Con ogni probabilità questa pagina e tutto il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni sono aggiunte molto tardive. Quando il movimento di Gesù stava separandosi dal giudaismo per diventare una religione autonoma (cosa che non avvenne se non sul finire del I° secolo e in molti casi solo durante il II° secolo) si sentì la necessità, dentro il nuovo assetto istituzionale, di armonizzare le varie tendenze rappresentate dalla tradizione di Pietro e dalla "scuola" giovannea.
Solo a questo stadio, a questo punto dello sviluppo storico possiamo parlare di "cristianesimo". Infatti "la ricerca storica moderna ha messo ormai chiaramente in luce come alle sue origini il movimento cristiano non fosse altro che uno dei tanti "giudaismi", cioè gruppi o movimenti religiosi spesso in conflitto l'uno con l'altro, che formavano il grande caleidoscopio del mondo giudaico all'inizio della nostra era" (Alessandro Sacchi, Rivista Biblica 1/2000, pag. 111).
RICONOSCERE GESU'
Il brano di "apparizione" ha una funzione precisa. I discepoli riconoscono, nel loro cammino a tappe verso al fede, che Dio ha risuscitato Gesù.
L'allusione alla "terza volta" (versetto 14) non ci parla di tre episodi o di tre apparizioni. Il significato è assai semplice: nel loro cuore "appare" l'opera di Dio. Dio li condusse alla fede mediante successivi passi verso la consapevolezza che Egli aveva dato la vita nuova a Gesù. Le "apparizioni" sono eventi percepibili con gli occhi della fede piuttosto che con gli occhi del corpo.
Dunque ci volle del tempo per uscire dallo sconforto e dall'incredulità. Le "apparizioni", così intese, hanno rappresentato un cammino forse lungo in cui i cuori dei discepoli, in preda all'angoscia, dovettero aprirsi lentamente e faticosamente alla fiducia. I vangeli, usando i linguaggi tipici di questo particolare genere letterario, danno plasticità ed immediatezza alle "scene di apparizione". Ma i "passaggi" concreti dentro la nostra vita hanno tempi e modi molti più lenti e travagliati.
Il messaggio risulta chiaro: quando i discepoli riconoscono in Gesù il Risorto, ecco che la vita si illumina di nuovo. Quella notte trascorsa in una pesca fallimentare prende subito un'altra direzione. Non si gettano più invano le reti! Fuor di metafora: se io riconosco in Gesù il testimone di Dio, colui che mi indica la strada, si riaccendono in me la voglia e il senso della vita. La mia "pesca" non è più vana. La vita riacquista prospettive e significato.
Se Dio ha reso feconda l'opera di Gesù e , risuscitandolo, ha confermato la validità del suo operato, possiamo essere sicuri che i semi di speranza, di giustizia e di solidarietà che anche noi gettiamo nel solco delle nostre piccole vite non saranno dimenticati o destinati al nulla.
TUFFARSI
Riconoscere la vitalità e la validità del messaggio di Gesù, misurarne la profondità e apprezzarne le prospettive che apre per la nostra vita non è cosa di poco conto. Eppure resta essenziale un passo ulteriore senza il quale diventiamo ammiratori di Gesù, ma non suoi discepoli e discepole. Pietro "si getta nel mare" (versetto 7). Questo tuffo di Pietro è un'immagine straordinariamente espressiva e costituisce una testimonianza esplicita: occorre saper decidere, coinvolgersi, buttarsi.
L'incontro con l'esperienza e la persona di Gesù diventa vivo e reale solo quando maturiamo qualche "tuffo", qualche decisione che davvero incide in profondità e in concretezza nella nostra vita quotidiana.
Senza questa incisività la fede corre sempre il rischio di ridursi ad un gioco di parole, di riti, di pratiche religiose prive di ogni reale forza di trasformazione delle nostre scelte. Quante volte l'attaccamento alle nostre "terreferme" oppure alle nostre infeconde ma ben protette "navicelle", ci impedisce di buttarci. Per una comunità cristiana è certo più tranquillizzante gestire la routine catechistica, sacramentale e pastorale anzichè tentare nuovi sentieri, nuove letture della Bibbia, nuove esperienze, nuove liturgie, nuovi coinvolgimenti.
Guardiamo la realtà. Certo è più comodo condurre in uno stile lecca-lecca e da chierichetto genuflesso un servile e bugiardo "Porta a Porta" (da Repubblica di martedì 20 aprile abbiamo appreso " Il nuovo stipendio di Vespa è 5 miliardi meno trenta lire", pag. 20) che non correre i rischi di Ilaria Alpi o almeno prendersi la briga di fare informazione e non spettacolo. Così pure è molto più comodo fare il teologo che commenta ed infiora gli interventi vaticani anzichè accettare di vivere il proprio impegno di teologo senza mai evitare gli interrogativi che la mia vita reale solleva mettendo anche in circolazione i frutti delle nuove ricerche bibliche, storiche, antropologiche. E' molto più facile e banale organizzare nel prossimo mese mariano qualche novena alla Madonna, un pellegrinaggio o qualche processione anzichè prendere sul serio le rigorose e urgenti istanze di una nuova presenza delle donne nella teologia, nel ministero e nella pratica pastorale della comunità cristiana. Potrei continuare esemplificando...
AMARE
Il brano giunge al vertice nel dialogo tra Gesù e Pietro: "Mi ami tu?". Possiamo riconoscere, possiamo "tuffarci"... ma l'elemento decisivo della nostra vita e della nostra fede resta sempre l'amore.
Non conta come amiamo (celibi, sposati, eterosessuali, omosessuali, transessuali), conta se amiamo.
Pietro, pur con tutta la sua debolezza e le sue contraddizioni, può rispondere: "Tu sai che ti voglio bene" (versetto 17). Non ci viene chiesto di essere degli eroi, delle donne e degli uomini perfetti. Nulla di tutto questo. Il Vangelo è la sollecitazione a giocare la nostra vita nei termini dell'amore.
L'amore che qui viene riferito nella direzione del discepolo verso il maestro, per noi può essere il cartello che indica la direzione da realizzare in tutte le esperienze della vita.
Ho fiducia in Te, o Dio,
perchè Tu sei la forza
che mi guida verso l'amore.
Giorno dopo giorno
mi rendo conto che anch'io posso amare,
che l'amore può trasformare la mia vita
e dentro le speranze, i progetti e le lotte di ogni giorno
voglio mettere al primo posto la mia conversione all'amore.
Voglio fare mia, o Dio,
la convinzione dell'apostolo Paolo:
"Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e l'amore.
Ma la più grande di esse è l'amore" (1 Corinzi 13,13).