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Tutti i racconti della chiamata dei primi discepoli sono diversi. Marco e Matteo sono i più concisi e molto simili, mentre i vangeli di Luca e di Giovanni ci presentano due quadri totalmente differenti. Ma, diventati ormai avvezzi a cercare in queste pagine il messaggio e non la cronaca, sappiamo che sotto sotto c'è una realtà che accomuna tutti i vangeli: Gesù, che solitamente si rivolgeva a tutti, ha però chiamato in modo particolarmente coinvolgente al suo seguito quella cerchia ristretta di persone che i Vangeli definiscono "i dodici".
Ovviamente Gesù non ha mai pensato di fondare una nuova religione. L'idea di una comunità "che avrebbe lentamente intrapreso un processo di separazione da Israele... non trova posto nel messaggio o nella prassi di Gesù" (J.P. Meier). Gesù vive, crede e muore nella fede in Israele.
C'è pesca e pesca
Il racconto lucano si concentra sulla figura di Pietro. Giacomo, Giovanni e gli altri sono comparse marginali tanto che la promessa finale di Gesù si rivolge solo a lui: "Non temere: da questo momento sarai pescatore di uomini". In realtà la metafora "pescatori di uomini" ricorre solo una volta nelle scritture cristiane (precisamente in Marco 1,17). L'originale greco del Vangelo di Luca dice testualmente "prenderai uomini" che è il perfetto equivalente di Marco, ha lo stesso significato.
"Pescatore di uomini"
L'espressione "pescatori di uomini" non ricorre mai nel Primo testamento e in generale la metafora della pesca applicata a esseri umani è relativamente rara. Quando ricorre ha sempre il significato ostile di catturare e uccidere qualcuno. La metafora si trova anche nella letteratura di Qumran, sempre per esprimere distruzione o giudizio.
Si noti: l'immagine non ricorre più in altri contesti, cioè non viene applicata se non in riferimento a quei pescatori che Gesù incontrò, intenti al loro compito ordinario. Egli li chiama, adeguandosi al loro lavoro e promette loro un compito nuovo ma corrispondente. Pescatori erano e pescatori saranno...
La metafora viene volta in positivo in modo coerente con il sorprendente, creativo e sconvolgente modo di parlare parabolico del Gesù storico. Così il discepolo viene coinvolto non solo nel seguire Gesù, ma viene invitato a condividerne la missione.
Non si tratta però di leggere in questa metafora un desiderio di conquista o di cattura. Rettamente intesa, questa immagine infonde fiducia e contiene una promessa: se noi annunciamo e testimoniamo il messaggio di Gesù, altre donne e altri uomini entreranno nella "rete del regno di Dio", diventeranno consapevoli del Suo amore.
Una promessa da tenere viva nei nostri cuori e nelle nostre comunità perchè spesso succede che la "fatica di tutta la notte" (versetto 5) non dia alcun risultato visibile e allora viene la voglia di arrendersi, si è sopraffatti dalla stanchezza e dalla sfiducia.
Non temere, prendi il largo
A Pietro (e in lui a ciascuno/a di noi) viene detto: "Non temere... non temere e insieme ai tuoi compagni getta le reti". Penso a quanto bisogno abbiamo di rompere gli indugi e prendere il largo, cioè vivere la nostra fede nel mare dei problemi. Quante suore si sentono mortificate come donne e come cristiane perchè vedono la loro vita ridursi al convento, al loro istituto, al giro malsano delle sante regole con quella malattia devastante che è la sottomissione. E così, non respirando i problemi del mondo, la vita si rimpicciolisce, la "vocazione" intisichisce.
Così è per una parrocchia o per una comunità di base: se ci si chiude nel giro dei fedelissimi, ci si trova come in una casa in cui manca l'aria. Corriamo il rischio di ripetere come un ritornello tante certezze dogmatiche granitiche come blocchi di marmo..., ma il Vangelo è un'altra pasta.
Possiamo difendere regole, regolamenti, tradizioni, consuetudini, leggi del diritto canonico, la sacralità della famiglia... e non accorgerci che il fiume della vita e il soffio dello Spirito di Dio passano altrove. Possiamo pensare di difendere una morale sessuale ed essere invece semplicemente schiavi delle nostre ossessioni e dei nostri pregiudizi.
Se non usciamo dalle prigioni dei nostri dogmi scaduti e delle nostre "dottrine" infallibili per riprendere la "narratio fidei", cioè l'annuncio di quel Dio amante di cui le Scritture ci danno testimonianza, possiamo aggrapparci a tutto il nostro armamentario di santi e di madonne multicolori che ridono o che piangono, ma viviamo in difesa. La fede non è fatta per uno stagno, ma per la vita degli uomini e delle donne.
Non voglio essere frainteso. Non sto inneggiando all'individualismo o al ribellismo. Non sto addomesticando il Vangelo per renderlo inoffensivo e funzionale al pensiero dominante. Sto dicendo esattamente l'opposto. Gesù non si è rinchiuso in una sinagoga o in una area protetta. Ha raccolto le sfide della vita del suo popolo e lì ha vissuto la sua fede nell'Eterno, lì ha predicato e testimoniato il regno di Dio, lì ha ascoltato ed incontrato le persone. E' nel mare aperto della vita di oggi che bisogna reinventare le parole, i sentieri, i "gesti", le scelte.
La "chiesa della compagnia" è altra cosa da una chiesa che dirige dall'alto e distribuisce certezze, riafferma principi, presume di decidere dove sta il bene e dove sta il male.
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