| Commento alla lettura biblica liturgica del 17 ottobre 2004 | ||
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La preghiera e la lotta |
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Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: «C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 1-8). |
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Anche questa parabola è situata nel contesto di quella sezione lucana in cui Gesù, durante il viaggio verso Gerusalemme, impartisce lezioni di vita al gruppo che lo accompagna e talvolta alle altre persone che incontra. Qui, se ci atteniamo alla intestazione della parabola, allo “scopo” enunciato nel primo versetto, Gesù si prefigge di lasciare ai discepoli e alle discepole un preciso insegnamento che, prima in forma assertiva e poi in forma negativa, ribadisce l’importanza della preghiera: “prega sempre senza stancarsi mai”. Pregare sempre e non stancarsi mai! Più chiaro di così… Chi potrà mai passare sotto silenzio, oggi, questa esortazione di Gesù? Egli, prima di sollecitare i suoi amici e le sue amiche a pregare, ne diede loro la testimonianza e lasciò il ricordo della sua pratica. Gesù, da vero credente, ha fatto in modo che la preghiera accompagnasse tutta la sua vita e “abitasse” le sue gioie e le sue sofferenze, senza relegarla in qualche “angolo” rituale. L’oggi della preghiera E’ bene soffermarci su questo pensiero. Infatti (lo scrivo con dolore) troppe volte tra i cristiani di base si sono rifiutati tanti ritualismi e tanti devozionalismi, ma non si è avuto cura di costruire in positivo un cammino di preghiera personale e comunitaria. Non mi stanco di dar voce a questa “protesta”. Mi permetto di riportare qui la riflessione che ho scritto nel mio libro “Olio per la lampada” a pag. 161-162: “Dopo aver scritto una decina di libri sul tema “fede ed impegno”, dopo aver trascorso anni sui testi biblici, mi è molto difficile oggi parlare della preghiera perché temo di fare un “pistolotto” pietistico. Ma per me non è mai stato così. La preghiera è per me intrecciata con la vita. Da sempre inserito nell’impegno sociale e politico cercando di collocarmi sul solco di Gesù, dalla parte dei deboli, sono riconoscente a Dio che mi ha conservato la passione della preghiera. Ormai 30 anni fa, quando scrissi “Una fede da reinventare”, eravamo nel pieno delle lotte politiche. Ma io non ho mai potuto capire perché si dovesse separare la passione per gli oppressi dalla passione per Dio. Questo mi sembra un binomio inscindibile. Anni di studi biblici mi hanno innamorato (sempre dentro una vita molto laica e mossa) della preghiera biblica. Oggi prego come un bimbo che riposa tra le braccia della madre. Conosco le lacrime di gioia e il grido dell’inquietudine e dell’angoscia. La preghiera ebraico-cristiana, prima di tradursi in preghiere, è la struttura interiore per cui penso tutta la vita come un dialogo, come un attingere alla Sorgente, come un volgere cuore e occhi alla fonte della vita, la roccia del mio cuore. Pregare è riconoscere che sono decentrato da me, che sono situato in una relazione d’amore che precede, accompagna e supera la mia vita; significa buttare i miei "lievi" giorni e i miei contati anni tra le braccia dell’Eterno e affidare a Lui le mie fatiche, le mie gioie, le mie sconfitte, le mie speranze. La preghiera mi libera dall’ossessione dell’io, dall’autocentramento e mi ossigena il cuore nel profondo. Ecco perché (lo sanno bene nella mia comunità e nelle comunità amiche!) io sono spietato e sferzante verso quei cristiani che, non più in sintonia con talune forme di preghiera, cessano di pregare anziché inventare una “nuova preghiera”. Certo, la preghiera va rinnovata e nella mia vita ho abbandonato certe forme, ma ne ho scoperte altre che oggi ritengo per me molto più nutrienti. Non sono più legato a novene, tridui, madonne, santini, rosari e processioni, ma mi sono sempre più accostato alla Bibbia, ai salmi, alla lettura della parola di Dio, all’eucarestia di gruppo, alla celebrazione comunitaria del perdono. Amo ricavare anche con sacrificio dentro la mia vita quotidiana qualche momento di silenzio in cui apro il mio cuore davanti a Dio. Detesto le forme stereotipe, ma imparo molto anche dalla preghiera di altre persone e sono contento che nella mia comunità il canone della messa spesso sia costruito in gruppo. Ogni comunità dovrebbe, a mio avviso, costruire almeno una parte delle proprie celebrazioni. Io temo gli alberi che hanno le radici tagliate o secche, cioè i cristiani che non affondano le loro esistenze in un rapporto con Dio. Nella vita, nella chiesa e nel mondo ci sono troppe bufere. Voglio continuare a nutrire le radici dell’alberello della mia vita con il dialogo con Dio. I linguaggi sono come le foglie, cambiano di stagione in stagione, ma il colloquio resta”. Alle origini della parabola Tuttavia, è probabile che questa parabola di Gesù abbia un respiro più ampio ed un contesto ancor più pregnante e che solo successivamente la comunità di Luca l’abbia “applicata” alla preghiera. Si tratterebbe comunque di un restringimento, non di un travisamento. Una prima tappa può essere riscontrata nella fede, tormentata e fiduciosa, di Gesù di Nazareth. Chissà quante volte il nazareno avrà sofferto fino allo scandalo il fatto che Dio, il Dio dei poveri, sembrava quasi assente dallo scenario umano e non affrettava i tempi della giustizia! Per lui questa “lentezza” di Dio aveva dell’intollerabile. Come tutti i profeti non perdonava a Dio questo ritardo. Perché Dio non si affretta, se è il Dio sollecito della sorte dei deboli? E’ pensabile che questa fosse una delle spine, delle inquietudini che forse non trovò mai piena risposta nella ricerca di fede di Gesù. Ma, per la fede di Gesù, lo scandalo in lui non diventò disperazione. Per quanto l’esperienza quotidiana e la lunga sofferenza dei poveri lo smentisse, egli tenne insieme i bandoli della matassa, gli estremi del dramma. Dio gli donò questa fede smisurata in Lui. Questa urgenza profetica che pulsava nel cuore di Gesù penetrò nel gruppo delle donne e degli uomini che lo seguirono. Sperare nel Dio che interviene ora (“il regno è ora-qui!”) fu una delle consegne irrinunciabili per quella “comunità” che Dio fece nascere dalle carni putrefatte del maestro e profeta di Nazareth. Come potevano le discepole e i discepoli abbandonare la fiducia radicale che il loro maestro aveva vissuto e insegnato? Il racconto che Gesù fece della sua fede ai suoi amici divenne, con il trascorrere del tempo, una “narrazione comunitaria” messa sulla bocca di Gesù. Nonostante tutto, ci dice la comunità di Luca, anche se l’orologio di Dio ha un quadrante diverso dal nostro, noi ci fidiamo della fede e della parola di quell’artigiano di Nazareth che Dio ci ha fatto riconoscere come Sua rivelazione. Gesù può anche essersi sbagliato sui “tempi di Dio”, ma il suo orizzonte di fede non ci inganna. La parabola. Con tutte le sue aggiunte redazionali, costituisce un gioiello sul piano letterario e su quello emozionale. Tutta la pagina è attraversata da una tensione esplosiva, urlante, irrisolta. Il contrasto tra il giudice iniquo e Dio è particolarmente evidente, come risulta stridente la inconciliabilità tra un Dio che nella realtà è un gran ritardatario e l’affermazione che egli “farà giustizia in breve tempo”. Questa incontenibile tensione giunge al culmine soltanto con lo scandaloso e conturbante interrogativa del versetto finale: “Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”. Mi sembra che la tensione tra la promessa e il ritardo costituisca spesso il nostro stesso “scandalo”, un vero tormento. Davanti a certi scenari viene alle labbra l’implorazione che tanto spazio trova nei testi biblici: “Ti sei dimenticato, o Eterno, dei Tuoi figli? Perché giri la faccia dall’altra parte? Perché nascondi il Tuo volto? Perché prosperano gli empi e i guerrafondai…..?”. A volte ci troviamo nel cuore e sulle labbra tanti “salmi di disorientamento”, una infinità di perché. La vedova Ma dentro questo campo narrativo si muove una donna, una vedova dal cuore caldo e indomito. Lei la giustizia la vuole e il più presto possibile! E’ lei che mette in movimento la scena. Non si accontenta di qualche lagnanza e non fa semplicemente la querula. Se ne esce di casa e sfida il “palazzo di giustizia”. Non si fa rappresentare da un patrocinatore, ma si presenta in prima persona, positivamente aggressiva come un mastino. Ha fatto un proposito e lo mantiene fermamente: molestare, importunare, disturbare il più possibile chi non fa giustizia. Al giudice saltano i nervi e teme il peggio di fronte a questa vedova inascoltata che reclama ascolto ed ha scatenato astuzia, ostinazione e coraggio. E se noi imparassimo da questa vedova come si sta al mondo e come ci possiamo prendere la libertà di gridare a Dio il nostro scandalo? E se riscoprissimo la duplice invocazione finale del Padre nostro: “Non lasciarci perdere la fiducia in Te, ma liberaci dal male”? Tenere insieme lo “scandalo” di una giustizia che non trova compimento e una radicale fiducia nel Dio fedele che non ci inganna, non è cosa di poco conto. Fu difficile per Giobbe, per Abramo e per Sara, per Mosè e per Gesù. Non sarà facile per noi, ma questo è forse il sentiero sul quale ci sollecita gran parte della testimonianza biblica. A te, o Dio fedele O Dio di Gesù e Dio di questa vedova, |
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Franco Barbero |
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| La oración y la lucha
Tambien esta parabola es puesta en el contexto de aquella sección de Lucas en cuya Jesús en el viaje hacia Jeluasalen inpartice lecciones de vida al grupo que le acompaña y a veces a las otras personas que encuentra. Aquí si nos ceñimos ala intestación de la parabola, ala motivacion anuciada en el primer verso, Jesús de prefija de dejar a los descipulos y a las descipulas una precisa enseñanza que, antes de forma absertiva y despues de forma negartiva, hace hincapié en la importancia de la oración: “ora siempre sin cansarte nunca”. ¡Orar siempre y no cansarse nunca! Más claro que así... El hoy de la oración Es “bien” quedarnos en este pensamiento. Demasiadas veces (y lo escribo con dolor) entre los cristianos de base se han rechazado muchos ritualismos y tantos devocionalismos, pero no se ha cudado de construir en positivo un camino de oración personal y comunitaria. No me canso de dar voz a esta “protesta”. A las origenes de la parabola Todavia es probable que esta parabola de Jesús tenga un más amplio respiro y de un contexo más envolviente y que solo sucecivamente la comunidad de lucas la ha aplicada a la oración. Se trataria de un estrechimiento, de un equivoco. La parabola Con todas su añadidas redaccionales constituye una joya sea en el plan literario que en el plan emocional, todo el trozo es lleno de una tension explosiva urlante sin solución. El contrasto entre el juez injusto y Dios es particolarmente evidente como estridente un Dios que en la realidad es un gran retrazagado y la afermación que el “lo defenderá pronto”. Esta incontensible tension llega ala cumbre con el escandaloso interrogativo del verso final: “cuando venga el Hijo del Hombre, ¿Hallará fe en la tierra?”. Me parece que la tensión entre la promisa y el retrazo constituye muchas veces el mismo escandalo, un verdadero tormento. Delante de algunos escenarios saca de los labios la oración que tanto espacio tiene en los texto bibilicos “¿te has olvidado o eterno de tus hijos? ¿Porque vueltas la cara de la otra parte? ¿Porque escondes tu cara? ¿Porque prosperan los empios y los que hacen guerras? A veces tantos salmos de desorientación “una ininidad de porqué. La viuda Pero adentro de este campo narrativo se mueve una mujer, una viuda dal corazón caliente y corajioso. Ella la justicia la quiera y ¡más pronto posible! Es ella que pone en marcia la escena. No se contenta de llorar. sale de su casa y desafia el “palacio de justicia” no se hace representar por un partocinador, sino se presenta en primera persona, positivamente agresiva como un mastin. Ha hecho un proposito y lo mantiene: molestar y importunar lo más posible quien no hace justicia. El juez se saca de quizio y teme lo peor en frente de esta viuda inescuchada que pide escucho y ha sacado astucia, obstinacion y coraje. Por Ti, Dios fidel Dios de Jesús y Dios de esta viuda, |
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Traducido en español: Luca Prola
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