La Germania uscita dalla sconfitta del 1918 era un paese instabile
economicamente e dalla fragile democrazia.
Bande di estremisti nazionalisti e comunisti si combattevano nelle
citta', il pesantissimo trattato di Versailles impediva la rinascita
finanziaria e produttiva. In un clima di cosi' grande tensione
ebbero buon gioco quei politici che si rifecero agli ideali nazionalistici,
all'idea di una Germania nuovamente potente.
Quando poi la crisi economica e la spaventosa inflazione devasto'
il paese mietendo milioni di posti di lavoro il clima sociale
divenne ancora piu' esplosivo.
Malcontento, disoccupazione, rancore per la sconfitta, paura del
bolscevismo furono gli ingredienti che permisero all'estrema destra
di aumentare sempre piu' i suoi consensi.
I primi bersagli dei movimenti di destra furono i tradizionali:
gli ebrei e gli omosessuali.
Il primo segnale si ebbe nel 1921 con l'attentato a Magnus Hirschfeld.
Al termine di una conferenza tenuta a Monaco il professore venne
attaccato da una banda di razzisti e fatto segno di un lancio
di pietre. Una lo colpi' al cranio fratturandoglielo.
Un giornale ultranazionalista di Dresda cosi' commento' l'accaduto:
"L'erba cattiva non muore mai. Il ben noto dottor Magnus
Hirschfeld era stato colpito cosi' duramente da farlo considerare
ormai nella lista dei morti. Apprendiamo ora che si sta rimettendo
dalle ferite. Non esitiamo a sostenere che ci dispiace che questo
vergognoso ed orribile avvelenatore del nostro popolo non abbia
trovato la sua ben meritata fine".
Il clima era di fatto insostenibile.
Per guadagnare visibilita' i movimenti estremistici di destra
moltiplicarono le loro azioni violente. Cosi' nel 1923 a Vienna
seguaci del Partito Nazista fecero irruzione nella sala dove Hirschfeld
teneva una conferenza tentando di uccidere a colpi di pistola
il professore.
Locali e ritrovi di omosessuali e transessuali dichiarati divennero
il bersaglio delle squadre d'assalto naziste. La stampa nazista
e in special modo il Volkischer Beobachter, l'organo ufficiale
del partito nazista diretto da Julius Streicher, moltiplico' i
suoi attacchi e le sue istigazioni alla violenza contro gli omosessuali.
Il Partito Nazista elaborò una sua teoria sulla omosessualita'
sostenendo che si trattasse di una malattia contagiosa in grado
di diffondersi anche agli eterosessuali.
Ma a parte i pregiudizi antichi e le curiose nuove interpretazioni
per i nazisti gli omosessuali rientravano nella categoria dei
"sabotatori sociosessuali"; in una presa di posizione
ufficiale per spiegare le ragioni dell'attacco agli omosessuali
il Partito scriveva: "E' necessario che il popolo tedesco
viva. Ed e' solo la vita che puo' lottare perche' vita significa
lotta. Si puo' lottare soltanto mantenendo la propria mascolinita'
e si mantiene la mascolinita' con l'esercizio della disciplina
specie in materia di amore. L'amore libero e la devianza sono
indisciplina ... Per questo respingiamo ogni forma di lascivia,
specialmente l'omosessualita', perche' essa ci deruba della nostra
ultima possibilita' di liberare il nostro popolo dalle catene
che lo rendono schiavo".
Il nazismo aveva un suo preciso progetto: l'uomo doveva combattere,
la donna generare.
Il popolo tedesco doveva sopravvivere e moltiplicarsi. L'omosessualita'
era vista come il sabotaggio alla crescita della nazione tedesca.
Non erano tanto questioni di morale borghese quanto problemi di
ideologia a rendere nazismo e omosessualita' incompatibili.
Pareva impossibile che un capitolo della storia del nazismo e
dei suoi orrori fosse rimasto inesplorato, che fosse stato finora
trascurato da studiosi, ricercatori e giuristi: ci riferiamo alle
vittime di uno dei lager piu' truci, Sachsenhausen. Ma tant' e',
i documenti, le foto, gli atti dei processi e le lettere esposti
per la prima volta al pubblico in una mostra unica nel suo genere,
allestita nel lager nazista situato nei pressi di Berlino, non
lasciano dubbi in proposito, e si resta senza fiato nel constatare
che per 55 anni la morte e i maltrattamenti di oltre un migliaio
di omosessuali non abbiano fatto notizia.
Che le vittime di Sachsenhausen non siano state ufficialmente
ricordate.
Che i superstiti del lager, condannati ai lavori forzati, castrati,
sterilizzati, non abbiano potuto far valer i loro diritti come
vittime del nazismo perche' anche dopo il regime di Hitler sono
stati considerati dei criminali dalla giustizia della Repubblica
Federale Tedesca. Il famigerato articolo 175 che condannava gli
omosessuali e' infatti rimasto in vigore fino al 1968 (a differenza
della Repubblica Democratica Tedesca), ed e' stato applicato piu'
che scrupolosamente, se e' vero che tra il 1950 e il 1965 hanno
avuto luogo oltre centomila processi contro di loro: lo stesso
numero del regime nazista.
Certo, qui si tratta di un "minigruppo" di vittime rispetto
ai milioni di ebrei che trovarono la morte nei campi di concentramento:
sono difatti circa un migliaio gli stimati professionisti, professori,
librai, tecnici, pittori, ballerini, cantanti, cabarettisti che
hanno vissuto "l'inferno in terra" a Sachsenhausen,
che per la maggior parte sono morti dopo atroci sofferenze.
Considerati la feccia dell'umanita', gli omosessuali erano
condannati ai lavori piu' pesanti e all'isolamento. Anche a loro,
anzi soprattutto a loro, le SS riservavano metodi di uccisione
a dir poco sadici come innaffiarli d'acqua fredda e poi farli
stare in piedi all'aperto ad una temperatura di 20 gradi sotto
zero.
Il culmine dell'uccisione sistematica fu raggiunto nel luglio
e agosto 1942: in sei settimane morirono 89 "triangoli rosa".
L'unica chance di sopravvivenza era costituita dal trasferimento
in altri lager: rimanere a Sachsenhausen voleva dire morte sicura.
"Dovevamo dormire solo in camicia da notte e con le mani
fuori dalla coperta" - racconta il viennese Hein Heger, arrivato
a Sachsenhausen nel 1939 - "Le finestre erano coperte da
uno spesso strato di ghiacchio. Chi di noi veniva sorpreso in
mutande o con le mani sotto la coperta (non dovevamo soddisfarci
da soli) veniva punito... Non potevamo scambiare una parola con
i prigionieri di altre baracche che avevano triangoli di colore
diverso (oltre gli ebrei con il triangolo giallo, c'erano gli
asociali con il triangolo nero, gli zingari con il triangolo marrone),
cosi' non potevamo corromperli. Dovevamo restare isolati...".
Contro gli zingari che, dopo la creazione della Centrale per
la lotta alla omosessualita' voluta da Himmler, nel 1936 affollavano
sempre piu' i lager nazisti, le SS sfogavano la loro rabbia e
il loro disprezzo; i medici usavano i "triangoli rosa"
per i loro esperimenti, li castravano o li sterilizzavano studiandone
poi le razioni fisiche e psichiche. Alcuni si offrirono volontari
alla castrazione per sfuggire alla morte.
Lo stesso Himmler, poco dopo lo scoppio della guerra, promulgo'
un ordine che significo' la definitiva condanna a morte degli
omosessuali: "Chiedo che in futuro tutti gli omosessuali
che abbiano corrotto piu' di un partner siano oggetto di misure
preventive da parte della polizia dopo il loro rilascio dal carcere".
Dal 1936 al 1945 vi furono rinchiusi circa 1.200 omosessuali.
Dalla fine del 1939 alla metà del 1943 furono uccisi oltre
600 "triangoli rosa". In sole sei settimane, nell'estate
del 1942, trovarono la morte 89 omosessuali. Molte vittime sono
rimaste senza nome a causa della distruzione da parte delle SS
dei documenti del lager.
Oggi si conosce il nome di 700 omosessuali rinchiusi a Sachsenhausen:
di molti di essi sono state ricostruite le vicende dopo lunghe
ricerche negli archivi di Berlino e di Mosca. Una lunga lista
di morti a Sachsenhausen e la storia di alcuni di essi e dei pochi
sopravvissuti sono contenute nel volume: "Uomini omosessuali
nel lager di Sachsenhausen", edito da Rosa Winkler.
La baracca 11, a Sachsenhausen, era quella dello sterminio; spesso
la mattina ci si trovava un morto nel letto accanto, o, alzandosi,
si andava a sbattere contro il corpo di un prigioniero che si
era impiccato. Come il cabarettista Paul O'Montis, che negli anni
di Weimar aveva realizzato spettacoli e dischi di successo. Arrivato
a Sachsenhausen nel 1940, resistette solo un mese.
I superstiti sono pochi. Il cabarettista Robert T. Odeman,
condannato a Berlino come omosessuale, giunse a Sachsenhausen
nel 1944; riusci' a fuggire durante la "marcia della morte"
nell'aprile del 1945. Non ha mai ottenuto dal governo la riparazione
dei danni subiti. Come gli altri del resto. Di riabilitazione
nemmeno a parlarne.
Un artista, Richard Grune, che ha studiato alla Bauhaus e si dedicava
soprattutto alle litografie, riusci' a lavorare anche a Sachsenhausen:
disegnava carponi per terra, protetto dai compagni della baracca;
illustro' un libro di canzoni del lager che si e' fortunosamente
conservato. Riusci' anche a sfuggire all'inferno, ma le indelebili
immagini di morte e di orrore che gli sono rimaste dentro, le
racconto' in un impressionante ciclo di litografie intitolato
la Passione del XX secolo - gli orrori di Sachsenhausen.
H. Lucas Ginn (traduzione di Isa Fiorentini)