Ma tutte queste cose, per dirla con Pietro, Gesù le dice “per noi o anche per tutti?” (v. 41). Come interpretare il fatto che Gesù non gli risponda direttamente, ma con un’ulteriore parabola? Gesù non parlava “urbi et orbi”, non parlava per me, ma al suo “piccolo gregge” (v. 32)… Sono io, che mi sento parte di un piccolo gregge, che oggi sento questo messaggio rivolto anche a me. A Gesù interessava che “quel” gruppetto (poche decine di uomini e donne che lo seguivano sulle stradine polverose della Palestina, pendendo dalle sue labbra, anche se capivano un decimo di quello che dice) imparasse l’amore, a praticarlo con slancio e generosità. Quella era ed è, per Gesù, la strada del Regno, meta di ogni piccolo gruppo che consapevolmente cerca di vivere la giustizia e la solidarietà, la convivialità delle differenze e l’amore generoso. Ogni piccolo gruppo, ogni piccolo gregge, fino al piccolissimo, quello di due persone… perché la pratica dell’amore richiede, secondo me, che in gioco si mettano almeno due persone: quella che ama e quella che viene amata, possibilmente con reciprocità. Non ha senso, secondo me, una relazione individuale, personale con la Sorgente dell’Amore: l’amore si fa, si pratica, nella materialità del qui e ora della mia vita di relazione con l’universo creato, di cui sono parte. Ecco il senso del “piccolo gregge”. E’ l’esperienza che facciamo anche noi, nella nostra piccola comunità, nei nostri piccoli gruppi: com’è contagioso l’amore che riusciamo a vivere nelle nostre relazioni! Ciascuno e ciascuna di noi impara, in questo modo, ad amare e continuerà a vivere questa modalità di stare nelle relazioni anche con altre persone, esterne alla comunità e ai gruppi. E così via, in una rete infinita di relazioni d’amore che davvero potranno cambiare il mondo, rinnovare la faccia della terra. Come cambiare il mondo? Cosa significa, infine, vivere come se aspettassimo il ritorno del nostro padrone, senza sapere esattamente quando tornerà (vv. 35-38), se non che dobbiamo vivere l’attimo presente come se fosse l’unico disponibile? Vivere, non aspettare "spaparanzati" su una poltrona. Cioè essere sempre “desti” (v. 37) e occupati a fare con scrupolosa attenzione il nostro lavoro: “distribuire a suo tempo la razione di frumento” (v. 42) era, in questo caso, il compito di quel servo. Così il “piccolo gregge”, praticando e predicando questo messaggio di amore, può contribuire a fare del Regno, a poco a poco, la meta consapevole di tutta l’umanità. Ma la nostra dimensione resta quella del piccolo gregge, la dimensione a misura di creatura. Da vivere con gioiosa consapevolezza. Questo è il “tesoro che non viene meno”: non un premio individuale per chi muore nella fedeltà a una dottrina; ma Regno, cioè luogo collettivo di benessere e di felicità per l’umanità che avrà, a poco a poco, fatto spazio ai lieviti buoni, mettendo sotto controllo con consapevolezza quelli nocivi. Sono convinto che il mondo finirà senza che il Regno sia compiuto, perché non è di noi creature la possibilità di costruire un mondo in cui regni soltanto l’amore. Quello che conta è “cercare” il Regno, lavorare per costruirlo, fare la nostra parte “resistendo fino alla fine” (Matteo 24,13). |
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Beppe Pavan |
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Domenica 15 agosto 2004 (Lc 1, 39-56) - a cura di Paolo Sales |
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