Commento alla lettura biblica liturgica del 10 ottobre 2004


 

Lebbroso - samaritano - straniero

 

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!» (Luca 17, 11-19).

 

Leggendo questo passo del Vangelo di Luca è fin troppo facile cadere in trappola riducendo il messaggio all’elogio della gratitudine. Uno solo dei dieci lebbrosi “guariti” torna da Gesù, riconosce e ringrazia. Può nascere un bel predicozzo sulla gratitudine che, si noti, non è affatto trascurabile. Anzi direi proprio che la gratitudine può essere una virtù preziosa e rara, un sentimento da coltivare.Certamente rileggere questa pagina evangelica, raccogliendo una lezione in questa direzione, è tutt’altro che irrilevante.

Dieci uomini lebbrosi

Gesù va verso Gerusalemme. Dieci lebbrosi sanno del suo arrivo e, fermi a debita distanza, alzano la voce. Questa era la legge del tempo (Levitico 13, 45-46).

Il nazareno entra in dialogo con loro ricordando quanto prescrive la legge. Ovviamente non siamo in grado di stabilire che cosa sia esattamente successo ai dieci lebbrosi e non siamo obbligati a pensare ad una guarigione istantanea.

Gli studiosi della Bibbia ci mettono in guardia da una lettura ingenua. Dietro questa pagina esistono i racconti antichi dei profeti Elia ed Eliseo. Del resto non siamo affatto sicuri che qui per lebbra si intenda davvero la malattia di Hansen causata dal bacillo mycobacterium leprae. Aver tradotto il termine ebraico sàrāat con lebbra è tecnicamente fuorviante perché sàrāat “si riferisce a tipi di escrescenza fungosa o a varie specie di muffa che si trova nelle abitazioni, nonché a infezioni della pelle negli esseri umani... I sintomi descritti dal Levitico fanno pensare che varie condizioni della pelle non siano lebbra nell’accezione attuale del termine. Il vocabolo sàrāat include probabilmente condizioni come la psoriasi, l’eczema e la vitiligine.” (JOHN MEIER, Un ebreo marginale, Queriniana, volume 2, pagg. 843-844). Non siamo quindi in grado di sapere con certezza se la malattia di Hansen esistesse davvero in Palestina ai tempi di Gesù. Ma questa disquisizione, tutto sommato, non costituisce l’elemento decisivo per la nostra lettura.

I racconti di miracoli non sono cronache e fotografie. Spesso, anzi, sono “amplificazioni” letterarie di un nucleo storico con lo scopo di trasmetterci un messaggio. A Luca interessa non fornirci un resoconto, ma dirci che Gesù si è preso cura di queste persone in qualche modo sofferenti ed emarginate e che, proprio nell’incontro con Gesù, in esse è avvenuta la svolta da una rassegnata condizione di marginalità alla prospettiva di una guarigione e di un ritorno nella società. L’amore che si prende cura fa miracoli.

Gesù non è equidistante

Un fatto balza subito agli occhi. Gesù è come una calamita per chi è emarginato, radiato, escluso, disperato, solo. Tra Gesù e gli esclusi/e si crea tante volte un’attrazione reciproca, si cerca l’incontro. Questa gente evidentemente aveva capito che Gesù era “sbilanciato”, totalmente dalla loro parte, non una persona equidistante. Sanno che il profeta di Nazareth fa tutto ciò che può per chi è nell’esclusione, nell'emarginazione, nella solitudine. Gesù si identifica con la “pecora perduta”.

In questo comportamento Gesù è davvero l’icona del Dio vivente, il testimone per eccellenza dell’amore con cui questo Dio che è Padre e Madre ama di un amore gratuito e preferenziale chi nella vita si è smarrito, chi è disperato, perduto. Egli è testimone di un Dio che non si rassegna all’ingiustizia.

In una società come la nostra, che riempie il Mediterraneo di cadaveri di quanti/e cercano di uscire dalla disperazione della miseria e della guerra, Gesù rimane un segno, l’indicatore di un'altra strada: egli ascoltò il loro grido e si prese cura di loro. Per noi, singoli e chiese, questa solidarietà con i “lebbrosi” di ogni genere è il punto decisivo della nostra fede.

Samaritano... Straniero

Davanti all’unico lebbroso che ritorna da lui per ringraziare Dio che è il solo autore della sua “resurrezione” (Gesù non ha mai concentrato su di sé l’attenzione e la gratitudine, ma le ha sempre orientate a Dio), il nazareno osserva: “Non sono stati trovati altri che tornassero a dare gloria a Dio, se non questo straniero?”. Già Luca ci aveva fatto notare al versetto 16 che “costui era samaritano”.

Qui, a mio avviso, sta il punto “alto” e provocatorio del messaggio. Il samaritano, eretico e straniero, viene riconosciuto come esempio di gratitudine e di fede. Basta un pizzico di memoria per ricordare che lo stesso vangelo di Luca (10, 29-37) fa del “buon samaritano” il paradigma della solidarietà, in stridente contrasto con il comportamento dei “piissimi” levita e sacerdote. Vengono subito alla mente altre figure di stranieri o irregolari come il centurione o la donna Cananea… Di loro viene lodata una fede di fronte alla quale Gesù stesso resta stupito.

La nostra società, a livello lavorativo ed economico, non starebbe in piedi senza le braccia dei lavoratori e delle lavoratrici straniere. Basta una semplice indagine sull’andamento dell’occupazione in certi settori dell’industria e dell’edilizia. Basta guardare con attenzione chi, nelle nostre case, in modo crescente, si prende cura dei nostri anziani… Ma questa società del libero mercato il più delle volte (ci sono significative e numerose eccezioni) non vede lo straniero e la straniera come persone che hanno un’identità, una storia, una vita affettiva, una cultura, una fede.

Per me oggi il Vangelo suona come un richiamo fermo a riconsiderare il mio impegno perché nella mia vita e nel mio ambiente lo “straniero” sia accolto per quello che è, non solo per le sue braccia. Come Gesù voglio che le mie orecchie odano e soprattutto che il mio cuore ascolti il grido del lebbroso, del samaritano, dello straniero. Sono ancora quelle le voci e le vite che “danno gloria a Dio” e ci indicano la strada per un mondo diverso.

Mentre lottiamo contro la barbarie della legge Bossi-Fini, figlia di un governo che preferisce affondare piuttosto che accogliere, ci è richiesto qualcosa di molto personale e concreto: fare posto nel nostro cuore, nelle nostre relazioni, nelle nostre amicizie, nei nostri luoghi della vita quotidiana all’uomo e alla donna straniera. Creare relazioni alla pari significa anche, come ha fatto Gesù, saper vedere il dono di Dio nelle loro vite, la loro saggezza e la loro bontà. Significa imparare gli uni dagli altri in una reale circolarità, nella consapevolezza della “multiculturalità” senza la quale ogni integrazione è un’operazione di riduzione dell’altro/a ai nostri schemi e paradigmi culturali.

E poi, guardando lo scenario politico di questi giorni, devo ancora una volta constatare che la profezia il più delle volte nasce fuori dall’ambito religioso. Penso a ciò che sta facendo il governo Zapatero in Spagna sul terreno dei diritti delle persone. Mentre le gerarchie ribadiscono pregiudizi secolari, “fuori dal tempo”, nasce la voce profetica di chi finalmente ricorda che ogni donna e ogni uomo hanno diritto a vedere tutelato il loro amore. Mentre un illustre esponente della destra fascista italiana “arruola” Francesco d’Assisi nelle truppe di occupazione dell’Iraq, è davvero tempo di ascoltare le voci fuori dal coro, fuori dalle “prudenze” politiche.

Ti benedico, o Dio

Sì, o Dio della vita, Ti benedico
perché ancora una volta
ricordi ai miei occhi e al mio cuore
che bisogna guardare nella direzione degli esclusi/e
e che Tu ci parli soprattutto dai sotterranei della storia,
dalle “periferie” della società.

Franco Barbero



Leproso - samaritan – estranjero

Leyendo este trozo del Evangelio de Luca es demasiado facil caer en la tramapa riduciendo el mensaje al elogio de la gratitud. Solamente uno de los diez leprosos “sanados” vuelve hacia Jesús, reconoce y agradece. Puede nacer una predicación banal sobre la gratitud que, se tome nota, no es inutil. Diria envez que la gratitud puede ser una virtud preciada y rara, un sentimento que debemos cultivar. Cierto releer esta pagína evangelica recojiendo una lección en este sentido, no es absolutamente inúltil

Diez hombre leprosos

Jesús va hacia Jelusalem. Diez leprosos saben de su llegada y, parados bastante lejos, levantan la voz. Esta era la ley del tiempo (Lev. 13, 45-46).
El Nezaren entra en dialogo con ellos acuerdando lo que prescribe la ley. Obviamente no estamos capazes de esteblecer lo sea exactamente pasado a los diez leprosos y no estamos obligados de pensar en una sanación instantnea,
Los esdiosos nos ponen en guardia de una lectura ingenua, detras de esta pagina existen los cuentos antiguos de los profetas Elias y Eliseo somos tampoco seguros que aquí por lepra se quere decir verdaderamente la maladia de Hansen generada por el bacilo Mucobacerium leprae.
Haber traducido la palabra judia sàrāat con lepra es tecnicamcamente desviador porque sàrāat “se refiere en tipos de escreciencia setosa u en varios tipo de moho que se encuentran en las casas, además en infecciones de la piel humana... los sintomos descrtitos por el Levitico hacen pensar que varias condiciones de la piel no sean lepra el la acepción actual del termino. La palabra sàrāat incluye probablemente condiciones como la psoriais l’eccema o como el vitilígo” (JON MEIER, Un ebreo marginale [un judio marginal (N.d.T)], Queriniana- Italia página 843-844).
No somo capaces de saber con certitud si la enfermidad de Hansen existiria verdaderamente en Palestina en los tiempos de Jesús. Poro esta disertación, en suma, no constutuye en elemnento central por nuestra lectura.
Los cunto de milagros no son cronicas y fotografias. Muchas veces son “amplificaciones” literarias de un nucleo historico con el fin de trasmetirnos un mensaje. El interes de Luca no es darnos una cronica sino dirnos que Jesús se ha cuidado de estas personas en alguna manera soferentes y marginadas y, propio en el encuentro con Jesús, en ellas ha passado una vuelta de oja desde una condición de marginalidad hasta una prospectiva de una sanación y de un regreso en la sociedad. El amor que se tome cuidado hace milagros.

Jesús no es equidistante

Un hecho se vee pronto. Jesús es con una calamita por quien es marginado radiado, exluso, desprerado, solo. Entre Jesús y los exlusos/as se genera muchas veces una atracción reciproca, se busca el encuentro. Esta gente evidentemente habia conprendido que Jesús estaba “desbalanzado” totalmentete por ellos, no una persona equidistante. Saben que el preofeta de Nazaret hace todo lo que puede por quien es en la exclusión, en la emarginación, en la soledad. Jesús se identifica con la “obeja predida”. En este comportamiento Jesús es verdaderamente la icona del del dios viviente, el testigo más importante del amor con cuyo este Dios que es padre y madre ama de un amor gratuito y preferncial quien en la vida se ha perdido, quien es desperado, perdido. Él es testigo de un Dios que no se resigna a la ingusticia. En una sociaedad como la nuestra que llena el Mediteraneo de cadaveres de aquellos que ententand de salir desde la disperación, de la misreria y de la guerra, Jesús se queda como señal, es el indicador de un otro camino: Él escuché el grito de ellos y los cuidó para nosotros singolos y iglesias esta solidaridad con los “leprososos” de todos tipos es el punto decisivo de nuestra fe

Samaritano... estrangero

Delante el unico lepros que revuelve a él para agradecer Dios que es el untico autor de su “resurrección” (Jesús no ha nunca concentrado en si mismo el atención y la gratitud, sino las ha siempre orientadas hacia Dios), En nazaren observa: “¿No hubo quién volviese y diese gloria a Dios, sino este extranjero?”
Luca, ya, nos habia permitido de notar en el verso 16 que “Y éste era samaritano”.
Aquí por mi es el punto “alto” y provocador del mensaje. El samaritano, ereje y estranjero es reconocido como ejemplo de agradecimiento y fe. Barta un poco de memoria para acuerd que el mismo evangelio de Luca (10, 29-37) hace del “buen samaritan” el paradigma dela solidaridad en evidente contrasto con el comportamento de “pios” de levita y sacerdote. Salen pronto en la mente otras figuras de estranjeros u iregolares con el centurion o la mujer cananea de ellos se loda una fe en frente cuya Jesús mismo se queda surprendido.
Nuestra sociedad a nivel laboral y ecomomico no seria levantada sin los brazos de los trabajadores/as estrangeros/as. Es suficiente una simple indagación sobre la ocupación en algunos sectores de la indistria y de la construcción. Es suficiente mirar con atención quien en nuestras casas, de manera creciente, se cuida de nuestros mayores... pero esta sociedad del libre mercado la mayoria de las veces (hay significativas expciones) no se vee el estranjero o la estranjera como personas quie tienga identidad una historias una vida afectiva una cltura una fe.
Por mi hoy el Evangelio suena como una llamada fuerte por reconsiderar mi ahínco porque en mi vida y en mi ambiente el estranjero sea acojido por lo que es, no solamamente para su brazos. Como Jesús quiero que mis orejas oygan y sobretodo que mi corazón escuche el grito del leproso, del samaritano, del estranjero. Son aquellas las voces y las vidas que dan gloria a Dios i nos indican el camino por un mundo difernte.
Mientras luchamos contra las barbarias dela ley Bossi-Fini [parlamentarios italianos dela derecha que han hecho una ley que controla el flujo de las migraciones N.d.T] hija de un gobierno que prefiere afundar envez de acojer, nos es pedido algo muy personal y concreto: hacer espacio en nuestro corazón, en las relaciones, en nuestra amistad, en nuestros lugares dela vida diaria al hombre y as la mujeres estranjeras. Crear relaciones en pares significa tambien, como ha hecho Jesèus, saber ver el don de Dios en su vidas, su sabiduria y su bondad. Significa aprender entre todos en una real circularidad, en la concencia de la multiculturalidad sin cual todas la intgraciones son operaciones de reducción del otro/a a nuesros equemas y paradigmas culturales.
Y ademas mirando el escenario politico de estos dias debo una vez más constatar que la profecia la mayoria de las veces nace fuera del ambito religioso. Pienso en lo que hace el gobierno Zapatero en España por lo que son los derechos dela persona mientras las gerarquias hacen hincapié en prejududicios seculares, “fuera del tiempo”, Nace la voz profetica de quien recuerda que cada mujer y hombre tienen derecho a ver tutelado su propio amor. Mientras un insigne exponente de la derecha fasista itlaiana “recluta” Francico de Assisi en las tropas de ocupación es verdaderamente tiempo de escuchar las voces fuera de las “prudencias” politicas.

Te bendigo, Dios

Sí dios de la vida te brendigo
Porque una vez más recuerdas a mis ojos y mi corazon
Que debemos mirar en la dirección de los exlusos/as
Y que tú nos hablas sobretodo nos contesta desde el subterranéos de la historia
Desde las periferias de las sociedadedes.

Traducido en español: Luca Prola