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Un quadro teologico
La pagina evangelica che conosciamo come "la trasfigurazione" compare in tutti e tre i vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca). Siamo di fronte ad un quadro letterario e teologico davvero suggestivo e ricco di significato. Ancora una volta può essere utile ricordare che non ci troviamo in presenza di una cronaca, ma davanti ad una costruzione teologica, cioè una pagina con cui l'evangelista vuole trasmetterci un messaggio. In qualche modo potremmo dire di trovarci di fronte ad un dipinto che sprigiona luce.
Ogni evangelista, nella sua creatività, ha arricchito il quadro con qualche pennellata particolare.
Marco, per esprimere l'intensità dell'amore di Dio nella vita di Gesù, dice che "le sue vesti divennero fulgide, molto bianche tanto che nessun lavandaio sulla terra non può renderle così bianche" (9,3).
Per Matteo "il volto di Gesù risplendette come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce" (17,2).
Per Luca "l'aspetto del suo volto divenne un altro e il suo abito bianco, sfolgorante" (9,29).
Il brano è collocato quando ormai Gesù, secondo la teologia dei sinottici, è consapevole che si profila un futuro difficile. Nei versetti che precedono (22 e seguenti) Luca pone sulla bocca di Gesù l'annuncio della sua passione, morte e risurrezione. E' ovvio che Gesù non fece alcuna "profezia" della sua morte, ma è altrettanto certo che si rese conto progressivamente dell'ostilità che cresceva attorno a lui.
Gli evangelisti, creando questi annunci, vogliono trasmetterci un messaggio ben concreto: intendono farci vedere un Gesù che non si arrende di fronte all'ostilità e matura la decisione di andare avanti nel compimento dell'opera che Dio gli ha affidato.
Come ha potuto..?
Luca si domanda: "come ha potuto Gesù restare fedele a Dio fino alla fine, fino alla morte? Proprio lui, che era un innamorato della vita, che non cercava per nulla la morte, come ha fatto a non tornare indietro dalle sue posizioni? Chi lo ha sorretto e gli ha dato questa forza?".
La risposta è evidente in questo linguaggio simbolico. La luce di Dio, il suo calore, la Sua forza lo hanno investito, riempito, trasformato. Per Luca la forza di andare a Gerusalemme , di compiere il cammino fino in fondo con coerenza non ha altra spiegazione. La sorgente è Dio.
Spesso nella Bibbia la montagna è il luogo dell'incontro con Dio. Ricordiamo Mosè sul Sinai: là Mosè attinge e riceve. Del resto Luca, nei versetti 28 e 29, dice espressamente che Gesù "salì sul monte per pregare" e " mentre egli pregava" la luce di Dio lo avvolse.
Anche l'accenno alla "conversazione" di Gesù con Mosè ed Elia nel Vangelo di Luca è molto più circostanziato che negli altri sinottici. Gesù parla con loro del "suo esodo... a Gerusalemme".
I due pilastri che hanno accompagnato e sostenuto tutta la vita di Gesù sono dunque ben evidenziati: la fiducia in Dio e il dialogo con le Scritture qui espresso dai rappresentanti della "Legge" (Mosè) e della "Profezia" (Elia).
Il "quadro" parla da sé. Come Gesù, noi non possiamo avere altra sorgente che la fiducia e il dialogo con la testimonianza biblica.
Pietro, Giacomo, Giovanni
Anche questo particolare non è insignificante. Forse Luca, con la presenza vicino a Gesù di questi tre discepoli suoi "intimi", vuole manifestarci quanto per il nazareno fosse importante "consegnare" ai suoi discepoli questa lezione e quanto fosse importante per lui la presenza di persone amiche nel percorso della vita.
Anche qui Luca è ancora un pittore straordinario. I discepoli, anche durante un'esperienza particolarmente intensa, sono presi dal sonno e solo a fatica riescono a restare svegli. Proprio questa loro fatica tra sonno e veglia è tanto vicina alla nostra vita. Infatti spesso riusciamo purtroppo ad addormentarci proprio quando ci sarebbero mille buoni motivi per restare svegli ed operosi.
La pianura
La richiesta di Pietro di costruire una "zona di pace" fuori da ogni contraddizione è subito bollata: "non sapeva quello che diceva" (versetto 32).
Se l'incontro con Dio è "sano", se riponiamo in Lui una fiducia costruttiva, se leggiamo le Scritture con cuore aperto alla realtà, il rimando alla vita quotidiana nasce spontaneo.
Dal monte occorre scendere alla pianura e dalla pianura occorre risalire al monte. Questa immagine mi sembra descrivere quanto sia importante portare nella vita quotidiana (la pianura!) il segno della nostra fiducia in Dio, la luce del monte Tabor...
In qualche modo preghiera e vita quotidiana non solo si intrecciano, ma si richiamano e si fecondano a vicenda.
Per me è decisivo ed essenziale come cristiano amare la nostra vita quotidiana, non nel senso che essa sia sempre gradevole, ma nel senso che è proprio in essa che si gioca la nostra fede.
Nella mia vita quotidiana non capitano cose straordinarie (non ne ho mai fatte o cercate), ma essa è lo spazio in cui compio ogni giorno lo sforzo di scegliere l'amore piuttosto che l'egoismo, la condivisione piuttosto che l'accumulo, la tenerezza piuttosto che la prevalenza.
La tentazione di farsi la tenda è più che comprensibile. Ma Gesù scende dal monte e i discepoli con lui. Il versetto 37 ci parla subito della gente che incontra Gesù e i discepoli. Gesù, a differenza dei Qumramiti e di tanti altri movimenti ascetici, ha vissuto nel mondo e ci ha lasciato l'impegno di abitare "le vie degli uomini e delle donne" con tutti i problemi, le incertezze, i dolori e le gioie che ciò comporta.
Spesso la vita di oggi, che si svolge tra brutalità e banalità, ci toglie il sapore, la voglia di esserci e di essere partecipi, ma il regno di Dio cresce anche quando noi non ce ne accorgiamo e non lo vediamo.
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