Il brano di oggi va letto come unità letteraria e teologica con la parabola del buon pastore. Quando la Bibbia vuole tessere un elogio altissimo di una persona, di un re, di un profeta, di un maestro…, lo dipinge nei panni di un buon pastore. Non solo perché in una cultura agricolo-pastorale questo era un linguaggio di immediata comprensione, ma ancor più perché nelle Scritture antiche è Dio stesso che viene presentato come il pastore buono per eccellenza. Ecco allora che presentare Gesù come il buon pastore significa riconoscere in lui il testimone di Dio, colui che Dio ha investito della missione di prendersi cura delle Sue “pecore”.
Oggi parlare di pastori, in questa società elettronica e mediatica, sembra un riferimento ad uno scenario bucolico, agreste di altri tempi. Se poi uniamo “pastore e gregge”, il discorso non diventa solo estraneo per la maggioranza di noi, ma addirittura ambiguo: ci sono troppe persone che vogliono contornarsi di pecore docili ed obbedienti, che sognano una società di “pecoroni” allineati e acritici da governare e manipolare a loro piacere. Anche certo ritornante parlare di “docili pecore”, di “sacri pastori” e di figli devoti della chiesa è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale tutta ben ordinata e obbediente agli ordini della gerarchia.
Il simbolo della cura amorevole
Per non cadere in queste gravi ambiguità occorre ricordare che l’immagine del pastore e del gregge avevano ben altro significato, ben altra risonanza negli scritti biblici. Il contesto in cui i primi lettori delle Scritture vivevano, presentava spesso davanti ai loro occhi il passaggio di un gregge amorevolmente guidato da un pastore. Il pastore era il simbolo della cura: egli conosceva le sue pecore ad una ad una, i loro bisogni, le loro fragilità, il loro “temperamento”, il loro passo veloce o zoppicante.
Il pastore affidabile conosceva i pericoli dei sentieri, le insidie del cammino, i percorsi scoscesi e i dirupi; sapeva dove si trovavamo le sorgenti d’acqua e dove c’erano zone aride e brulle oppure erbose. Anche la notte il suo cuore e i suoi occhi erano attenti al minimo rumore sospetto. A volte il pastore si era caricato sulle spalle la pecore zoppicante o ferita... Un buon pastore aveva, dunque, un bel corredo di qualità, ma soprattutto era un uomo dedito al suo gregge. Lo amava, lo guidava saggiamente verso i pascoli sani e nutrienti e, all’occorrenza, sapeva difenderlo.
Il contesto comunitario
Quando l’ultimo redattore del Vangelo di Giovanni (95 - 100 dopo Cristo) traccia questa bella icona del nazareno non ha tanto la preoccupazione di riportarci un “discorso” di Gesù. Egli piuttosto ripropone una densa “meditazione” che nella sua comunità era maturata nel tempo: Gesù era stato davvero un pastore buono, amorevole, che si era preso cura delle pecore deboli.
La comunità di Giovanni pensava a Gesù con questo immaginario affettivo davvero efficace. Siccome già all’interno della comunità c’erano alcuni che cominciavano a farla da padroni, a voler prevalere e “ambivano il primo posto” (3a lettera di Giovanni) dimenticando l’esempio del maestro che si era fatto “servo” di tutti, Giovanni colloca in grande evidenza due passi stupendi. Il primo è la lavanda dei piedi (Giovanni 13) e il secondo è la parabola del buon pastore. Si tratta di due pagine di forte sapore polemico e di genuina correzione fraterna.
Come riportare la comunità e principalmente coloro che in essa svolgono un ministero sulla strada del Vangelo? Come contrastare l’infezione mondana che sta corrompendo la comunità e trasformando il servizio in potere? Come svelare la possibilità, sempre presente in chi esercita una funzione autorevole, di pervertire il suo ministero cadendo nella tentazione del potere e del primeggiare? Davanti a questi interrogativi il nostro redattore del Vangelo (che noi chiamiamo Giovanni) individua una risposta, una strada: ripropone a tutta la comunità e a se stesso l’immagine di Gesù buon pastore. Amore, servizio, coerenza sembrano i colori di questa “icona”. Questa, e non altra, è la strada che Dio ci indica attraverso la testimonianza di Gesù. Per Giovanni occorre sempre rifarsi a quel maestro che ha lavato i piedi, a quel pastore amoroso che le folle della Palestina e il gruppo dei discepoli e delle discepole avevano conosciuto ed esperimentato, a quel profeta che annunciava e testimoniava l’amore di Dio verso le Sue creature con gesti e parole di cura.
La lezione resta attuale
Eccome! Questo insegnamento non ha perso vigore e validità oggi per noi, tanto nella chiesa quanto nella società. Se nella letteratura classica i re venivano chiamati “pastori dei popoli”, le Scritture enunciano i lineamenti spirituali delle “guide”, degli anziani e dei diaconi delle comunità con i tratti del “buon pastore” oppure dei pastori mercenari e infedeli. Prenderci cura anziché cercare il nostro potere è la direzione che la Bibbia indica per ciascuno di noi all’interno della nostra esperienza di fede, come uomini e come donne, come ministri o come laici.
Ma quanto potrebbero riflettere in questa direzione tutti coloro che hanno responsabilità politiche, culturali, educative. L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. Oggi siamo immersi in uno scenario in cui, senza generalizzare, si vedono molte autorità politiche occuparsi dei propri interessi personali o di famiglia, pascersi di vanità e di potere. Molti mercenari siedono in alto. Il “caso Italia” non è l’unico. Ciascuno/a di noi può nella sua vita quotidiana domandarsi come genitore, insegnante, educatore, professionista, operaio, impiegato, amico/a … se davvero vive le relazioni come luogo d’amore, come spazio e pratica di cura reciproca. Questo è un cammino in cui si entra lentamente, faticosamente ma anche gioiosamente, liberandoci dalla disattenzione e dallo spirito mercenario.
Conduce fuori, spinge fuori, cammina davanti
Non voglio dimenticare i versetti 3 e 4 di cui ho fornito in questo sottotitolo la traduzione letterale del testo greco. Il buon pastore conduce fuori le pecore, le spinge all’aperto e cammina davanti a loro… Ecco come penso e sogno, a partire da questa bella immagine “pastorale” di Gesù, il compito di chi svolge un ministero, un servizio di animazione nella comunità cristiana. Come suscita fiducia in Dio questo accompagnare le persone verso la vita adulta, verso l’assunzione delle proprie responsabilità, verso la capacità di decidere autonomamente al cospetto di Dio rompendo infantili e mortificanti dipendenze.
In una chiesa in cui spesso, come succede in questi anni, le gerarchie tengono le persone “dentro” i propri recinti istituzionali e, anziché “spingerle” a vivere una fede matura e libera nel mondo, le rinchiudono dentro “ovili ecclesiastici” sempre più rigidi e stretti, questo orizzonte è estremamente rilevante. Spesso, lo ricordo con dolore, ci tocca constatare la presenza di una “chiesa della paura”, una chiesa che tira indietro … anziché camminare avanti fiduciosamente. Anzi, questa chiesa gerarchica parte sempre ad acciuffare chi, stanco di certa aria avvizzita del recinto chiuso e delle risposte preconfezionate, si inoltra “fuori” dello spazio autorizzato … in cerca delle “verdi erbe” del Vangelo. A molti questa “chiesa dei no”, questa chiesa che tira indietro e proibisce le boccate d’aria pura, è diventata una casa malsana dalla quale è addirittura necessario uscire.
Chi, come me, pensa invece che in questa chiesa - che amo appassionatamente nonostante tutto - sia bello e fecondo rimanere, cerca di aprire porte e finestre, di far saltare qualche catena perché la casa sia più accogliente, più spaziosa, più amante delle voci della strada, più vicina al Vangelo di Gesù, alla sua pratica di buon pastore. Se oggi come chiesa non ci decidiamo ad aprire le nostre finestre a nuove voci, al grido della strada, al soffio “sconvolgente” del vento di Dio… rischiamo di imprigionare molte persone dentro una fitta rete di leggi e leggine che poco o nulla hanno in comune con il Vangelo di Gesù.
Il buon Pastore
O Dio, che hai regalato al mondo e alle chiese tanti buoni pastori, tante donne e tanti uomini che vivono la loro funzione come servizio di amore, noi Ti ringraziamo per la testimonianza che ci hai dato mediante Gesù, il buon pastore. Ma, soprattutto, noi ci rivolgiamo a Te sapendo che le Scritture fanno di Te non solo il pastore buono ed amorevole, ma l’unico pastore a cui possiamo affidare le nostre esistenze. Così Ti preghiamo con il Salmo 23:
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del Suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché Tu sei con me.
Il Tuo bastone e il Tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me Tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.
Fiducia
A guardare la società di oggi (nella quale i mercenari tornano di moda anche tra la gente del popolo) si ha l’idea che troppi pastori siano diventati dei macellai. Interessano le “pecore” quando procurano consenso, potere, voti, denaro, immagine. Ma è pur vero che, se c’è un po’ di fiuto e di saggezza, è ben possibile conoscere chi è onesto e chi è mestierante.
Giovanni, continuando il suo linguaggio iconico e mistico, dipingendo Gesù ci indica la “struttura” del pastore degno di questo nome: è colui che sente che le “pecore” gli sono state affidate da Dio e non sono una proprietà di cui può disporre a piacimento. Il cuore del pastore è in totale sintonia e condivide gli stessi sentimenti di cura di colui che gli ha affidato le pecore. Ecco Gesù, il suo “ritratto” spirituale concreto: “Io e il Padre siano una cosa sola”.
Questa non è un’affermazione dogmatica; si tratta di una espressione funzionale che dipinge l’unità di intenti, la completa adesione di Gesù alla missione che Dio gli ha affidato. Di due persone che si amano intensamente anche noi diciamo metaforicamente: “Sono una cosa sola… Sono un cuor solo ed un’anima sola”, ma sappiamo bene che esse restano due persone distinte e separate. In qualche modo, se cerchiamo di aderire alla volontà di Dio come ha fatto Gesù, anche noi diventiamo persone che imparano a prendersi cura.
Di questo hanno bisogno il mondo e la chiesa se vogliono rigenerarsi. Di questa capacità di prenderci cura abbiamo bisogno noi per convertirci ogni giorno al Vangelo di Gesù.