| Commento alla lettura biblica liturgica del 5 dicembre 2004 | ||||
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Avvento significa non rassegnarsi |
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A queste due lunghe letture farò seguire due brevi commenti. Tempo di squallidi intrighi Isaia, nella seconda parte del secolo VIII avanti Cristo, è un profeta che entra nella mischia e vede la caduta del regno del Nord e gli intrighi di corte del regno del Sud. Tra re corrotti e altalenanti, tra alleanze illusorie e voltafaccia ignobili, il profeta rilancia sempre la speranza di un re onesto e lungimirante e di una guida politica che instauri la giustizia e la pace. A differenza del capitolo 9 di Isaia, qui il profeta si riferisce ad un’epoca futura in cui ci sarà “un germoglio… dal trono di Iesse”, cioè dalla linea davidica. Anche in tempi di corruzione, di politica ridotta a squallide alleanze, il profeta descrive un re ideale che sarà guidato dallo spirito di Dio e farà tutto quello che un re giusto deve fare. I primi cinque versetti illustrano gli attributi di questo “sovrano di giustizia”. I versetti dal 6 al 10 descrivono un mondo nuovo con evidenti tratti fantastici ed enfatici, addirittura edenici. Dove mai si è visto un simile “paesaggio” di pace e di concordia? Certo, queste righe possono anche essere state scritte con l’intento di confortare un popolo deluso e con la precisa volontà di segnalare quanto i re fossero lontani da questo ideale, ma Isaia probabilmente voleva tener viva la speranza che un giorno ritornasse sul trono qualche re onesto. Fare una lettura cristiana di questi versetti per poterli applicare a Gesù è una delle tante forzature dei testi del Primo Testamento che noi cristiani siamo soliti compiere. Isaia non ha mai pensato a Gesù; semmai il suo pensiero era rivolto ad un tempo, più o meno vicino, più o meno lontano, in cui Dio regalasse al suo popolo la gioia di governanti dediti al bene della collettività. Permettiamoci un salto pindarico. Questo testo contesta radicalmente la nostra rassegnazione di fronte a governanti degeneri, rozzi e corrotti. Il profeta sollecita una “ribellione”, ci invita a diventare consapevoli che è necessario esigere dai politici e dagli amministratori una “qualità morale” diversa. Perché rassegnarci ed accettare come normale ed immodificabile che la politica e l’amministrazione pubblica siano lo spazio dei disonesti? Alziamo le nostre esigenze e cerchiamo i modi per farle valere. Intanto non è vero che tutti “quando entrano in politica” sono uguali. Ci sono eccome! uomini e donne che hanno un concetto ed una pratica del loro “fare politica” davvero esemplari, assolutamente estranei al tentativo di fare soldi e far carriera. Il profeta ci dice che questa “dimensione alta”, questa “statura etica alta” è ciò che possiamo e dobbiamo esigere da chi svolge un servizio ai cittadini o da chi ha un ministero nella comunità ecclesiale. Brutta cosa davvero dare per scontato che siamo “destinati” ad essere governati da affaristi e, per usare il linguaggio del Vangelo, da “razza di vipere”. Che maestro per Gesù! Giovanni il Battista, come Amos e Geremia, condanna aspramente Israele e pronuncia infuocate minacce proprio perché è appassionatamente preoccupato del suo popolo che è caduto in un falso garantismo da “figli di Abramo”. Egli, come più tardi farà Gesù, ricorre ad una retorica minacciosa, ma non inutile o vuota: vuole scuotere i suoi uditori e ridestarli dal loro letargo spirituale. Egli lascia aperta la speranza di una possibile conversione, ma il richiamo alla scure che è posta alla radice degli alberi non lascia spazio ad indugi. “Giovanni si vedeva come il precursore unicamente di Dio, nello stesso modo in cui, nel periodo precristiano, il giudaismo generalmente considerava Elia come il precursore solo di Dio e non di qualche altro messia umano” (J. Meier, Un ebreo marginale, pag. 62). Siamo poi noi cristiani che in vario modo nei vangeli abbiamo subordinato e finalizzato il Battista a Gesù, ma egli fu un profeta “indipendente che non sentì nessuna esigenza di autodefinirsi in base a una sua relazione con Gesù di Nazareth” (Ivi, pag 62). Semmai fu storicamente Gesù di Nazareth che si recò da lui e si mise alla sua scuola. Il brano si presta a mille riflessioni, ma io voglio soffermarmi sulla statura spirituale di questo profeta che si erge, con parole dure e minacciose, e non ha paura di scagliarsi contro i potenti e contro chi si è addormentato nella funesta presunzione di essere un “garantito della salvezza”. Se noi, abbandonata e portata alla luce l’ideologia polemica e apologetica che fece del Battista il “precursore di Gesù” (i discepoli e gli autori dei vangeli vollero far vedere che Gesù era migliore del Battista), vediamo Giovanni nella sua storicità, il quadro si illumina. Egli è stato il maestro di Gesù che lo ha “segnato” in profondità. E’ il Battista che ha acceso in lui la fiamma della libertà dal legalismo e il senso dell’urgenza della conversione come cambiamento del cuore e delle opere. Poi Gesù, nella sua vita e nel suo insegnamento, svilupperà altre “tonalità”, sposterà alcuni accenti, ma egli rimarrà sempre fedele ad alcuni fondamentali messaggi ricevuti ed elaborati alla scuola del Battista. A molti interrogativi (quanto tempo Gesù rimase con il Battista? Lo seguì saltuariamente o fu parte della sua cerchia più ristretta?…) non siamo in grado di dare una risposta esauriente e precisa, ma la vita, il messaggio e la fine dolorosa del Battista nella prigione romana della fortezza di Macheronte, a est del Mar Morto, impressero nel cuore di Gesù un ricordo vivo di questo maestro pieno di spirito profetico. Voglio ringraziare Dio per questo: come Gesù anch’io sento quanto sia importante nel nostro cammino di fede incontrare persone che ci danno una testimonianza quotidiana concreta e audace. Ho avuto questo dono di poter incontrare negli anni alcune persone in particolare che sono state e sono per me dei “testimoni” di perseveranza, di coerenza e di coraggio. Senza la loro presenza la mia fede avrebbe corso il rischio di diventare un “affare dell’anima” e, anziché una voce, un tranquillo bisbiglio. Certo, i profeti, i/le testimoni vanno cercati nel panorama piuttosto livellato e depresso di una chiesa ridotta spesso a “società di mutuo incensamento” o di “sommesso discorso tra gli addetti”. Grazie, o Dio Ti ringrazio, o Dio, |
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Franco Barbero |
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Traducido en español: Luca Prola
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