| Commento alla lettura biblica liturgica del 11 luglio 2004 | ||
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A domande... domande |
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Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso» (Luca 10, 25-37). |
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Molte sono le riflessioni e gli spunti che possiamo trarre dal brano del vangelo di questa domenica. Si tratta di una delle più note parabole raccontate da Gesù. Il centro della parabola è una domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Secondo lo stile ebraico, le domande suscitano altre domande e altre ancora. Se proviamo a contarle in questo breve brano ce ne sono ben 5: due del dottore della legge e tre di Gesù. Nel nostro modo di pensare, ad una domanda deve seguire una risposta che è tanto più soddisfacente quanto più cancella il dubbio insito nella domanda. Di solito poi c’è chi fa le domande e chi da le risposte; i due ruoli sono ben separati, basti pensare alla scuola: allievo docente o al rapporto: pubblico esperto in cui su ogni argomento un fantomatico esperto interviene a tranquillizzare gli animi su ogni genere di dubbio: da quelli sulle ricette culinarie, alla salute fino ai dubbi esistenziali, al futuro incerto, ecc… Sarebbe molto interessante provare a cambiare le regole del gioco: invitare un esperto che alle domande risponda con altre domande, ma forse, siamo troppo poco abituati a ciò che inquieta e un tale “esperto” non durerebbe molto nei rassicuranti programmi televisivi. La domanda obbliga a scavare dentro la coscienza che non è facilmente addomesticabile, a meno che non la si interpelli: cioè, appunto, non le si ponga domande. Il dottore della legge è uno che fa domande. Malignamente Luca giustifica il suo atteggiamento dicendo che voleva mettere alla prova Gesù. Lo stile rabbinico tuttavia è proprio basato sulla domanda che ne suscita un’altra: “il tal maestro dice….. ma io vi dico…”, a volte in contrapposizione, più spesso a fianco. Così è nato il Talmud, il grande commento alle scritture ebraiche. Alla domanda del dottore della legge sulla prassi per ereditare la vita eterna, Gesù lo interroga sulla legge: “Cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Domanda oziosa poiché il dottore della legge era… del mestiere! La risposta è quanto mai appropriata e va a toccare il cuore stesso della legge. Vengono citati due passi, Dt 6,5 e Lv 19,18 tuttavia nella seconda citazione, quella sul prossimo, sottintende il verbo amare. Questa scorciatoia sembra denotare la caratteristica degli insegnanti: a forza di ripetere le formule non ci riflettono più sopra. Succede così anche ai nostri giorni. Gesù invita il dottore della legge a mettere in pratica quella formula: “Fa questo e vivrai” . Si noti che lo stesso verbo sarà ripreso alla fine del brano. L’invito ad una prassi fa dunque da cornice alla parabola del buon samaritano. Il dottore non pago della risposta di Gesù approfondisce l’argomento: “e chi è il mio prossimo?”. La domanda è quanto mai appropriata. In effetti nelle scuole rabbiniche del tempo si dibatteva se il “prossimo” fossero solo i membri del popolo ebraico o, più universalmente, anche i gentili. Se usassimo un puro criterio di simmetria il rabbi prima di chiedere “chi è il mio prossimo” avrebbe dovuto chiedere “chi è il mio Dio”, tuttavia tale domanda, oltre ad essere completamente fuori luogo per un ebreo del tempo, era anche fuori dal suo modo di concepire Dio. L’ebreo non si pone domande sull’essenza “chi è…”, piuttosto racconta cosa Dio ha fatto per lui: “Ci ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto, ci ha tratto da una terra straniera, ci ha guidato nel deserto, ci ha fatto dono della legge…”. In tal senso anche la domanda sul prossimo è mal posta e Gesù ne coglie la debolezza trasferendo sul terreno della prassi di vita quella voleva essere una risposta accademica. Racconta una parabola L’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico non è ben identificato, poteva essere un ebreo che tornava da un pellegrinaggio al tempio, ma poteva anche essere uno straniero, un commerciante di ritorno dai propri affari. Doveva avere dei beni per costituire una preda appetibile per i briganti che infestavano quella strada. Infatti viene derubato, percosso, abbandonato sul ciglio della strada in fin di vita. Passa un sacerdote e va oltre, così un levita e va oltre. Ad entrambe era precluso entrare in contatto con un morto pena un complicato rituale di purificazione (Lev 21,1; Nm 19,14). Un samaritano, che non ha vincoli del genere, “passandogli accanto, lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite,…” e via, in un crescendo di attenzioni, si prende cura di lui. Sembra che Gesù abbia intuito il senso profondo della domanda del dottore della legge e voglia scardinarne le certezze. Sceglie come esempi negativi due “colleghi” del rabbi e come positivo un samaritano. Gli ebrei dicevano peste e corna dei samaritani poiché al tempo dell’invasione del regno del nord, si erano contaminati con gli invasori assiri. Gesù si sofferma inoltre sulle attenzioni del samaritano nei confronti dello sfortunato sconosciuto; attenzioni che vanno al di la del “mettere in pratica un comandamento” ma denotano uno stile di vita che oggi definiremmo solidale. La parabola termina con una domanda da parte di Gesù: “Chi dei tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Attraverso questa domanda rovescia la prospettiva: il prossimo siamo noi quando diventiamo prossimi; diventare prossimo è una prassi di vita oltre i confini di razze e nazionalità. Il dottore della legge era acuto ed aveva capito subito centrando, come al solito, la risposta: “Chi ha avuto compassione di lui”. Diventare prossimo è avere compassione secondo l’etimo della parola “cum (con) passionis (dolore)”, provare un moto dell’animo che porta a soffrire dei mali altrui come se fossero propri, e agire di conseguenza. Forse aveva bisogno di qualcuno che glielo dicesse, o che gli facesse riassaporare la profondità di una legge che va dritta al cuore e ne chiede il completo coinvolgimento. “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” è il congedo di Gesù. Fare della legge una prassi del cuore era il punto più alto della spiritualità ebraica. La parabola è contenuta in questa cornice: all’inizio “Fa questo e vivrai”, alla fine “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Di fronte ai milioni di sconosciuti assaliti non da poveri briganti ma da ricchi sfondati e lasciati mezzi morti alle periferie del nostro mondo civilizzato come vogliamo comportarci? Come diligenti osservanti della legge, anche se la legge è iniqua, o come persone capaci di compassione? Di fronte a uno stato che riconosce diritti elementari ai propri cittadini e che li nega sistematicamente a chi non è cittadino italiano dove scegliamo di stare? Di fronte ad una informazione che denigra continuamente lo straniero, novello samaritano, parlandone quasi sempre in modo negativo chi scegliamo di ascoltare? Forse dovremmo semplicemente aspettare di venire a nostra volta assaliti dai nuovi furfanti della finanza e del capitale; essere bastonati e lasciati mezzi morti sul ciglio di una strada di periferia; ignorati da un potere che non vuole più responsabilità: pensate a come certi contratti di lavoro siano ricatti e non contratti, pur rientrando nella legalità e lascino i malcapitati e le malcapitate in una posizione totalmente subalterna nelle mani dell’azienda. Possiamo solo sperare che passi di li un samaritano, che abbia compassione di noi e che non ci tratti come lui è stato trattato; e che questo incontro ci possa aprire gli occhi. |
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Angelo Merletti |
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Domenica 18 Luglio 2004 (Lc 10,38-42) - a cura di Carla Galetto |
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