Una premessa
In queste settimane mediteremo dei testi come succede del resto un po’ tutto l’anno in cui Dio viene “nominato” con la metafora del “Padre”. Le teologie femministe in particolare ci hanno aiutato, ormai da molti anni, a riflettere con maggior consapevolezza sul fatto che Dio è tanto padre quanto madre; anzi Dio non è una realtà sessuata. L’osservazione non è né ovvia, né banale, né scontata perché spesso nella tradizione cristiana l’accezione maschile di Dio ha favorito la deviazione di un immaginario maschilista e patriarcale che poi ha invaso la teologia e le strutture delle chiese cristiane favorendo l’emarginazione delle donne.
Dio è stato vestito di panni maschili compiendo così un grave travisamento teologico e culturale che ha poi registrato spesso gravi ricadute nei rapporti uomo donna. Qui Dio Padre è usato con valenze completamente diverse. Sulla bocca di Gesù è cifra dell’amore accogliente.
Per favorire questa analisi e questo approfondimento in appendice alla presente predicazione riporto una pagina che curai su “Viottoli” 2/2003 segnalando un volume su “Il Padre nostro”.
Amore straripante
Ho davanti a me una montagna di commentari biblici in cui, con competenza e passione, si legge e si medita su questa straordinaria parabola. Gli studiosi non sono nemmeno d’accordo sul “titolo”. Parabola del “Padre e i figli” oppure parabola del “Padre misericordioso” o del “figliol prodigo”?
Ma questa divergenza è tutto sommato irrilevante. Infatti si tratta di una pagina talmente “straripante” di significati che diventa quasi impossibile darle un “titolo” capace di cogliere la punta della parabola. Per quel che riguarda il contenuto essa invece è unitaria; nessun singolo elemento può essere eliminato senza pregiudicare l’intera struttura narrativa della parabola.
Un po’ di attenzione al testo
Mi servo di due pagine che ritengo straordinariamente espressive del grande esegeta di Zurigo (HANS WEDER, Metafore del regno, Paideia Editrice, pagg. 304-305).
“Un primo momento dell’interpretazione deve consistere nell’esaminare la narrazione in se stessa. Dopo un breve antefatto (vv. 11 e s.) che illustra la situazione di partenza e mette in movimento l’azione con la divisione dei beni paterni, segue la prima parte (vv. 13-24), che narra la sorte del figlio minore. La sua degradazione (vv. 13-16) inizia con la sua emigrazione in un paese lontano, dove egli perde il patrimonio; la degradazione prosegue: il figlio si trova nel bisogno; inoltre perde la sua purezza religiosa ebraica, quando è costretto a pascolare i porci di un pagano. La degradazione raggiunge il culmine, quando il figlio che ormai lotta per la pura e semplice sopravvivenza non riesce a saziare la sua fame neanche con il cibo dei maiali.
A questo punto la narrazione arriva alla peripezia cioè alla svolta che cambia il corso dell’azione (vv. 17-19) nella quale il figlio riflette razionalmente sulla sua situazione mettendola a confronto con quella dei salariati di suo padre. Il confronto gli rivela che la cosa più ovvia è tornare a casa e chiedere al padre di essere assunto come salariato. Il figlio riconosce che non ha più alcun diritto di essere chiamato figlio, perché ha peccato contro il cielo e contro il padre.
Gli eventi al suo ritorno si svolgono in maniera inaspettata (vv. 20-24): il padre previene la sua confessione di colpevolezza, abbracciando e baciando il figlio; in questo modo il padre annulla il passato del figlio, gli ridà la condizione di figlio e fa preparare una festa. Il figlio non riesce neppure a formulare la richiesta di essere assunto come salariato, poiché è già divenuto di nuovo il figlio del padrone e la festa non consente rinvii.
Nella seconda parte (vv. 25-32) è in primo piano il figlio maggiore: ritornando dai campi gli arriva l’eco della musica e delle danze; irritato si informa sull’accaduto; il resoconto del servo è formulato in modo tale da suggerire l’ovvietà del comportamento paterno. Il figlio maggiore non riesce però a vedere la questione con gli occhi del padre; adirato rimane fuori. Il padre viene a pregarlo. Ma il figlio resta aggrappato alla sua giustizia; non può accettare il minore come fratello (perciò dice “questo tuo figlio”, v. 30). Il padre ascolta i suoi argomenti e li confuta; ancora una volta prega il figlio di partecipare alla festa, affinché nella festa comune ridiventi figlio e fratello.
La figura centrale della narrazione (anche se non è sempre lui il protagonista) è il padre. E’ lui che conferisce unità alla vicenda dell’uno e dell’altro figlio; il suo amore incontenibile lo spinge a correre incontro al figlio minore e ad invitare il maggiore a lasciar da parte la sua giustizia ed a far festa assieme. L’obiettivo fondamentale di questo amore è la ricomposizione della totalità”.
Accoglie l’uno e non dimentica l’altro
Questo padre che nella parabola rimanda chiaramente a Dio non si limita ad un amore generico ed indifferenziato. Non si tratta di un amore di buoni sentimenti e di facili emozioni. Il Padre orienta il Suo amore a persone precise, in contesti precisi, in modo concreto, da cuore a cuore. Così la parabola ci parla, allude, tenta di esprimere il “come” dell’amore di Dio.
Al figlio che era partito da casa il Padre accorda un perdono che trionfa sul suo passato. Egli viene così introdotto in un presente nuovo. Ma il fratello maggiore si è anche lui perso dentro il suo perbenismo, dentro la sua osservanza. Si tratta di due fratelli entrambi “perduti”, anche se in modi diversi. Dio, nelle vesti di questo Padre, vuole riunirli ambedue nella festa dell’amore.
Questo succede quando si accoglie il regno di Dio, il Suo amore trasformante: il figlio minore si fa più “vicino a se stesso” riscoprendosi figlio e il fratello maggiore si fa più vicino all’altro uomo riscoprendolo fratello. La “festa dell’amore”, cioè il coinvolgimento nella strada di Dio, mette ognuno dei fratelli in un cammino e in un orizzonte nuovo. La conversione è cammino di tutti e due, di ciascuno/a di noi.
Se per caso…
Forse già Luca voleva ricordare alla sua comunità che la facili categorizzazioni sono false: la comunità non è divisibile come un pezzo di parmigiano in buoni e cattivi. L’unità sostanziale di una comunità cristiana consiste nel prendere coscienza che il Padre ci cerca, ci accoglie, ci invita, ci avvolge tutti/e con il Suo amore e nessuno/a di noi può pensare che la conversione sia faccenda che riguarda esclusivamente altri.
Forse Luca, buon conoscitore della sua comunità, voleva anche offrire ai fratelli e alle sorelle uno stimolo a fare i conti con questo amore straripante di Dio per “provocarli” a guardare oltre i calcoli, le meschinerie o le arroganze che spesso segnano i nostri rapporti quotidiani.
Disorientamento e ri-orientamento
La teologa Sallie McFague in un volume scritto molti anni fa ma edito in Italia solo nel 1998 (Modelli di Dio, Editrice Claudiana) scrive: “La parabola ha inizio nel mondo ordinario, con i suoi modelli e le sue attese convenzionali, ma nel corso della “storia” viene introdotta una prospettiva radicalmente diversa che disorienta l’ascoltatore e… viene creata una tensione che sfocia in un riorientamento, una ridefinizione della vita… La parabola costituisce un attacco contro le convenzioni accettate che la gente costruisce per proprio conforto e sicurezza. La parabola è un racconto inteso a invertire e sovvertire queste strutture culturali e sociali e a suggerire che la via del regno di Dio non è quella del mondo. Nelle parabole di Gesù vediamo un figlio maggiore che non ottiene quel che merita e un figlio minore che ottiene quel che non merita” (ivi, pag. 79).
Il nostro orientamento perbenista e logico subisce un radicale disorientamento e poi… compare all’orizzonte un riorientamento che comporta una nuova visione e impostazione delle relazioni e della vita.
Insomma, seguire Gesù significa accettare lo sconcerto di un disorientamento che fa crollare il “modello” vincente in questa società e accettare di essere “riorientati” e accompagnati dalla mano invisibile di Dio: un programma che passa attraverso la destabilizzazione di tutto il nostro “palazzo”. Capisco allora perché la curia romana rimane aggrappata alle vecchie istituzioni prive di ogni spessore di fede. Difendono il castello del potere e dei dogmi perché non riescono ad accettare “il dono dello smarrimento”, il disorientamento necessario per entrare in un nuovo cammino: chi non si tuffa nelle acque non arriva all’altra riva.
La “terraferma” delle nostre sicurezze spesso è la nostra prigione, la nostra rovina. Se non ti muovi di casa perché hai l’ossessione di dover custodire i tuoi presunti tesori, puoi morire di fame accanto ad un idolo o anche accanto ad un diamante.
SEGRETARIATO PER L’ECUMENISMO, Il Padre nostro, Edizioni Dehoniane, Bologna 2000, pagg. 190, € 15,49.
Nel capitolo “Padre nostro che è nei cieli visto con gli occhi di una donna”, Elisabeth Green cita uno studio del teologo Hamerton Kelly sulla paternità di JHWH, come paternità diversa da quella umana in due modi fondamentali.
“In primo luogo essa non è legata alla procreazione. La paternità di Dio infatti interrompe la genealogia umana (e paterna) nel momento in cui essa è basata non sulla riproduzione biologica nè sull’appartenenza alla famiglia dei padri, bensì sulla libera scelta di Dio. Hamerton Kelly opina che, tra il tredicesimo e il decimo secolo, l’Iddio dei padri diventa l’Iddio di Mosè. Il rapporto con Dio non è più garantito dall’appartenenza alla stirpe dei padri, semmai il contrario. Secondo il Jahwista, infatti, il rapporto con Dio significa - si evince dalla chiamata di Abramo l’abbandono della casa dei padri: “Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò” (Gen. 12, 1). E’ entrata in scena la nozione teologica di elezione; il rapporto tra Dio e il suo popolo viene ora descritto in termini di adozione: “Io sono il Signore, vi sottrarrò dai duri lavori di cui vi gravavano gli egiziani ... Vi prenderò come il mio popolo. Sarò vostro Dio ... vi farò entrare nel paese che giurai di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe” (Es. 6, 6 8). Possiamo perciò pensare a Israele come figlio adottivo. Vediamo subito, quindi, che mentre le Scritture utilizzano il linguaggio umano della paternità, questa, attribuita alla divinità, acquista un significato diverso. La paternità così ridefinita finisce per mettere in questione una parte importante della paternità umana: la generazione biologica e l’apparteneza alla famiglia dei padri.
In secondo luogo, Hamerton Kelly mostra che, paradossalmente, la paternità di Dio non è legata alla sua sessuazione maschile. Citando alcuni passi dei profeti in cui Dio viene descritto in termini materni, lo studioso afferma che “padre” è “il simbolo della ricezione della vita ...”. Il termine “padre” funziona “più come madre nel senso che esso simboleggia non tanto l’iniziazione della vita bensì la sua ricezione”. Ciò che sta in gioco nella paternità di Dio, quindi, non è la maschilità, bensì la natura parentale di Dio. Vediamo che la paternità divina si rivela decisamente sui generis, in quanto essa dice anche la maternità di Dio. Conclude Hamerton Kelly: “Nel corso del periodo profetico, nel caso sia del simbolismo diretto o indiretto che di quello esplicito o implicito, esiste la tendenza a oscillare tra immagini paterne e immagini materne”. Vedremo come questi elementi della paternità divina secondo la tradizione biblica ci aiutano a smantellare l’idolo del Dio Padre per poter tornare al Padre Nostro.
Esiste, abbiamo affermato, una relazione speculare tra la designazione di Dio come padre e una società imperniata sui padri. Da una parte, Dio Padre è il cardine di un tale ordine sociale e perciò l’autorità dei padri è un’autorità derivata. Dall’altra parte, però, il Padre divino viene definito a partire dall’ordine sociale da cui trae la sua forza. Secondo la testimonianza delle Scritture, invece, la paternità di Dio non si identifica affatto con l’ordine sociale dei padri, ma, nella misura in cui “trae giù dai troni i potenti e innalza gli umili”, vi introduce un elemento di disordine, mettendolo sottosopra.
Dio intacca l’ordine patriarcale nel momento in cui non sta al gioco della generazione biologica. Come abbiamo detto, non si è figli e figlie di Dio per generazione, nè per appartenenza alla famiglia dei padri, bensì per libera scelta da parte di Dio. Questo è chiaro dal Vangelo di Giovanni, il quale, pur utilizzando un linguaggio di generazione, distingue la figliolanza divina da quella umana: “A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, nè da volontà di carne, nè da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1, 12s). Questo significa che Dio non si lascia ingabbiare da un ordine precostituito che limiterebbe la sua libertà di azione, ma agisce al di fuori di tale ordine per minarlo. La paternità (o, data l’immagine qui usata, la maternità) divina non rispetta l’ordine umano, bensì la sovrana libertà di Dio. Escludendo la possibilità di “entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere”, la paternità divina destabilizza l’ordine sociale basato sulla discendenza biologica: “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai nè da dove viene nè dove va, così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3, 8). Pur essendo l’Iddio dei padri, Dio recide il legame col padre umano per stabilire un rapporto paterno col figlio o la figlia adottiva. L’idea di elezione, infatti, cambia radicalmente la nozione di paternità e conduce a “uno spezzare dei legami familiari del patriarcato”. Dio, infatti, non si attiene all’ordine dei padri stabilito e trasmesso attravero la legge di primogenitura. Quante volte mette sottosopra tale ordine, preferendo il secondogenito al primogenito o il più giovane al più vecchio? Quante volte viene messo in evidenza che la continuità genealogica di Israele dipende esclusivamente dalla grazia divina, che fa concepire le donne sterili come Sara o Rachele? Inoltre, quante volte quella continuità è salvaguardata e allo stesso tempo interrotta non dall’ordine sociale precostituito, bensì dalle azioni coraggiose e controverse di donne come Tamar, Rut o Raab? Ci troviamo davanti a un Dio Padre, quindi, che non si identifica con la società dei padri tout court, ma la modifica in modo fondamentale. Un Dio Padre, cioè, che non permette ai padri umani di arrogarsi il suo potere, nè di fare di lui il loro idolo” (pagg. 23-25). Una riflessione con la quale è bene fare i conti.