| Commento alla lettura biblica liturgica del 28 novembre 2004 | ||
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Attendere non è solo aspettare |
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Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre. Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà (Matteo 24, 36-44). |
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Questo testo richiama i versetti precedenti che parlano della venuta del figlio dell’uomo. E’ necessario leggerli per collocare la pericope odierna nel suo contesto letterario: "Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli. Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mt 24, 29-35). Qui siamo ancora nell’alveo di quel periodo storico in cui la fine o la venuta definitiva del regno di Dio veniva percepita e presentata come imminente. In ogni caso Matteo 24, 36 e Marco 13, 32 vogliono spostare l’accento dalla nostra ricerca del tempo preciso e dalla nostra ossessione di “calcolare” o prevedere “quel giorno”. Infatti “quanto a quel giorno e ora nessuno sa nulla, né gli angeli dei cieli, né il figlio, se non il Padre solo” (24, 36). Non è irrilevante questo particolare: Dio viene posto ad un livello di conoscenza diverso da Gesù e da ogni altra creatura. Ma questa affermazione della “venuta imminente” oggi, anzi da secoli, nella tradizione cristiana ha perso ogni senso. La storia ci ha fatto cadere la prospettiva dell’imminenza. Oggi il messaggio di questa pagina evangelica suona come richiamo e invito alla vigilanza, ad una attesa attiva. Questo è il senso di quel periodo che chiamiamo “avvento”: alimentare in noi la speranza e l’attesa. Attendere: chi? che cosa? Non è nemmeno scontato che noi “attendiamo” qualcosa. Spesso, o irretiti dalla giostra degli affari o impigriti dalla routine o semplicemente sazi, siamo privi dell’attesa nella sua valenza biblica. Semmai siamo gente che “aspetta” il treno, l’arrivo delle feste, il tempo delle ferie, un periodo di riposo, la visita di un amico, il rientro dei figli, l’aumento dello stipendio, un posto di lavoro… Sono tutte delle “aspettative” buone e legittime. Ma l’attesa biblica è ancora decisamente qualcos’altro o, meglio, colloca queste nostre aspettative dentro l’attesa di un Dio che nella storia del mondo ci sollecita a far nuove tutte le cose. Il rischio che corriamo oggi, in questa stagione politica, culturale ed ecclesiale magra di risultati e di prospettive, consiste proprio nel non far più credito a Dio, abbandonandoci al cinismo e alla rassegnazione. Il sogno di Dio non sarà poi la nostra illusione? Troppi sforzi sono finiti nel nulla, ci dice in sordina il nostro cuore. Troppo grande è il potere che blocca ogni reale cambiamento, troppo raffinato e persuasivo è l’apparato dell’informazione ufficiale per poterlo contrastare. I maestri di rassegnazione e i professionisti del rattoppo sono sempre più numerosi ed ascoltati. In qualche modo anche una rinnovata visione biblica e teologica sembra dar man forte a questo “rientro” nel privato. Ora constatiamo che Dio non è il tappabuchi o l’interventista che noi desidereremmo. A volte sembra assistere a questo scenario spietato ed iniquo come un “Dio assente” o, come dice il salmo, Egli guarda altrove. Chi di noi non avverte qualche volta questo scossone e questo disorientamento? A volte mi sembra che Dio stesso abbia scelto l’esilio o sia comunque stato esiliato da questo mondo dell’immagine, delle vetrine di natale (lo scrivo minuscolo perché lo considero solo più una festa commerciale) e di tutto l’anno. Eppure Dio viene… Prendo la Bibbia e accosto il mio cuore alla testimonianza viva delle Scritture e allora riascolto la promessa del Dio fedele. Forse Egli ha perso un po’ di potenza davanti ai nostri occhi, ma non ha perso l’amore per questa umanità: “Il nostro Dio viene” (Salmo 50), “come un pastore fa pascolare il gregge e con il braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Isaia 40, 10 11). “Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio viene... Egli viene a salvarvi” (Isaia 35, 3 4). Nella vita dei profeti, nell’esistenza storica di Gesù di Nazareth, nelle opere di tutte le donne e di tutti gli uomini che amano e praticano la giustizia Dio continua a venire ogni giorno nel mondo. Lì, nel calore del Suo soffio di vita, nel coraggio che Egli fa nascere nei cuori scorgo il Dio vicino che mi invita a risvegliarmi se mi sono addormentato o rammollito. L’avvento è un richiamo a rituffarmi nell’attesa del regno di Dio rompendo l’accerchiamento della disillusione. L’attesa biblica ci propone di collocare e convertire le nostre “aspettative” nell’orizzonte del sogno cosmico, planetario e quotidiano di Dio. Salmo 121 Molto opportunamente la liturgia di oggi mette tra le letture bibliche il salmo 121. Come è possibile oggi mantenerci svegli, vivere l’attesa e non lasciarci oscurare o rapire l’orizzonte del Regno di giustizia e di pace? Per me solo alzando gli occhi al cielo, “verso i monti”, diventa possibile tenere vivo il cuore e fermo il passo sulla strada di Gesù. Qui voglio riportare il salmo 121 e il breve commento che ne ho scritto nel mio ultimo libro “Olio per la lampada” (pagg. 30-34). Alzo gli occhi verso i monti: Siamo evidentemente di fronte ad un salmo fatto per alimentare la fiducia: “Pare di sentire le voci dei pellegrini che si incoraggiano reciprocamente con propositi di fede e di speranza a meglio comprendere l’azione protettrice di Jahweh nei confronti di Israele e di ogni israelita in tutte le vicissitudini, pubbliche e private, dell’esistenza” (Kirkpatrick). Il salmo è costruito come un dialogo, come un canto alternato a due voci. Ma potrebbe semplicemente trattarsi di un dialogo “chiacchierato” strada facendo mentre si punta verso Gerusalemme oppure di un quadretto familiare in cui ci si interroga sul prossimo pellegrinaggio di qualche membro della famiglia. Qualche studioso ha voluto vedervi un dialogo tra un gruppo di pellegrini e un gruppo di sacerdoti o leviti. Condivido (senza negare l’apporto delle altre interpretazioni) la posizione dell’esegeta Gianfranco Ravasi: “Siamo di fronte ad un dialogo del fedele con la propria anima, ad un monologo interiore”. Si tratta della confessione di fede di un credente che si fida di Dio-Jahweh, si abbandona a lui, sa di poter contare sulla presenza di quel Dio che è “custode”, “aiuto” sentinella che non si addormenta. C’è un viaggio, impervio e difficile, ma ancor più marcata è la presenza del “custode”, della “sentinella”, dell’aiuto. Alcune annotazioni 1) Il verbo “smr” (custodire) si trova sei volte nel salmo. Dire che Jahweh “custodisce” o fa il “custode” significa proseguire tutto il filone biblico della “sentinella divina”. Questa marcatissima ripetizione non è casuale. Bisogna confessare l’opera di Dio molte volte per credere in Lui appassionatamente, con tutto il cuore. Si tratta di una confessione ripetuta, proprio perché non si tratta di parole dette senza partecipazione del cuore, ma di qualcosa che sale dal più profondo, dall’intimità. 2) Il verbo al futuro, cioè la confessione di fede orientata al futuro, non è irrilevante: Dio non è il custode di un giorno o la sentinella di una notte. La sua opera è “da ora in eterno”, come recita il versetto 8. Israele (e il singolo credente) possono fare affidamento. Dio accompagna nel tempo; anzi... ci accoglierà oltre il tempo. 3) La figura del Dio “custode” percorre tutta la simbologia teologica delle Scritture d’Israele (Salmi 17, 8; 25, 20; 34, 21; 41, 3; 86, 2; 97, 10; 116, 6; 140, 5; 146, 9; Genesi 28, 15; Numeri 6, 24; Geremia 1, 12; 31, 10) e trova ampio spazio nelle scritture cristiane. In ogni caso, si noti che Jahweh è il “custode di Israele” ma anche il custode di ogni singolo credente. Come non pensare al “pastore di Israele” del salmo 80, 2? Come non pensare al salmo che, parlando al nostro cuore, ci sussurra che “Jahweh è il mio pastore?” 4) Altra parola chiave del salmo si trova nei primi tre versetti: “aiuto”. Il credente si interroga: “Il mio aiuto da dove verrà?”. Puoi rivolgerti a tutte le realtà, a tutte le persone, ma l’aiuto vero, decisivo, “salvifico” viene solo da Jahweh. La maturità del credente che “alza gli occhi” consiste proprio nel riconoscere che il suo aiuto si trova in Jahweh. Durante il nostro pellegrinaggio, proprio come l’israelita fiducioso, possiamo alzare i nostri occhi “verso i monti”, per incrociare gli occhi di Dio. Sì, quando stiamo camminando verso i monti, verso le alture, verso la collina di Sion... è davvero salutare poter alzare gli occhi verso Jahweh. 5) “Non lascerà vacillare il tuo piede”: durante un viaggio vacillare, scivolare, rotolare è persino facile. È facilissimo trovarsi col sedere per terra. Per nostra fortuna, ci dicono i versetti 3 e 4, il custode non si addormenta. Questa “insonne” ed affettuosa vigilanza del custode ci viene ribadita per ben tre volte. Il salmista volutamente dice, ripete e ridice. Il nostro Dio ha le Sue “insonnie”. Sono insonnie amorose verso le donne e gli uomini che hanno i piedi vacillanti. Se ci capita di addormentarci durante il cammino..., c’è ancora speranza: il nostro “custode” veglia! 6) Ma non sempre la presenza del custode-sentinella-pastore si manifesta nello stesso modo. A volte Jahweh manifesta il suo amore in modo forte e quasi visibile “alla destra” del credente: “La destra è la posizione del protettore che, avendo il protetto alla sua sinistra, può con la destra libera impugnare la spada per difendere l’amico” (Gianfranco Ravasi). Altre volte Dio ci sta vicino con una presenza impercettibile, discreta: “Jahweh è la tua ombra”. Sì, una presenza che crea un’ombra, un riparo contro l’ar-sura e le arsure della vita. In un viaggio da pellegrini di quei tempi il pericolo di un’insolazione era possibile. Il figlio della sunanita, “uscito per andare dal padre tra i mietitori, appena arrivato si mise a gridare: ‘La mia testa! La mia testa!’” (2 Re 4, 18). Basta un colpo di sole per farci venire meno le forze (Giona 4, 8)! Quante “insolazioni” possiamo prenderci nel pellegrinaggio della vita! Signore, Ti ringrazio perché qualche volta mi hai fatto un po’ di ombra, sei stato la mia ombra, quando impietosi raggi di sole hanno illuminato troppo le mie zone non illuminate o quando hanno “bruciato” le mie forze. Signore, dammi di tanto in tanto qualche momento di ombra perché possa riposare... ”all’ombra delle Tue ali”. Possa io riconoscerTi anche quando sei una brezza leggera o un’ombra fugace. 7) Il simbolismo straripa in questo salmo: “Un altro paradigma simbolico è quello spazio-temporale, colto nel suo dinamismo ritmico”. “Giorno e notte”, “sole e luna”, “entrare e uscire”, “ora e sempre”: tutte le dimensioni dello spazio e del tempo stanno nell’ambito dell’azione di Dio. La nostra esistenza quotidiana, in questo incalzante susseguirsi di “entrate” e di “uscite”, si svolge al cospetto di Dio. Voglio prenderne coscienza e dare spazio al Suo agire nel mondo, in me, in noi? Per la ricerca di gruppo a) Acquisite alcune informazioni, occorre “gustare” il salmo in tutta la sua valenza di pace, di ristoro, di ricerca della presenza amorosa di Dio. Non è tutta qui la fede, ma questa costituisce una dimensione preziosa. b) I particolari sono le tracce rivelatrici della profondità e della capacità di suscitare fiducia che possiamo trovare in questa deliziosa lirica della sentinella divina. c) Come ben sappiamo, un salmo è preghiera. Solo quando diventa “mia” preghiera, solo quando lo immergo nelle acque profonde del mio cuore, il salmo può sbocciare come un fiore. Nella preghiera avviene il definitivo “svelamento” della Scrittura. |
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Franco Barbero |
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Esperar no es solamente quedarse parado Este texto rellama los versdos precedentes que hablan de la venida del hijo del hombre. Esperar: ¿quién? ¿Qué? No es tampoco descondado que nosotros “esperamos” qualquier cosa. Muchas veces o enredados por el carusel de los tabajos o volvidos perezos por la rutina o simplemente sacio nos estamos privados de a espera en su valia Bibilica. Pero Dios viene... Tomo la Biblia y acerco mi corazón al tensimonio vivo de las Ecrituras y reescucho la promisa del Dios fiel. Probablemente a perdido un poco, de potencia adelante nuestros ojos, pero no ha perdido el emor por esta humanidad: “¡ Ahí, viene nuesto Dios...!” (Salmo 50) Salmo 121 Muy oportunadamente la liturgia de hoy pone entre las lecturas biblicas el salmo 121. ¿Como es posible hoy quedarnos despiertos vivir la espera y no dejarnos obscurar o raptar el orizonte del Reino de justicia y de paz? Por mi solmaente levantando los ojos al cielo, hacía lo montes devine posible quedar vivo el corazón y seguro el paso en el camino de Jesús. Dirijo la mirada hacía los montes: Estamos evidentemente en frente al salmo hecho para alimentar la confianza “parece de oir las voce e los pelegrinos que se encorajen reciprocamente con propositos de fe y de esperanza para mejor comprender la acción protectriz de Jahweh en frente de Israél y de cada Israelita en todo lo que pasa publicamente y privadamente en la existencia. Algunas notas 1) el verbo “smr”, custodir se encuentra seis veces en el salmo . Decir que Jahveh custodice o hace el custode significa seguir el hilo biblico della centinela divina. Esta marcadisima repetición no es casual debemos confesar la obra de Dios muchas veces para creer en Él con passión con todo el corazón. Se trata de una confesión repetida propio porqué no se trata de palabras dichas sin la partecipación del cortazón, que sale del porofundo de la intimidad. 2) El verbo es al futuro, no es sin sentido: Dios no es el custode de un día o la centinela de una noche. Su obra es “ahora y para siempre como recita el verso 8. Israél (y el singulo creyente) pueden hacer confianza. Dios acompaña en el tiempo, además nos acompaña más allá del tiempo. 3) La figura del Dios custode es en toda la simbologiateologica de Israél (Salmos 17, 8; 25, 20; 34, 21; 41, 3; 86, 2; 97, 10; 116, 6; 140, 5; 146, 9; Génesis 28, 15; Números 6, 24; Jerémias 1, 12; 31, 10) y encuentra amplio espacio en las escrituras cristianas. De todas maneneras se note que Jahweh es el custode de Israél pero también el custode de cada cryente ¿como no pensar en el “pastor de Israél” del salmo 80,2? ¿como no pernsar en el salmo que, a nuestro corazón nos susurra que Jhaweh es mi pastor”? 4) Otra palabra clave se encuentra en los primeros tres versos: “ayuda”. El creyente se pide: ¿de donde me llegará ayuda? Puedes volver tu cara a todas las realidades, a todas las personas pero la ayuda verdadera, la que salva es solo de Jahveh. La maturidad del creyente que “levanta los ojos” consiste propio en el reconocer que su ayda de encuentra en Jahveh. Durante nuestro pelegrinaje propio como el israelita que confia podemos levantar nuestros ojos “hacía los montes para cruzar los ojos de Dios. Sí, cuando estamos caminando hacía los montes, hacia las alturas, hacía la colina de Sion es verdaderamente saludable poder levantar los ojos hacía Jahveh. 5) “no dejará que tu pie dé un paso en falso” durante de un viaje, tambalear, tropezar, caer es casi facil. Es sencillisimo encuentrarse con el culo en tierra. Para nuestra suerte nos dicen os versosos 3 y 4, el custode no se duerme. Esta insomne y afectuosa vigilancia nos viene ribadida por bien trs veces. El samista a posta dice, repite, redice. Dios tene Sus insomias son insomias amorosas hacía las mujeres y los hombres que tienen los píes vacilantes. Si nos pasa de dormirnos durante del camino... hay siempre una esperancia nuestro custode velea. 6) Pero no siempre la presencia del custode-centinela-pastor se manifiesta de misma manera. A veces Jahweh manifiesta su amor de manera fuerte y casi visible “a la desecha” del creyente. “La derecha es la posición del protector que, teniendo el protejido a su izquierda, puede con la derecha libre impuñar la espada para defendere e amigo” (Gianfranco Ravasi). Otras veces Dios se pone cerca con una presencia imperceptible discreta: “Jahweh es tu sombra”. Sí, una presencia que crea una sombra, un abrigo contra el ardor y los ardores dela vida. En un viaje como peregrinos de aquellos tiempos el peligro de una insolación era posible. El hijo dela Sunanita salido para ir al padre entre los cosechadores. Justo llegado se puso gritar: “¡Mi cabeza, mi cabeza!” (2 Reyes 4-18). ¡Es suficiente un golpe de sol paraqué nosfaltan las fuerzas (Jonás 4, 8)! ¡Cuantas “insolaciones” podemos tomar e el peregrinaje dela vida! Señor, Te agradezco para qué algunas veces me has hecho un poco de sombra, has estado mi sombra, cuando rayos de sol sin piedad ha aclarecido demasiado mis zonas no acarecidas o cuando han “quemado” mis fuerzas. Señor, dame algunas veces algun momento de sombra para qué pueda descansar “ala sombra de tus alas”. Pueda yo reconocerTe tambrien quando estas un viento ligero o una sombra fugaz. 7) El simbolimo tiene muchas expresiones en este salmo: “un otro paradigma simbolico es espacio temporal encojido en su dinamismo ritmico”. “Día y noche”, “sol y luna”, “entrar y salir”, “ahora y siempre”, todas las dimensiones del espacio y del tirmpo estan en ambito dela acción de Dios. Nuestra existencia diaria en este seguir de prisa de “entradas” y de “salidas” se desrroya adelante de Dios. ¿Quiero tomar conciencia y dar espacio a su acción en el mundo, en mi mismo en nosotros? Para la busqueda de grupo a) tamadas algunas informaciones es necesario gustar en salmo en toda su valia de paz de ristoro de busqueda dela presencia amorosa de Dios. No es toda aquí la fe pero esta consituye una dimensión preciada. b) Los particolares son los rastros de la profunididad y dela capacidad de sucitar confianza que podemos encuentrar en esta deliciosa lirica dela centinela divina. c) Como bien sabemos un salmo es oración. Solo quandio devine “mia” oración cuando la bajo totalmente en las aguas profrofudas de mi corazón el salmo puede abrirse como una flor. En la oración pasa lo definitivo “delatamento” dela escritura”. |
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Traducido en español: Luca Prola
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