| Quando leggo un brano del Vangelo, ho l’abitudine di cercare di immedesimarmi nei personaggi descritti. Mi sembra, in questo modo, di "entrarci dentro", di penetrare nell’oscurità del mio essere profondo, là dove non vorrei vedere né conoscere, là dove sono consapevole che tutto il bene e il male che riconosco negli altri c’è in me, più o meno cosciente, più o meno sviluppato, ma c’è.
In questo brano c’è un padrone che scopre la disonestà del suo amministratore e agisce licenziandolo. C’è un amministratore disonesto che ha approfittato della fiducia del padrone per arricchirsi e che approfitta dei debitori per non trovarsi l'indomani sul lastrico. Ci sono dei debitori che approfittano della caduta in disgrazia dell’amministratore per non pagare tutto il loro debito al padrone, forse consapevoli che così facendo saranno debitori, almeno moralmente, nei confronti dell’amministratore. Dovranno, prima o poi, rendere il favore ricevuto.
In questo contesto il padrone loda il servo per la sua scaltrezza.
Mi sorgono alcune considerazioni su questi personaggi e sul loro agire che mi sembra proprio il nostro, della nostra società. Forse è semplicemente un modo umano di relazionarsi, tipico di tutte le società, oserei dire di “usarsi a vicenda”.
Il padrone sa che è impossibile possedere più del necessario, se non sfrutti le opportunità della vita a scapito degli altri. Non è un caso che abbia scelto come servo fidato un opportunista che si arricchisce alle sue spalle: una persona onesta, un “figlio della luce” non avrebbe accettato un lavoro che lo avrebbe portato a riscuotere delle merci, oggi sarebbero soldi, là dove forse non c’era neppure il necessario per vivere.
E i debitori? Se non erano presi per fame, e il brano non lo specifica, disonesti anche loro, perché si lasciano corrompere con gioia, anzi con gratitudine? Come può un padrone non condividere un modo di ragionare che è anche il suo?
Perché non c’è stato un solo debitore che abbia detto “No, voglio pagare il giusto... In cambio desidero chiudere la porta e la casa e non dover mantenere, subendo, relazioni di comodo"?
Questi meccanismi di dare per ricevere, di fregare per non essere fregati, di usare gli altri, le loro posizioni, le cose che sanno fare, permeano profondamente la nostra società, anche noi ne siamo pienamente coinvolti, forse non è nemmeno possibile essere diversi... Allora ha ragione Gesù quando dice: “Se siete disonesti e infedeli nelle cose materiali, come potete capire qualcosa del Regno di Dio?”.
Nel Regno di Dio il superfluo è tale, non può diventare necessario. Nel Regno di Dio l’amore, l’accoglienza sono gratuiti, non hanno ritorno di rendimenti né restituzione.
Nel Regno di Dio la vera ricchezza, quella interiore che, quando c’è, può solo aumentare, mai dissiparsi, è dono di pochissimi “figli della luce” che noi, offuscati e intrappolati dai nostri ragionamenti incentrati a perseguire il nostro benessere, prigionieri delle nostre comodità difese con le unghie e con i denti, non sappiamo nemmeno vedere.
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Questa parabola ci parla di un amministratore opportunista, ma anche molto astuto e risoluto.
Avendo perso la fiducia del padrone, si adopera e si ingegna per mettere al sicuro il suo futuro.
Luca in questo brano ci vuol trasmettere un messaggio ben preciso: anzitutto non cercare di accumulare ricchezze con disonestà. Ma ci chiede la stessa risolutezza e astuzia dell'amministratore, ma per fini ben diversi e ben più nobili: pensiero che si dovrebbe condividere in pieno.
Perché utilizzare le nostre capacità solo ed esclusivamente per noi stessi, quando potremmo dedicarne una parte agli altri, ai più bisognosi? D’altra parte, anche questo è un dono di Dio e da buoni cristiani la nostra coscienza dovrebbe spingerci ad utilizzarlo al meglio, non a scapito di altri ma a favore di chi è meno fortunato.
Io credo che ognuno di noi possieda un dono con caratteristiche diverse e uniche, una capacità.
Consideriamoci come degli affidatari di ciò che ci è stato donato da Dio e che dobbiamo custodire e utilizzare al meglio perché un giorno Egli ci chiamerà per renderne conto.
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Leggendo questo capitolo una prima spontanea riflessione riguarda il versetto 8: “Ebbene sappiate che il padrone ammirò l’amministratore disonesto perché aveva agito con furbizia”.
Mi chiedo il perché di questo elogio al comportamento spregiudicato di quell’amministratore, addirittura di ammirazione per la furbizia e l’opportunismo usato nel manipolare gli affari del padrone sottovalutandone l’onestà.
Procedendo nella lettura, vediamo come la ricchezza viene esaminata in modo più diretto e la constatazione al versetto 13 dell’impossibilità di servire due padroni con lo stesso impegno mi concilia con la lettura di questo capitolo.
Però non posso evitare un dubbio che si affaccia dentro; mi chiedo: cos’è l’onestà e qual è il fragile confine che la divide dal suo opposto. Quanto più mi addentro nel pensiero tanto più mi rendo conto quanto sia difficile praticare l’onestà senza neanche un’ombra di ingiustizia.
Quando penso alla disonestà mi vengono in mente le grandi truffe atte a ledere la buona fede di tanta gente, penso alle associazioni a delinquere, agli sfruttatori della prostituzione, del lavoro minorile, ai trafficanti d'armi, droga o schiavitù... e Dio sa quante nefandezze enormi disonestà ci sono attorno a noi.
Certo, se mi confronto con queste, "ne esco pulita": non ho niente a che vedere con queste cose; ma posso ritenermi onesta solo perché non pratico le grandi "truffe"?
Nella vita ci sono infiniti modi di essere onesti ma altrettante possibilità del contrario. La disonestà non riguarda solo i "grandi truffatori", ma noi tutti con nostro comportamento giornaliero, con le nostre scelte.
Un qualunque rapporto personale che non abbia per base la lealtà è disonesto, il prevaricare è disonesto, l’umiliare è disonesto e ancora... qual è il confine che fa piccola o grande la disonestà?
Se io occasionalmente pratico la disonestà spicciola è perché scelgo di essere non del tutto onesta oppure è perché non mi capitano tra le mani grosse occasioni? Insomma potenzialmente potrei essere anch’io quell’amministratore disonesto!
Tornando a quell’elogio iniziale... continuo a non capirlo. Non sarà che mi sfugge il senso della parabola? E se provassi a vedere l’amministratore sotto una luce più benevola, come colui che ha inventiva e, forse paradossalmente, voglia e fantasia di investire nel futuro?
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