| Commento alla lettura biblica liturgica del 5 settembre 2004 | ||
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Seguire Gesù |
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Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Luca 14, 25-33). |
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Il testo del Vangelo di questa domenica è molto impegnativo. Può sembrare strano che sia collocato subito dopo la parabola del gran convito, quando al banchetto non vuol andare nessuno e il padrone deve addirittura costringere le persone ad entrare e prendervi parte. Nel brano di questa domenica la motivazione sta nell’esordio: “Or molte turbe andavano con lui…” (14,25). La predicazione di Gesù era così in grado di toccare il cuore di donne e uomini che molti effettivamente lo seguirono. Ma con che grado di consapevolezza? Più tardi, quando le prime comunità iniziarono ad essere numerose, si presentò lo stesso problema, aggravato dalla constatazione che il ritorno del Cristo tardava a manifestarsi e si prospettava una attesa ben più lunga dell’imminenza predicata dal Battista e da Gesù. Perché era difficile seguire l’insegnamento del Cristo? C’era e c’è sicuramente il problema della coerenza, legato a doppio filo con quello della credibilità: se un persona o una comunità sono coerenti allora sono anche credibili. Nel rito dell’ordinazione sacerdotale, un tempo, il vescovo ammoniva il sacerdote appena consacrato con le parole: “ Credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò in cui credi, vivi quello che insegni”. Quando si condivide un percorso comunitario la credibilità della comunità, risulta dalla credibilità dei singoli membri. La comunità deve porsi il problema, pena il progressivo annacquamento dell’annuncio evangelico. Ecco perché Gesù mette in guardia: la sua sequela non è una passeggiata. Il testo è impegnativo anche per un altro motivo: cosa sta al centro della sequela di Gesù? Cosa sta al centro della nostra personale sequela di Gesù? Credo sia questa la domanda più difficile per una comunità e per la propria vita. Gesù è molto drastico: al centro non può esserci la famiglia, non ci possiamo essere noi stessi. Al centro c’è una rinuncia al proprio egoismo, al proprio egocentrismo per far spazio a Dio che, paradossalmente, si manifesta attraverso una sconfitta: “E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo” (14,27). Quante volte nella storia gruppi, movimenti, chiese pensando di seguire l’evangelo… hanno posto al centro se stessi invece che la sequela di Gesù? Quanti non hanno saputo rinunciare al proprio voler essere al centro? In fondo il Vangelo è un annuncio semplice: Dio è presente nella storia di ogni donna e ogni uomo, c’è senza che noi ne abbiamo alcun merito, è li presente. Questa presenza gratuita ci libera dall’angoscia di possederLo ad uso esclusivo e ci libera dall’angoscia di non possederLo affatto perché non ce ne sentiamo degni. Tuttavia c’è ancora qualcuno che si ostina a cercare Dio “partendo da se stesso”, a “reinterrogare le esperienze a partire da se’” cadendo inevitabilmente nell’autoreferenzialità: sarebbe come per un poveretto che sta affondando nell’acqua pretendere di tirarsi fuori aggrappandosi ai propri capelli. Il senso ultimo della nostra storia non viene da noi, ci è donato gratuitamente dall’esterno, da Colui che trascende la storia. Purtroppo l’autoreferenzialità è una pericolosa tentazione: sposta il centro dall’Eterno a noi stessi, a noi stesse. Stupisce che anche all’interno del movimento delle comunità di base si facciano incontri e convegni nel cui programma non sia previsto alcun momento di preghiera, alcun momento per porci di fronte all’Eterno rinunciando, almeno in breve lasso di tempo, ad essere al centro perché al centro ci sia Lui. La parola di Gesù è chiara: chi non rinuncia a se stesso “non può esser mio discepolo” (14,27). Certamente non sarà dannato, ma neanche nella sequela di Gesù. Non è un programma impossibile. Abbiamo il dono della fragilità, possiamo sbagliare; ma possiamo ravvederci e rimetterci in cammino. Porre al centro l’Eterno ci libera, ci da la forza di ricominciare, ci fa incontrare stimoli, persone, ci fa assaporare la gioia di amare. E, tra l’altro, rende credibile la buona notizia che dovremmo portare. |
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Angelo Merletti |
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Domenica 12 settembre 2004 (Lc 15, 1-32) - a cura di Luisa Bruno |
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