Commento alla lettura biblica liturgica del 16 maggio

 
Gesù è ancora con noi?

Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno  e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.  Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.  Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Luca 24, 46 – 53).

Siamo ormai prossimi al "termine" del’anno liturgico e questo strumento così importante ci ricorda, partendo dall’avvento, la vita e soprattutto l’annuncio dell’evangelo fatto da Gesù. E’ una bella opportunità questo ascolto che però ha un rischio: dopo molti anni di questa esperienza rischiamo di non trovare più nulla di nuovo ma di vivere le proposte che la liturgia della chiesa ci propone, assorbiti come siamo dalla quotidianità e dall’incapacità di fermarsi e pensare.

Certo, rivivere ogni anno il racconto dell’esperienza di Gesù, dei suoi amici e delle sue amiche, del popolo ebraico e delle prime comunità cristiane è uno strumento importante per storicizzare e rendere attuabile il messaggio contenuto nel Primo e, soprattutto, nel Secondo Testamento. Bisogna però stare attenti a non ridurre tutta la Scrittura a dei "raccontini belli", qualche volta anche commoventi e, così, a non vedere il cammino di uomini e donne sulla strada della libertà, delle giustizia, dell’amore, della solidarietà.

Il Vangelo di oggi

Il brano che sentiamo leggere oggi all’altare è molto breve. Ha un rischio: quello di focalizzare la nostra attenzione sui versetti che parlano dell’ascesa al cielo di Gesù. Certo questo può essere importante, ma per me Gesù ormai è con Dio. Questa è quello che conta.

Un giorno anche noi saremo con Lui come ci sono le persone care e tutti coloro che hanno cercato di essere fedeli all’evangelo. Semplicemente così... senza dare giudizi su nessuno uomo, su nessuna  donna di questa terra, ricca o povero, potente o semplice cittadino/a…

Ritengo però che il messaggio su cui porre la nostra attenzione siano i versetti precedenti. Gesù apre la mente dei discepoli e ripercorre con loro tutta la sua vita e le sue scelte, annunciando che loro saranno i testimoni, gli annunciatore del Regno.

Mi interessa capire quanto del messaggio di Gesù ci è rimasto dentro, come popolo che si autoproclama cristiano. Non è il passato, ma è il presente che conta. Non è un discorso così scontato e condiviso come a prima vista può sembrare; ma è solo in questo modo che ci accostiamo al Gesù storico, quello di cui i vangeli ci hanno raccontato molto... ma non tutto, quello che deve essere collocato nella sua epoca,  in una realtà spaziale, temporale e culturale ben precisa.

E allora questo Gesù storico che, per fortuna, da parecchi anni molto studiosi e studiose ci aiutano a scoprire (anche non credenti…) può essere una strada, un modo di vita. Il rapporto con il Gesù che è vissuto in Palestina, che ha combattuto un modo di essere fedeli alla Torah condizionato dai precetti, dall’apparenza, contro un potere che soggiogava uomini e donne, contro un clero che metteva al primo posto la legge è quel Gesù che annuncia a noi oggi le stesse cose.

Riscoprire quel Gesù, che è stato il Profeta per eccellenza, l’Epifania di Dio, colui che ci ha fatto conoscere e amare Dio è proprio questo: Gesù ha fatto nella sua vita delle scelte radicali dinnanzi ad una realtà molto simile alla nostra.

Semplicemente dobbiamo partire da questi insegnamenti per trasferirli nella realtà di oggi e cercare di dare risposte in sintonia con il messaggio che il Vangelo ci regala ogni giorno. E credetemi, non è poi così semplice, come tutti e tutte sperimentiamo.

Amare, essere solidale, com-patire, riconoscere ogni uomo come fratello, ogni donna come sorella a prescindere dalla provenienza, dall'istruzione, dal reddito, dal genere, dalla sua vita affettiva nella convivialità di ogni differenza che è "ricchezza"...  A me i versetti fanno pensare queste cose. E a voi?

Amarezza

Vivo a 40 km da Torino e sono, permettete, nauseato e disgustato dall’effetto Sindone. Al di là del fatto che, per fortuna, anche la chiesa gerarchica non dice più che quello è il lenzuolo che avvolse Gesù... però se ci va "in visita" il papa, preti, vescovi, cardinali di tutto il mondo, molti uomini politici, potenti, famosi ecc... se ogni sera il telegiornale regionale dedica uno o due servizi all' "evento", questo è un pressante invito ad andare, comunque, a venerare. Eppure è noto a tutti che è un falso storico…

A pochi passi vi è gente che non trova lavoro, è discriminata perché non italiana. Se ci si mettesse uguale impegno ad annunciare il vangelo, ad abbandonare tutte le ricchezze e le compromissioni da parte della gerarchia con il potere  probabilmente la situazione sarebbe diversa.

E in questi casi il potere politico ci sa fare: la vigilanza è triplicata, ogni presenza non opportuna (senzatetto, poveri,  ecc...) nascosta, la città si presenta tutta bella pulita…Certo a Torino ormai  solo il turismo è in attivo e se questo porta un po’ di lavoro alle persone... forse è l’unica cosa positiva. Ma a che prezzo?

Una speranza

Lunedì 17 maggio è la giornata internazionale contro l’omofobia. Da una settimana in molte città italiane ci si interroga e, per il 4 °anno consecutivo, si prega insieme Battisti, Cattolici, Cristiani di base, Metodisti, Valdesi, Veterocattolici... per ricordare le vittime della violenza dell’omofobia e per infrangere il muro di assordante silenzio che permane nella nostra società e nelle nostre chiese su questo tema

Questi momenti di preghiera e di riflessione avvengo in alcune chiese valdese e in alcune chiese cattoliche uniti a persone glbt credenti. Questa per me è la novità bella e confortante. Anche la nostra comunità crisitana di base questa domenica dedica la celebrazione eucaristica alla preghiera per le vittime della violenza dell'omofobia.

"Come cristiani/e possiamo "rimanere in silenzio" quando tanti uomini e donne soffrono vittime della violenza e delle ipocrisie della società e delle chiese?   Noi diciamo di no!
A scandire le nostre preghiere quest'anno saranno i versetti conclusivi del capitolo 8 della Lettera ai Romani perché in quei versetti c'è davvero "quello che serve" a noi cristiani/e: dall'esortazione a vincere la paura, al ricordo della nostra fragilità, fino ad arrivare a una delle più belle “confessioni di fede” che la Scrittura ci propone.
"Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo?"  sarà il nostro grido, la nostra domanda, perché anche se le persone spesso non ci ascoltano, Dio saprà ascoltare le nostre preghiere che sapranno unirci al di là di ogni 'differenza'.
Perché, come scriveva Dietrich Bonhoeffer “viene il giorno in cui sarà forse impossibile parlare apertamente, ma noi pregheremo, faremo ciò che è giusto, il tempo di Dio verrà”. Ecco perché invitiamo tutte le persone di buona volontà, le comunità cristiane, le associazioni laiche ed ecclesiali  a condividere con noi questa preghiera di speranza".

Mentre scrivo queste righe ho però negli occhi la notizia che il papa, a Fatima in un suo discorso ha ricordato che “L’interruzione di gravidanza e le iniziative contrarie alla famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna sono tra le più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune”. Di fronte a queste anacronistiche e "leggere" dichiarazioni c’è ben poco da aggiungere, se non di avere una profonda sofferenza.

Certo, per le donne l’aborto non è un passeggiata (esistono dei modi per evitarlo, però condannati dalla chiesa gerarchica!). E pensare che queste siano le sfide più pericolose che insidiano il bene comune è difficile da sostenere. Quale bene comune? Il bene di chi muore di fame, di coloro che sono torturati e uccisi solo perché omosessuali, le donne che sono violentate.. oppure il bene di noi occidentali ricchi e pasciuti, con una bella maschera di ipocrisia sul viso.. Io ho una sola risposta, non so voi…

Vi ringrazio per avere avuto la pazienza di giungere al termine di queste righe. Desidero concludere con un augurio: che il sole di questa estate, che mi auguro non tardi a giungere, regali a tutti noi l’immagine del sole che non tramonta mai: la compagnia e l’affetto di Dio nella  nostra vita.  Buona domenica a tutti/e.
Memo Sales

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1)   Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo
di P. Alberto Maggi OSM - da www.studibiblici.it

E’ molto amara la conclusione del Vangelo di Luca. Dopo tante fatiche, dopo tante azioni di Gesù con i suoi, sembra che i suoi discepoli non abbiano capito proprio niente. Ma vediamo.
Gesù continua, nell’apparizione ai suoi discepoli da risorto, il suo insegnamento e spiega loro che “«Il Cristo patirà, come sta scritto nelle scritture, ma poi risorgerà dai morti il terzo giorno»”. Il numero tre non indica soltanto una scadenza cronologica, ma significa completezza, totalità. Sarà ucciso Gesù, ma poi tornerà in vita completamente, pienamente.

«E nel suo nome», nel nome del Cristo, «Saranno predicati a tutti i popoli», qui l’evangelista adopera il termine ‘etne’ che indica i popoli pagani, quindi il messaggi di Gesù non è riservato soltanto a Israele, ma è universale, per tutta l’umanità. E cosa verrà predicato? “«La conversione»”, e il termine adoperato dall’evangelista per “conversione”, indica un cambiamento di mentalità che poi si traduce in un cambiamento ne comportamento. Significa orientare diversamente la propria esistenza.

Se fino ad ora hai vissuto per te, ora vivi per gli altri. Questa è la conversione che Gesù chiede che venga predicata. Ebbene qui purtroppo la traduzione riporta “la traduzione e il perdono dei peccati”, come se venissero annunziate e predicate due cose differenti. No, è “la conversione per il perdono dei peccati”. E’ la stessa espressione che ha adoperato Giovanni Battista quando ha annunziato un battesimo che è segno di conversione per il perdono dei peccati.

E’ la conversione, il cambiamento radicale della propria esistenza – orientando la propria vita al bene degli altri – che ottiene il condono, la cancellazione dei peccati. Il termine “peccati” non indica le colpe degli uomini, ma l’orientamento sbagliato della propria esistenza, “«Cominciando da Gerusalemme»”, Ierusalem, la città santa. E Gesù annunzia che manderà su di loro colui che il Padre ha promesso, cioè lo Spirito Santo, la stessa forza d’amore, la stessa potenza di Dio, però, chiede Gesù “«Voi restate»”, e l’evangelista adopera il verbo “restare seduti”, quindi state immobili, “«finché non siate rivestiti della potenza dall’alto»”.

Ancora i discepoli non hanno lo Spirito, si manifesterà a loro il giorno della Pentecoste, allora Gesù li invita a stare calmi. “Poi li condusse”, il verbo ‘condurre’ è lo stesso che viene adoperato nel libro dell’Esodo per indicare la liberazione di Dio al suo popolo; quindi quello che Gesù sta facendo è la conclusione del suo Esodo, portare fuori i suoi discepoli dall’istituzione religiosa, che non era più una terra di libertà, ma una terra di schiavitù e di morte.

“Li condusse fuori verso Betània e li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e venne portato su in cielo”. E’ solo Luca l’evangelista che ci parla dell’ascensione di Gesù, quella che troviamo nel vangelo di Marco è una aggiunta successiva, posteriore, ma non fa parte del testo originale dell’evangelista. L’ascensione di Gesù non significa una lontananza, ma una presenza ancora più intensa; non una separazione, ma un unirsi ai discepoli nella loro attività.

Essere trasportato in cielo non significa a livello spaziale, “cielo” è uno dei termini che si usavano per indicare Dio. Gesù, colui che è stato condannato a morte come un delinquente, manifesta la pienezza di Dio. Questo non lo separa dagli uomini, ma addirittura li unisce per potenziare la loro attività. Ebbene la conclusione drammatica, inaspettata, deludente, “Essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme”, Ierusalem, la città santa, sede dell’istituzione religiosa, “con grande gioia”, quasi trionfanti, e non ci saremmo mai aspettati una conclusione del genere, “e stavano sempre nel tempio lodando Dio”.

Nel tempio? Ma non si sono accorti che quando è morto Gesù il velo del tempio s’è spaccato a metà e ha rivelato che dentro non c’era nulla? Non si ricordano quando Gesù ha definito il tempio un covo di ladri, di banditi? Ma non si ricordano quando Gesù ha detto loro che “questo tempio sarà demolito”? Ebbene, l’attrazione della religione, dell’istituzione religiosa, è più forte dell’insegnamento e del sacrificio di Gesù. “Tornano nel tempio per lodare Dio”. L’evangelista termina in una maniera drammatica, come per dire “e non avevano capito niente”. Ci vorrà ancora un intervento di Gesù, ci vorrà la discesa dello Spirito Santo, ci vorranno ancora tante situazioni, prima che la comunità comprenda che deve lasciare Gerusalemme per aprirsi al mondo pagano per portare l’amore universale del Signore.

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2)    Le veglie di preghiera contro l’omofobia, la speranza è in cammino
riflessione di Gianni Geraci del gruppo Il Guado di Milano - da www.gionata.org

Complice il calendario, quest’anno, le veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia, si svolgono tutte intorno alla solennità dell’Ascensione di Gesù.
Ho pensato così di rileggere il brano che, negli Atti degli Apostoli, si riferisce a questo episodio e di chiedermi se ha qualche cosa di dire a tutti noi che, nei prossimi giorni, ci incontreremo per pregare insieme.

Credo infatti che ci sia una profonda affinità tra lo stato d’animo con cui gli apostoli se ne stavano con il naso in aria dopo aver che una nube aveva sottratto Gesù al loro sguardo e quello vivono molti omosessuali credenti. Come gli apostoli, anche noi abbiamo sperimentato in alcuni momenti della nostra vita, quell’intimità con Dio che ancora alimenta la nostra speranza e abbiamo sentito parole che davano un significato nuovo alle esperienze che facevamo.

Come gli apostoli abbiamo passato dei momenti di lutto, perché avevamo l’impressione che Gesù fosse morto nella nostra vita e come gli apostoli abbiamo gustato la felicità di scoprire che era ancora vivo. Come gli apostoli, a un certo punto della nostra vita, l’abbiamo visto eclissarsi dietro la nube delle tante persone che strillano che cristianesimo e omosessualità sono incompatibili e che per quelli come noi non c’è nessuna speranza di stare con lui. E come gli apostoli anche noi ce ne stiamo lì, con il naso in aria, ad aspettare qualcuno che sappia dirci che Gesù nello stesso modo in cui l’abbiamo visto eclissarsi.

In realtà, se ci pensiamo bene, in questo stare a naso all’insù in attesa di una parola che dia un senso alla nostra esperienza c’è il primo dei significati che può avere per ciascuno di noi l’esperienza della veglia. Quando si veglia, infatti, si sta fermi e ci si mette ad aspettare qualche cosa di importante e di significativo. E la speranza che abbiamo è quella di udire, durante la veglia, delle parole che abbiano su di noi lo stesso effetto che, sugli apostoli, hanno avuto le parole degli angeli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo» (At 1,11).

Perché, se è vero che la dimensione di una veglia è quella dell’attesa, è altrettanto vero che il senso di quella stessa veglia è quello di darci dei motivi per riprendere il cammino per cercare quello che, durante la pausa della veglia, stavamo aspettando con il cuore trepidante.

Mentre riflettevo su queste cose mi è venuto in mente un testo di San Giovanni della Croce che mi sembra descrivere molto bene l’atteggiamento di chi ha vissuto bene un momento di preghiera intenso come possono essere le veglie di preghiera che i nostri gruppi stanno organizzando in tutta Italia. Lo copio di seguito perché mi sembra davvero molto bello.

Come un cervo ti ho visto fuggire,
dopo che m’avevi ferita.
Sono uscito dietro gridando,
ma non c’eri, non c’eri più.
Ed ho chiesto ai prati e ai boschi
se avevano visto passare
chi più di ogni altro io bramo
perché la tua impronta era lì.
Andrò, per questi monti e queste rive
in cerca del mio amore.
Non coglierò mai fiore
non temerò le fiere.
Passerò i forti e le frontiere.

Ecco, io credo che anche noi, come gli apostoli dopo l’annuncio degli angeli, dovremmo riprendere il nostro cammino alla ricerca di quel Gesù che, in passato, aveva toccato il nostro cuore.
Anche noi, come l’anima descritta da Giovanni della Croce, siamo chiamati a seguire questo stesso cammino con decisione e con fiducia. E anche noi, come tutti gli uomini e tutte le donne di buona volontà, siamo chiamati a superare le distrazioni e la paura. La canzone da cui ho copiato la traduzione della «Canzone tra l’anima e lo sposo» che ho proposto sopra, continua poi con una seconda brevissima strofa che merita qualche ulteriore riflessione.

Quando ti troverò non disprezzarmi
se mi copre la polvere del cammino.
Basterà un tuo sguardo perché
la tua presenza risplenda in me.

Si tratta di una strofa che non sono riuscito a rintracciare tra i testi del grande mistico spagnolo che però ha qualche cosa di importante da dire a tutti noi. Quante volte infatti ci sentiamo disprezzati? Quante volte infatti siamo noi a disprezzarci per primi? Quante volte abbiamo poi l’impressione che Dio stesso ci disprezzi per le scorie che incrostano la nostra vita? Questo disprezzo è una delle formule più subdole dell’omofobia. E questo disprezzo diventa spesso  la scusa che ci impedisce di iniziare quel sincero cammino di conversione a cui Dio chiama ciascuno di noi, al di là del sesso e della condizione sociale, al di là della razza e dell’orientamento sessuale.

Ricordiamo allora le parole di questa canzone: basta uno sguardo di Dio perché la sua presenza possa risplendere finalmente dentro ciascuno di noi!
Si tratta dello stesso concetto che, con altre parole, esprime con forza il brano della lettera ai Romani che abbiamo scelto di meditare durante le veglie di quest’anno. Ed è nella speranza che questo brano possa avere un sapore nuovo nella vita di ciascuno di voi che ve lo propongo ancora una volta: «Io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcuna altra creatura, potranno mai separarci dall’amore di Dio».