| Commento alla lettura biblica liturgica del 20 giugno 2004 | ||
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Dire e fare |
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Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà (Luca 9, 18-24). |
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Il brano dell’evangelo di questa domenica è collocato tra due episodi estremamente significativi della storia di Gesù e del suo movimento: il segno di condivisione dei pani e dei pesci e la trasfigurazione. Due momenti opposti ma non contrapposti: il primo calato nella concretezza della quotidianità, in cui viene risolta una situazione difficile in cui occorre dar da mangiare alla moltitudine che era venuta ad ascoltare Gesù; il secondo molto intimo e avvolto di tensione mistica al quale sono presenti oltre Gesù, solo Pietro, Giacomo e Giovanni. Tra queste due sponde viene inserito il brano della confessione di Pietro. Tra la sponda della prassi e quella della mistica, dove si colloca Gesù? E soprattutto dove lo collocano le folle, i discepoli e dove lo collochiamo noi? Molte voci corrono su di lui: Giovanni il Battista, l’istanza radicale del cambiamento di vita per il regno dei cieli, Elia, il profeta dai segni straordinari e della strenua lotta contro l’idolatria… oppure “uno degli antichi profeti resuscitato” che avevano annunciato la giustizia dell’Eterno e per questo avevano pagato un caro prezzo. Fra le tracce di costoro si confondevano quelle del falegname di Nazareth. “E voi, chi dite che io sia?” La domanda di Gesù può significare molte cose: smarrimento, bisogno di conferma, interrogativo sul senso delle proprie scelte, sul fatto di essere o meno incamminati sui sentieri di Dio. Pietro lo rassicura: “Tu sei il cristo di Dio”. Nella tradizione ebraica l’unzione aveva significato di conferimento di un incarico importante: sommo sacerdote, re, profeta. Per il sommo sacerdote addirittura si afferma che “l’unzione del suo Dio è su di lui” (Lev 21,12). Gesù viene riconosciuto come uno che ha ricevuto da Dio un incarico importante, ma anche qualcosa in più che sfugge ancora oggi alla nostra comprensione. Non è solo stato “unto da Dio” ma è “il cristo di Dio”. Questa confessione è quella delle prime comunità ed è anche la nostra oggi, anche se il significato di quella unzione può essere controverso. Mi sembra centrale invece la domanda di Gesù: “…e voi, chi dite ch’io sia ?”. Noi abbiamo il vantaggio di guardare a questa domanda dall’alto di duemila anni di storia. Nella storia si sono contrapposte fin dai primi secoli due tendenze: chi vedeva nel maestro un essere totalmente spirituale e quindi non soggetto alle passioni, agli errori tipici dell’uomo, e chi invece lo vedeva come un profeta coinvolto nella storia e partecipe della gioia e del dolore che incontrava nella strada. Nei primi secoli del cristianesimo si contrapposero queste due visioni, le comunità si scomunicarono a vicenda per l’interpretazione della “vera natura del cristo”. Alla fine prevalse una formula, limitata come tutte le formule umane: la doppia natura: “vero Dio e vero uomo”. Non è che si fosse risolto il problema perché la definizione è sibillina: cosa significa? E via di nuovo con le interpretazioni. In comunità di base per esempio preferiamo dire che in Gesù un vero Dio incontra un vero uomo. Rimane aperta la domanda “…e voi chi dite che io sia”. E’ fatta ad ognuno e ognuna di noi questa domanda e la risposta passa per la nostra vita. Per comprendere il significato di quella domanda potremmo riformularla in modo più pragmatico: “…cosa ha fatto Gesù nella tua vita?”, “Come la sua vicenda si è intrecciata con la tua?”. La risposta non può che essere individuale. Nel brano alla confessione di Pietro segue un ridimensionamento di Gesù. Sembra quasi che fin da subito ci fosse bisogno di chiarire il significato di quelle parole. Essere il cristo di Dio implica rifiuto da parte del potere, anziani e capi dei sacerdoti, che vedono in lui una minaccia: non tanto come sobillatore di folle, ma come pungolo per il proprio cuore di persone che un tempo furono unte per quel loro incarico ma che avevano perso per strada il significato profondo di quell’unzione. Gesù era il testimone vivente della loro inadeguatezza: era la sua prassi di vita che li accusava e li smascherava di fronte a se stessi e alle folle. Il rifiuto può spingersi fino all’eliminazione fisica ma Dio non abbandona neanche in quel momento. Gesù parla poi di loro, dei discepoli preannunciando le difficoltà che incontreranno nella costruzione del regno dei cieli e pone la questione in modo drastico: “…chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per esso la salverà”. Qui si intravede l’eco redazionale: le prime comunità avevano dovuto confrontarsi con il rifiuto, con le difficoltà della condivisione, con le divisioni interne. Di fronte a tutto ciò occorreva scegliere, dare un nome a quella domanda di Gesù con la propria esistenza. Come riuscire a stare dentro il sogno del regno di Dio? Uno spunto è offerto dalla collocazione del brano: tra il segno dei pani e dei pesci e la trasfigurazione, tra una modalità di affrontare la concretezza della vita e una modalità di vivere l’intimità con Dio. Prassi di condivisione e preghiera, politica e mistica, dentro la storia e in ascolto dell’Eterno. Gesù non ha mai scisso questi momenti nel proprio cuore ma li ha intrecciati mirabilmente come solo un grande artista potrebbe fare. Si è fidato e affidato a Dio, ha camminato con la gente, ha condiviso e pianto, si è allontanato per stare da solo con Dio. Nel nostro tempo popolato di idoli, in cui l’immagine conta più di tutto, in cui poteri tremendi si confrontano e calpestano i semplici, la domanda di Gesù risuona ancora, però come un ammonimento: ma chi sono io per te? Ho ancora qualche significato? Se ha ancora senso che resti nella tua vita allora svegliati, non piangerti addosso, raccogli le tue difficoltà e seguimi, il regno di Dio è imminente. |
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Angelo Merletti |
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I prossimi commenti... Domenica 27 Giugno 2004 (Lc 9,51-62) - a cura di Domenico Ghirardotti |
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