Commento alla lettura biblica liturgica del 21 marzo 2004


 

Quando si dice Dio Padre

 
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 11-32).
 

Una premessa

In queste settimane mediteremo dei testi – come succede del resto un po’ tutto l’anno – in cui Dio viene “nominato” con la metafora del “Padre”. Le teologie femministe in particolare ci hanno aiutato, ormai da molti anni, a riflettere con maggior consapevolezza sul fatto che Dio è tanto padre quanto madre; anzi Dio non è una realtà sessuata. L’osservazione non è né ovvia, né banale, né scontata perché spesso nella tradizione cristiana l’accezione maschile di Dio ha favorito la deviazione di un immaginario maschilista e patriarcale che poi ha invaso la teologia e le strutture delle chiese cristiane favorendo l’emarginazione delle donne.

Dio è stato vestito di panni maschili compiendo così un grave travisamento teologico e culturale che ha poi registrato spesso gravi ricadute nei rapporti uomo – donna. Qui Dio Padre è usato con valenze completamente diverse. Sulla bocca di Gesù è cifra dell’amore accogliente.

Per favorire questa analisi e questo approfondimento in appendice alla presente predicazione riporto una pagina che curai su “Viottoli” 2/2003 segnalando un volume su “Il Padre nostro”.

Amore straripante

Ho davanti a me una montagna di commentari biblici in cui, con competenza e passione, si legge e si medita su questa straordinaria parabola. Gli studiosi non sono nemmeno d’accordo sul “titolo”. Parabola del “Padre e i figli” oppure parabola del “Padre misericordioso” o del “figliol prodigo”?

Ma questa divergenza è tutto sommato irrilevante. Infatti si tratta di una pagina talmente “straripante” di significati che diventa quasi impossibile darle un “titolo” capace di cogliere la punta della parabola. Per quel che riguarda il contenuto essa invece è unitaria; nessun singolo elemento può essere eliminato senza pregiudicare l’intera struttura narrativa della parabola.

Un po’ di attenzione al testo

Mi servo di due pagine che ritengo straordinariamente espressive del grande esegeta di Zurigo (HANS WEDER, Metafore del regno, Paideia Editrice, pagg. 304-305).

“Un primo momento dell’interpretazione deve consistere nell’esaminare la narrazione in se stessa. Dopo un breve antefatto (vv. 11 e s.) che illustra la situazione di partenza e mette in movimento l’azione con la divisione dei beni paterni, segue la prima parte (vv. 13-24), che narra la sorte del figlio minore. La sua degradazione (vv. 13-16) inizia con la sua emigrazione in un paese lontano, dove egli perde il patrimonio; la degradazione prosegue: il figlio si trova nel bisogno; inoltre perde la sua purezza religiosa ebraica, quando è costretto a pascolare i porci di un pagano. La degradazione raggiunge il culmine, quando il figlio – che ormai lotta per la pura e semplice sopravvivenza – non riesce a saziare la sua fame neanche con il cibo dei maiali.

A questo punto la narrazione arriva alla peripezia cioè alla svolta che cambia il corso dell’azione (vv. 17-19) nella quale il figlio riflette razionalmente sulla sua situazione mettendola a confronto con quella dei salariati di suo padre. Il confronto gli rivela che la cosa più ovvia è tornare a casa e chiedere al padre di essere assunto come salariato. Il figlio riconosce che non ha più alcun diritto di essere chiamato figlio, perché ha peccato contro il cielo e contro il padre.

Gli eventi al suo ritorno si svolgono in maniera inaspettata (vv. 20-24): il padre previene la sua confessione di colpevolezza, abbracciando e baciando il figlio; in questo modo il padre annulla il passato del figlio, gli ridà la condizione di figlio e fa preparare una festa. Il figlio non riesce neppure a formulare la richiesta di essere assunto come salariato, poiché è già divenuto di nuovo il figlio del padrone e la festa non consente rinvii.

Nella seconda parte (vv. 25-32) è in primo piano il figlio maggiore: ritornando dai campi gli arriva l’eco della musica e delle danze; irritato si informa sull’accaduto; il resoconto del servo è formulato in modo tale da suggerire l’ovvietà del comportamento paterno. Il figlio maggiore non riesce però a vedere la questione con gli occhi del padre; adirato rimane fuori. Il padre viene a pregarlo. Ma il figlio resta aggrappato alla sua giustizia; non può accettare il minore come fratello (perciò dice “questo tuo figlio”, v. 30). Il padre ascolta i suoi argomenti e li confuta; ancora una volta prega il figlio di partecipare alla festa, affinché nella festa comune ridiventi figlio e fratello.

La figura centrale della narrazione (anche se non è sempre lui il protagonista) è il padre. E’ lui che conferisce unità alla vicenda dell’uno e dell’altro figlio; il suo amore incontenibile lo spinge a correre incontro al figlio minore e ad invitare il maggiore a lasciar da parte la sua giustizia ed a far festa assieme. L’obiettivo fondamentale di questo amore è la ricomposizione della totalità”.

Accoglie l’uno e non dimentica l’altro

Questo padre che nella parabola rimanda chiaramente a Dio non si limita ad un amore generico ed indifferenziato. Non si tratta di un amore di buoni sentimenti e di facili emozioni. Il Padre orienta il Suo amore a persone precise, in contesti precisi, in modo concreto, da cuore a cuore. Così la parabola ci parla, allude, tenta di esprimere il “come” dell’amore di Dio.

Al figlio che era partito da casa il Padre accorda un perdono che trionfa sul suo passato. Egli viene così introdotto in un presente nuovo. Ma il fratello maggiore si è anche lui perso dentro il suo perbenismo, dentro la sua osservanza. Si tratta di due fratelli entrambi “perduti”, anche se in modi diversi. Dio, nelle vesti di questo Padre, vuole riunirli ambedue nella festa dell’amore.

Questo succede quando si accoglie il regno di Dio, il Suo amore trasformante: il figlio minore si fa più “vicino a se stesso” riscoprendosi figlio e il fratello maggiore si fa più vicino all’altro uomo riscoprendolo fratello. La “festa dell’amore”, cioè il coinvolgimento nella strada di Dio, mette ognuno dei fratelli in un cammino e in un orizzonte nuovo. La conversione è cammino di tutti e due, di ciascuno/a di noi.

Se per caso…

Forse già Luca voleva ricordare alla sua comunità che la facili categorizzazioni sono false: la comunità non è divisibile come un pezzo di parmigiano in buoni e cattivi. L’unità sostanziale di una comunità cristiana consiste nel prendere coscienza che il Padre ci cerca, ci accoglie, ci invita, ci avvolge tutti/e con il Suo amore e nessuno/a di noi può pensare che la conversione sia faccenda che riguarda esclusivamente altri.

Forse Luca, buon conoscitore della sua comunità, voleva anche offrire ai fratelli e alle sorelle uno stimolo a fare i conti con questo amore straripante di Dio per “provocarli” a guardare oltre i calcoli, le meschinerie o le arroganze che spesso segnano i nostri rapporti quotidiani.

Disorientamento e ri-orientamento

La teologa Sallie McFague in un volume scritto molti anni fa ma edito in Italia solo nel 1998 (Modelli di Dio, Editrice Claudiana) scrive: “La parabola ha inizio nel mondo ordinario, con i suoi modelli e le sue attese convenzionali, ma nel corso della “storia” viene introdotta una prospettiva radicalmente diversa che disorienta l’ascoltatore e… viene creata una tensione che sfocia in un riorientamento, una ridefinizione della vita… La parabola costituisce un attacco contro le convenzioni accettate che la gente costruisce per proprio conforto e sicurezza. La parabola è un racconto inteso a invertire e sovvertire queste strutture culturali e sociali e a suggerire che la via del regno di Dio non è quella del mondo. Nelle parabole di Gesù vediamo un figlio maggiore che non ottiene quel che merita e un figlio minore che ottiene quel che non merita” (ivi, pag. 79).

Il nostro orientamento perbenista e logico subisce un radicale disorientamento e poi… compare all’orizzonte un riorientamento che comporta una nuova visione e impostazione delle relazioni e della vita.

Insomma, seguire Gesù significa accettare lo sconcerto di un disorientamento che fa crollare il “modello” vincente in questa società e accettare di essere “riorientati” e accompagnati dalla mano invisibile di Dio: un programma che passa attraverso la destabilizzazione di tutto il nostro “palazzo”. Capisco allora perché la curia romana rimane aggrappata alle vecchie istituzioni prive di ogni spessore di fede. Difendono il castello del potere e dei dogmi perché non riescono ad accettare “il dono dello smarrimento”, il disorientamento necessario per entrare in un nuovo cammino: chi non si tuffa nelle acque non arriva all’altra riva.

La “terraferma” delle nostre sicurezze spesso è la nostra prigione, la nostra rovina. Se non ti muovi di casa perché hai l’ossessione di dover custodire i tuoi presunti tesori, puoi morire di fame accanto ad un idolo o anche accanto ad un diamante.

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SEGRETARIATO PER L’ECUMENISMO, Il Padre nostro, Edizioni Dehoniane, Bologna 2000, pagg. 190, € 15,49.

Nel capitolo “Padre nostro che è nei cieli visto con gli occhi di una donna”, Elisabeth Green cita uno studio del teologo Hamerton Kelly sulla paternità di JHWH, come paternità diversa da quella umana in due modi fondamentali.
“In primo luogo essa non è legata alla procreazione. La paternità di Dio infatti interrompe la genealogia umana (e paterna) nel momento in cui essa è basata non sulla riproduzione biologica nè sull’appartenenza alla famiglia dei padri, bensì sulla libera scelta di Dio. Hamerton Kelly opina che, tra il tredicesimo e il decimo secolo, l’Iddio dei padri diventa l’Iddio di Mosè. Il rapporto con Dio non è più garantito dall’appartenenza alla stirpe dei padri, semmai il contrario. Secondo il Jahwista, infatti, il rapporto con Dio significa - si evince dalla chiamata di Abramo – l’abbandono della casa dei padri: “Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò” (Gen. 12, 1). E’ entrata in scena la nozione teologica di elezione; il rapporto tra Dio e il suo popolo viene ora descritto in termini di adozione: “Io sono il Signore, vi sottrarrò dai duri lavori di cui vi gravavano gli egiziani ... Vi prenderò come il mio popolo. Sarò vostro Dio ... vi farò entrare nel paese che giurai di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe” (Es. 6, 6 – 8). Possiamo perciò pensare a Israele come figlio adottivo. Vediamo subito, quindi, che mentre le Scritture utilizzano il linguaggio umano della paternità, questa, attribuita alla divinità, acquista un significato diverso. La paternità così ridefinita finisce per mettere in questione una parte importante della paternità umana: la generazione biologica e l’apparteneza alla famiglia dei padri.
In secondo luogo, Hamerton Kelly mostra che, paradossalmente, la paternità di Dio non è legata alla sua sessuazione maschile. Citando alcuni passi dei profeti in cui Dio viene descritto in termini materni, lo studioso afferma che “padre” è “il simbolo della ricezione della vita ...”. Il termine “padre” funziona “più come madre nel senso che esso simboleggia non tanto l’iniziazione della vita bensì la sua ricezione”. Ciò che sta in gioco nella paternità di Dio, quindi, non è la maschilità, bensì la natura parentale di Dio. Vediamo che la paternità divina si rivela decisamente sui generis, in quanto essa dice anche la maternità di Dio. Conclude Hamerton Kelly: “Nel corso del periodo profetico, nel caso sia del simbolismo diretto o indiretto che di quello esplicito o implicito, esiste la tendenza a oscillare tra immagini paterne e immagini materne”. Vedremo come questi elementi della paternità divina secondo la tradizione biblica ci aiutano a smantellare l’idolo del Dio Padre per poter tornare al Padre Nostro.
Esiste, abbiamo affermato, una relazione speculare tra la designazione di Dio come padre e una società imperniata sui padri. Da una parte, Dio Padre è il cardine di un tale ordine sociale e perciò l’autorità dei padri è un’autorità derivata. Dall’altra parte, però, il Padre divino viene definito a partire dall’ordine sociale da cui trae la sua forza. Secondo la testimonianza delle Scritture, invece, la paternità di Dio non si identifica affatto con l’ordine sociale dei padri, ma, nella misura in cui “trae giù dai troni i potenti e innalza gli umili”, vi introduce un elemento di disordine, mettendolo sottosopra.
Dio intacca l’ordine patriarcale nel momento in cui non sta al gioco della generazione biologica. Come abbiamo detto, non si è figli e figlie di Dio per generazione, nè per appartenenza alla famiglia dei padri, bensì per libera scelta da parte di Dio. Questo è chiaro dal Vangelo di Giovanni, il quale, pur utilizzando un linguaggio di generazione, distingue la figliolanza divina da quella umana: “A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, nè da volontà di carne, nè da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (1, 12s). Questo significa che Dio non si lascia ingabbiare da un ordine precostituito che limiterebbe la sua libertà di azione, ma agisce al di fuori di tale ordine per minarlo. La paternità (o, data l’immagine qui usata, la maternità) divina non rispetta l’ordine umano, bensì la sovrana libertà di Dio. Escludendo la possibilità di “entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere”, la paternità divina destabilizza l’ordine sociale basato sulla discendenza biologica: “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai nè da dove viene nè dove va, così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3, 8). Pur essendo l’Iddio dei padri, Dio recide il legame col padre umano per stabilire un rapporto paterno col figlio o la figlia adottiva. L’idea di elezione, infatti, cambia radicalmente la nozione di paternità e conduce a “uno spezzare dei legami familiari del patriarcato”. Dio, infatti, non si attiene all’ordine dei padri stabilito e trasmesso attravero la legge di primogenitura. Quante volte mette sottosopra tale ordine, preferendo il secondogenito al primogenito o il più giovane al più vecchio? Quante volte viene messo in evidenza che la continuità genealogica di Israele dipende esclusivamente dalla grazia divina, che fa concepire le donne sterili come Sara o Rachele? Inoltre, quante volte quella continuità è salvaguardata e allo stesso tempo interrotta non dall’ordine sociale precostituito, bensì dalle azioni coraggiose e controverse di donne come Tamar, Rut o Raab? Ci troviamo davanti a un Dio Padre, quindi, che non si identifica con la società dei padri tout court, ma la modifica in modo fondamentale. Un Dio Padre, cioè, che non permette ai padri umani di arrogarsi il suo potere, nè di fare di lui il loro idolo” (pagg. 23-25). Una riflessione con la quale è bene fare i conti.

Franco Barbero



Cuando ce dice Dios Padre

Una premisa

En estas semanas meditaremos algunos textos- como pasa un poco todo el año, en cuyos dios viene “nombrado” con la metafora del “padre”. Las teologias feministas en particular nos han ayudado, ahora hace muchos años, a reflexionar con una mayor conciencia sobre el hecho que Dios es tan padre como madre; Dios no es una realidad sexuada. La observación no es obvia ni banal paraque muchas veces en la tradicón cristiana el axepción masculina de Dios ha permetido la deviacción del imaginario machista y patriarcal que despuesh a invaido las teologias y las estructuras de las iglesias cristianas permitiendo la emarginación de las mujeres.
Dio fue vestido por ropa masculina cumpliendo así un grave falseamiento teologico y cultural que ha avido muchas veces grave consecuencias en los raportos hombre-mujer. Aquí Dios Padre es utilizado con valores completamente diferentes. En la boca de Jesús es simbulo del amor acojiente.
Para facilitar esta analisis y este aprofundimiento en apencice a esta predicacíon he escrito una pagina que hací en “Viottoli” 2/2003 señalando un volumen sobre en Pdre Nuestro.

Amor debosante

Tengo delante de mi una montaña de comentarios biblicos en cuyos con competencia y pasión se lee y de medita en esta extraoridinaria parabola. Los estudiosons no son en acuerdo en el titulo. ¿“Padre y hijos” o parabola del “Padre Misericurdioso” o del “hijo Prodigo”? Pero esta divergencia es en suma sin destaco. Se trata de una pagína que es tan “debosante” de sgnificados que es casi imposible hecarle un “titulo” capaz de individuar la cumbre de la parabola. Por lo que es el conteniodo esta parabola es unitaria; nigun singulo elemento puede ser eliminado sin prejudicar la intera estructura narrativa de la parabola.

Un poco de atención al texto

Me sirvo de dos pagínas que pienso sean extraordinariamente expresivas del grande esegeta de Zurigo (HANS WEDER, Metafore del regno (Metaforas del reino), Paideia ed., pags 304-305.
“Un primer momento del interpretación debe consistir en el examinar la narración en si misma. Despues un corto antehecho (versos 11 y siguientes) que inlustra la situación del inicio y pone en marcha el acción con la división de los bienes paternles sigue la primera parte (versos 13-24) que cuenta el suceso del hijo menor. Su degradación (versos 13-16) empza con su emigración en un pays lejano, donde pierde en patrimonio; la degradación continua: el hijo se encuentra en la necesita, además pierde su pureza religiosa judia, cuando es obligado a pacentar los porcos de un pagano. La de gradación alcazala la cumbre, quando el hijo- que ahora lucha para la pura y simple supervivencia no logra a saciar su hambre tan poco con la comida de los cerdos. En este punto la narración llega a una cosa extraña, a la vuelta de hoja que cambia el curso dela acción (versos 17-19) en cuya el hijo reflexiona racionalmente sobre su situacción poniendola en raporto con aquella de los salariados de su padre. La confrontación le desvela que la cosa más obvia es volver a casa a pedir al padre de ser asumido como salariado. El hijo reconoce que no tiene más ningun derecho de ser llamado hijo para que a pecado contra el cielo y el padre. Los sucesos quando vuelve se pasan de manera inesperada (versos 20-24). El padre previne su confesión de culpa, abrazando y besando el hijo; en esta manera el padre elimina el pasado del hijo, le da de nuevo la condición de hijo y hace preparar una fiesta. El hijo no logra a formular la pregunta para ser asumido como salariado, paraque ha vuelto a ser el hijo del padre y la fiesta non permite renvios.
En la segunda parte (25-32) es en promera plana el hijo mayor cuyo volviendo desde los campos le llega la eco de la musica y de las danzas; enfadado se enforma sobre el suceso; el cuento del lacayo es formulado de tal manera manera que se sugerisce el comportamento paternal. El hijo mayor no logra a ver la cuestión con los ojos del padre; enfadado se queda fuera. El padre vine a orarlo pero el hijo se queda aferrado a su justicia; no puede aceptar el menor como hermano entonces dice: “ este tu hijo” (v 30) el padre escucha sus asuntos y les contesta; una vez más ora el hijo de participar a la fiesta, para que en la fiesta comun se retrasforme en hijo y hermano.
La figura central de la narración (tambien si no es siempre él el protagonista) es el padre. Es él que da unidad a el suceso de uno y del otro hijo; su amor incontenible le empuja a correr encuentro a el hijo menor y a envitar el mayor a dejar en parte su justicia y a hacer fiesta todos unidos. El objetivo fundamental de este amor es la recomposición de la “totalidad”.

Acoje el uno y no olvida el otro

Este padre que en la parabola renvia claramente en Dios no se limita a una amor generico y sin diferncias. No se trata de buenos sentimientos y de faciles emociones. El Padre orienta su amor a personas precisas en contextos precisos, de manera concreta desde corazón a corazón. Así la pabola nos habla, ententa de exprimir el “cómo” del amor de Dios.
Al hijo que havia partido desde la casa el padre acorda un perdono que trunfa sobre su pasado. Èl es así introducido en un presente nuevo. Pero el hijo mayor se ha tambien perdido en su “prebienismo” adentro de su observancia. Se trata de dos hermanos todos los dos “perdidos” tambien si en diferentes maneras. Dios, en la piel de este Padre quiera unirlos todos los dos en la fiesta del amor.
Esto pasa cuando se encoje el reino de Dios Su amor trasformante: el hijo menor se hace “cerca de si mismo” redescuvriendose hijo y el hermano mayor se hace más cerca del otro hombre descubriendole hermano.
La “fiesta de amor”, el evolvimiento en el camino de Dios pone cadauno de los hermanos en un camno y un orizonte nuevo. La conversión es camino de todos los dos, de cadauno/a de nosotros.

Por si a caso…

Probalemente ya Lucas queria recordar a su comunidad que las faciles categorizaciónes son falsas; la conidad no es divisible como un trozo de queso entre buenos y malos. La unidad substancial de una comunidadad cristiana consiste en tomar conciencia que el padre nos busca, nos acoge, nos envita, nos envuelve todos y con Su amor y niguno/a peude pensar que la conversión sea una cosa por otros.
Probablemente Luca que conocia bien su comunidad queria ofrecer a los hermanos/as un estimulo para hacer la cuenta con este amor desbordante de Dios para provocarlos a mirar más allá de los calculos, más allá de las pequeñezes o las arrogancias que muchas veces signan nuestros raportos cotidianos.

Desorientamento y reoriantamento

La teologa Sally Mc Fague en un volumen escrito hace muchos años pero editado en Italia soolamente en el 1998 como “Modelli di Dio” (“Modeles de Dios”) ed. Claudiana escribe: “la parabola empeza en el mundo ordinario con sus modeles y esperas convecionales pero en el currido de la historia se introce un prospectiva radicalmente diferente que desorienta el escuchador y… se crea una tensión que sale en un reorientamento, un redefinción de la vida… La parabola es un ataque contra las convenciónes axeptatadas que la gente constuye para seguridad y comodidad propias. La parabola es un cuento che que quiere invertir y revolucionar las estructuras sociales y a sugerir que el camino del reino de Dios no es aqullo del mundo en las parabolas de Jesús veemos un hijo mayor que no obtiene lo que merece y un hijo menor que obtiene lo que no merece (pag. 79).
Nuestra orientacion perbienista es logigo que acusa una radical desorientación y despues… aparece en el orizonte una reorientación que necesita una nueva vision y impostación de las relaciones y de la vida.
En suma, seguir Jesús significa aceptar la desorientación que hace caer el “modelo” ganador en esta socied y aceptar de ser “reorientados” y acompañados por la mano invisible de Dios: Un programa que pasa atraves la destabilización de todo nuestro “palacio”. Compriendo para que la curia romana se queda aferrada a las viejas instituciónes si nigun espesor de fe. Defemden el castillo del poder y de los dogmas paraque no logran a aceptar “el reagalo de la perdida”, la desorientacion necesaria para entrar en un nuevo camino. Quen no se lanza en las aguas no llega en el otro lado.
La “tierra firme” de nuestras seguridades a veces nuestra prision, nuestra ruina. Si no te mueves de casa para que tienes la obsesion de guardar tu presuntos tesoros puedes murir de hambre en frente a un idoloo u en frente de un diamante.

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SEGRETARIATO PER L’ECUMENISMO, Il Padre nostro, Edizioni Dehoniane, Bologna 2000, pagg. 190, € 15,49.
(SECRETARIADO PARA EL ECUMENISMO, El Padre Nuestro, Dehoniane)

En el capitulo “Padre Nusestro que estas en el cielo visto con los ojois de una mujer”, Elisabetta Green cita un estudio del teologo H. Kelly sobre la paterinidad JHWH como paterinidad diferente de alquella humana en dos maneras fondamentales.
En primer lugar ella no es atada a la procreación. La paterinidad de Dios interrompe la genealogia humana y paternal. En el momiento en cuyo no es basada en la reproducción biologica no en la apartenencia a la familia de los padres, sino en la libera elegida de Dios. H. Kelly opina que entre el siglo 13 y el siglo 10, El Dios de los padres se transforma en el Dios de Moses. El raporto con Dios no es más grantido por la apartenecia a la estirpoe de los padres sino en más el contrario. Segun el Jahwista, el raporto con Dios significa- se nota de la llamada de Abramo- el abandono de la casa de los padres: “Va lejos de tu pais de tus parientes y de la casa de tu padre y va en el pais que te haré veer” (Gen. 12, 1). Han entrado en escena las nociones teologicas de elccíon; el raporto entre Dios y su pueblo es ahora descrito en termonos de adopción: “Yo Soy el Señor, os sacaré desde los duros trabajos en cuyos os empeñaban los Egipcianos. Os cojaré como mi pueblo. Seré vuestro Dios: os haré entrar en el pais que juré de dar a Abramo, Isac, Jacob” (Es 6, 6-8).
Podemos pensar en Isdrael como hijo adoptivo. Vemos pronto que mientras las escrituras usan el lengüaje humano de la paternalidad atribuida a Dios. Toma un significado diferente. La paternalidad redefinida remete en cuenstion una parte impotante de la paternidad humana: la generación bilogica y la apartenencia a la familia de los padres. En segundo lugar, H. Kelly enseña que paradoxalimente la paternidad de Dios no es atada a su sexuación masculina. Citando algunos trozos de los en los quales Dios es descrito en terminos maternales, el estudioso afirma que “Padre” es el simbulo de la recepción de la vida.
La palabra “padre” funciona más como madre en el sentido que esta palabra indica no tanto el empezo de la vida sino su recepción”.
Lo que es en juego en la paternidad de Dios no es la masculinidad sin la natura parental de Dios. Vemos que la paternida de Dios se delata decisamente sui generis, como ella dice tambien la maternidad de Dios. Concluye H. Kelly: “ en el recurrido de la temprada profetica en el caso del simbolismo directo u indirecto que explicio u implicito existe la tendencia a oscilar entre una imagen paterna y una imagen materna”. Veremos como estos elementos de la paternidad de Dios segun la tradición biblica nos ayudan a destruir el idolo del Dios Padre para poder volver al Padre Nuestro.
Existe, habemos afirmado una relación especial entre la designación de dios como padre y una sociedad construyda en los padres. Por una parte Dio padre es el centro de un tal orden social y entonces la autoridad de los padres es una autoridad derivada. Por otra parte pero es definido a partir del orden social de cuya toma su fuerza. Segun el testigo de las escrituas envez, la paternidad de Dios no se identifica jamás con el orden social de los padres, pero en la medida en cuya abaja los potentes y empuja en arriba los umildes, introduce un elemento de desorden inviertendo el orden.
Dios muesca el orden patriarcal en el momiento cuyo está en el juego de la generación biologica. Como habemos dicho no somos hijos de Dios para genaración ni por apartenencia ala familia de los padres sino para una libera elegida de Dios. Esto es Claro desde el evangelio de Juan cuyo si tambien utliza un lengüage de generacion divide la prole divina y humana: “ A todos aquellos que los han recibido èl ha dado el derecho de devenir hijos de Dios a aquellos que creen en su nombre cuyos no han nacido desde la sangre ni por la voluntad de carne ni por la voluntad de hombre sino han nacido desde Dios” (1, 12s).
Esto significa que Dios no se deja encalcerar por un orden precontituido que limitaria su libertad de acción, pero él trabaja fuera de un tal orden para minarlo. La paternidad (o, como he usado antes, la materindad) divina no respecta el orden humano sino la suvrana librstad de Dios. Excluyendo la posibilidad de “entrar una segunda vez en el seno materno y nacer”, la paternidad devine destabilizada el orden social basado sobre la prole biologica: “el viento sopia donde quiera, y tú odias su ruido paro ni sabesde donde llega ni donde va, así es de qualquera es nacido por el espiritu” (Gv 3,8). Siendo el Dios de los padres, Dios recibe el ligame con el padre humano para establezer un raporto paternal con el hijo o la hija adoptiva. La idea de elcción cambia redicalmente la noción de paternidad y conduce hasta el romprer los ligamenes familiares del patriarcado”. Dios no respecta el orden de los padres establecido por lay de primogenitura ¿Cuandtas veces invierte este orden agradecendo el segundo genito al primero u el más joven envez de más viejo? ¿Cuantas veces se pone en evidencia que la comunidad genealogica de isdrael depende exclusivamente de la gracia divina que hace concebir las mujeres esteriles como Sara o Raquel? Además, ¿Cuantas veces aquellas comuniuidad es salvaguardada y al mismo tiempo bloqueada no por el orden social constituydo sino pos las acciónes bravas controvertidas de mujeres como Tamar, Rut o Raab.
Nos encuentramos delante de un Dios padre que no se identifica con la socialidad de los padres tout court, sino la modifica de manera fundamental. Un Dios Padre che no permite a los padres humanos de pensar como de ellos su poder ne de hacerse idolo de ellos. (pag 23-25). Una reflexion con cuya es importnte hacer los cuentos.

Traducido en español por Luca Prola