Per chi continua a leggere i racconti di miracolo “alla lettera”, questo brano fa invidia a tutti i maghi e i giocolieri di questo mondo.
Ma il Gesù mago, che ha il tocco magico per ogni situazione di sofferenza e di miseria, rappresenta un totale travisamento del messaggio biblico. E’ anche comodo. Fa tutto lui e noi siamo gli attoniti spettatori.
Questo brano ha dei chiari riferimenti e dei noti antecedenti nelle Scritture del Primo Testamento. Come al tempo dell’Esodo (Esodo 16, Numeri 11) Dio provvide il cibo al popolo, così al tempo del profeta Eliseo (2 Re 4, 42 44) pochi pani d’orzo e di farro sfamarono una moltitudine e “ne avanzò”. Luca costruì questo brano in riferimento a questi “motivi fondamentali”. Dove c’è l’annuncio del regno di Dio e dove c’è l’azione profetica, il pane cresce e fiorisce l’abbondanza per tutti.
“Date voi loro da mangiare”. La dimensione ironica è evidente. Gesù fa il provocatore: come potrebbero i discepoli sfamare circa 5000 persone con cinque pani e due pesci? Come potrebbero andare a comperare se è sera e sono in una zona desertica? I dati numerici non illustrano una situazione reale, ma costruiscono un quadro disperato. L’assurdo comando di Gesù e la quantità visibilmente piccola dei viveri a disposizione conferiscono ancora maggiore risalto alla conclusione: tutti mangiarono a sazietà e si raccolsero 12 ceste di avanzi. Il passaggio è così descritto in modo enfatico: un felice ed eloquente contrasto tra la miseria e l’abbondanza.
Sono i versetti centrali che “spiegano” il senso profondo di questa pagina. Notiamo i cinque movimenti descritti nel versetto 16: Gesù prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, li benedice, li spezza, li dà ai discepoli perché li distribuiscano. Con quei pochi pani tra le mani Gesù alza gli occhi al cielo e li benedice. Alzare gli occhi al cielo nella Bibbia è il segno di chi fa appello a Dio e riconosce in Lui la fonte di ogni bene. Benedire i pani significa riconoscerli come doni che provengono da Lui e che quindi hanno una destinazione aperta e non possono tradursi in un possesso geloso. Guardare il cielo significa anche attingere da Dio la forza di spezzare e di distribuire. Ecco i “movimenti” successivi che portano tutti alla sazietà. In tutto questo quadro Gesù è la vivente “parabola del regno di Dio”.
Ma questo brano, dentro la cultura del possesso e dell’avidità, oggi è testimone e rivelatore del cuore umano. Se non alziamo gli occhi al cielo, se non facciamo appello al soffio vivificatore di Dio, chi di noi troverà il coraggio di condividere anziché accumulare? I “venti” della cultura dominante spingono in ben altra direzione e nessuno/a di noi è immune da questo contagio. Il teologo Hugo Assmann scrive: “Chi scommette sull’idea di esseri umani spontaneamente generosi e sempre disponibili nel manifestare la solidarietà, si sbaglia…”. Si tratta di convertirci alla solidarietà in un cammino in cui siamo tutti apprendisti.
E’ evidente che il brano evangelico nella festività di oggi ha un riferimento eucaristico. Se le risorse ci sono per tutti/e, allora non si vive l’eucarestia facendo processioni o “adorazioni del santissimo sacramento” (tutte pratiche tardive prive di ogni ancoraggio biblico), ma alzando gli occhi al cielo perché Dio ci doni la forza di convertirci alla condivisione, lottando contro il nostro egoismo personale e contro le regole vincenti di questa società. E’ bella l’immagine dei discepoli che “distribuiscono” alla folla. Costituisce un'indicazione precisa: o le chiese ingaggiano la battaglia contro le logiche e le strutture dell’accumulazione oppure diventano "enti inutili".
L’eucarestia, ricompresa nella sua radicale testimonianza della prassi del regno di Dio, è qualcosa che rimette in discussione ciascuno di noi e tutta la vita delle nostre chiese. E’ più comodo ammansirla e “disinnescare” la sua dirompenza riducendola alla consumazione individuale di un’ostia di cibo spirituale. Un’eucarestia così va bene anche a Berlusconi o a Pinochet. La digeriscono senza bruciori di stomaco e… di coscienza.