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Quando in comunità leggiamo la Bibbia nei quattro gruppi settimanali (per permettere alle persone di scegliere un gruppo che sia compatibile con i diversi orari di lavoro) è ben difficile che ci si annoi. Più scavi e più scopri che il pozzo è profondo e, se sai attingere, che l'acqua è sempre fresca.
Le varie esperienze della vita e i diversi cammini delle persone funzionano come un martello, e così la parola di Dio brilla in rari frammenti e in molteplici scintille. Succede spesso di ringraziare Dio perchè un brano letto dieci o venti volte riservi ancora e sempre significati nuovi e inediti.
Il brano che stiamo ora leggendo, in un gruppo della comunità ha suscitato una "accanita" discussione, un'accalorata ricerca.
Se ci addentriamo ancora un volta in questo paesaggio "sconvolgente" delle beatitudini e ci mettiamo seriamente in cammino lungo questa via può nascerci la tentazione, si annotava, di crederci tanto bravi...
Anche solo il proporci di amare i nemici, di essere magnanimi, di perdonare può costruire in noi una coscienza presuntuosa, sottilmente travestita. Ci possiamo illudere di essere quelli/e che amano persino i nemici, che fanno volontariato gratuitamente (poichè c'è anche in verità un volontariato ben pagato tra le novità di oggi), che perdonano, si prendono cura...; insomma... i buoni cristiani per eccellenza.
Nel nostro piccolo, in tutto questo fare, ci sentiamo come coloro che "danno", che distribuiscono, come una fontana inesauribile, che elargiscono bontà, perdono, tenerezza...
Le cose non stanno così
Ovviamente le indicazioni e le proposte di questo brano biblico sono un pressante invito nella direzione dell'impegno e, quindi, del "fare". Non c'è dubbio.
Ma il versetto 38 ricorda un altro aspetto della realtà: "una misura buona, pigiata, scossa, traboccante sarà versata nel nostro seno". In sostanza il Vangelo pone una correlazione tra ciò che noi diamo e ciò che riceviamo. Merita però che noi, proprio imparando da Gesù, consideriamo più quanto riceviamo che non quanto diamo.
L'immagine è concreta ed eloquente: il frumento viene raccolto nel sacco. E' un buon raccolto. Il contadino pigia e scuote il sacco per riempire tutti i vuoti interni e poi aggiunge ancora altro grano finchè il sacco è stracolmo. Così è nella nostra vita. Chiara, una donna della mia comunità, durante il gruppo ha proposto una riflessione stimolante: "noi spesso ci lamentiamo per ciò che ci manca o per ciò che ci pesa. Abbiamo tutto il diritto di farlo, ma questo può indurci a dimenticare quel tanto che abbiamo. Nella nostra vita abbiamo un 'sacco buono, scarso, pigiato e sovrabbondante' e rischiamo di non vederlo. Soprattutto rischiamo di mettere in secondo piano quello che riceviamo".
Troppo poco consideriamo ed apprezziamo ciò che abbiamo ricevuto e lo stesso poter dare è già in sè un dono di Dio. In più il Vangelo, ricordandoci la fedeltà di Dio, non vuole per nulla incentivare in noi l'idea contrattuale per cui, se faccio bene, avrò una ricompensa. Il "non sperare nulla di ritorno" (versetto 35) è, anzi, proposto come uno dei vertici dell'amore.
Se riconosciamo, in rapporto a Dio e nelle nostre relazioni quotidiane con le persone, che a noi giunge ogni giorno una abbondante "misura" di amore e di stimoli, allora cambia radicalmente il nostro modo di stare al mondo. Non ci sentiamo superiori a nessuno, ma semplici compagni di viaggio. Se, per giunta, scopriamo che in talune stagioni della nostra vita il sacco è "traboccante" diventerà molto normale condividere, senza il complesso del santo o del benefattore.
Quanta strada davanti a noi...
La consapevolezza dei doni ricevuti e delle opportunità di cui disponiamo può sollecitarci a prendere sul serio l'orizzonte enunciato dal versetto 36: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro". La parola greca oictirmôn che traduciamo con "misericordioso" implica prima di tutto "partecipazione" al dolore, alle gioie, alle vicende dei nostri compagni di viaggio vicini e lontani.
Con immagini e metafore anche molto lontane dal nostro immaginario e dal nostro linguaggio di oggi, la Bibbia spesso ci parla di un Dio "partecipe", di un Dio che resta oscuro e inafferrabile. Ma Gesù, in tutta la sua vita e in tutto il suo insegnamento, ci parla di un padre o di un pastore che si mette in viaggio verso chi si è smarrito o perduto/a.
Lo stile di Dio è l'amore che si interessa e si coinvolge. Gesù così ci ha testimoniato Dio. Lui, creatura di Dio come noi, è stato investito dal Padre della missione di Suo testimone per eccellenza: questo appunto significa la metafora "figlio di Dio". Eccolo nelle vie della Palestina a cercare uomini e donne che non interessano a nessuno. Gesù ha vissuto con partecipazione profonda le vicende del suo popolo e dei "dannati della terra".
Egli ci invita ad essere nel mondo e nella chiesa persone che "si prendono a cuore", che non si lasciano collocare nel ruolo di spettatori e non si abbandonano all'indifferenza. Troppe cose, infinite prevaricazioni avvengono nella vita quotidiana, nei vari spazi della società, nelle istituzioni e nella chiesa anche perchè spesso tolleriamo in silenzio, o rassegnati, o spettatori, o indifferenti. Gesù aveva mille motivi per dichiararsi deluso e ritirarsi in un cantuccio dopo i primi "assaggi" della sua vita itinerante. Invece orienta la sua esistenza nella direzione opposta: per lui la "causa di Dio" significa partecipare alla vicenda umana con spirito aperto alla condivisione.
Coniugare questa presenza umile ed attiva non è cosa da poco, ma è proprio questo che Gesù insegnò ai suoi discepoli e alle sue discepole. E' questo che noi ricordiamo quando celebriamo l'eucarestia, un "pane" che non si può "confezionare" da soli.
A nessuno/a di noi è richiesto di fare "tutto alla perfezione": il Vangelo ci invita al viaggio senza costringerci a dei traguardi, come si addice a figli e figlie di Dio responsabili, ma liberi dall'angoscia e dall'ossessione di "produrre virtù" perchè l'Eterno è un padre e una madre, e non un contabile.
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