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Sepolti dal silenzio
 
Triangolo rosa. A cura del Circolo Pink di Verona, «Le ragioni di un silenzio.
La persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il fascismo». Per Ombre Corte
 
Nel ricordare la sua esperienza di deportato Pierre Seel, un omosessuale di origine alsaziana internato nel campo di concentramento di Schirmeck, scrive: «Ritornai e restai come una figura incerta: evidentemente non capivo che ero rimasto ancora in vita. Gli incubi mi affliggevano di giorno e di notte: mi esercitavo al silenzio». Quella di Pierre Seel (Moi, Pierre Seel , déporté homosexual, 1994), resta una delle poche testimonianze scritte sulla persecuzione degli omosessuali da parte del nazismo. Le ragioni di quella che appare come una vera e propria amnesia storiografica stanno proprio nelle parole di Seel. L'esercizio al silenzio, come impossibilità di tramandare la memoria delle violenze subite, è ciò che ha caratterizzato, a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, la condizione del «sopravvissuto omosessuale». Poche e isolate sono state le iniziative di ricerca per il recupero alla storia e alla memoria delle vicende degli omosessuali perseguitati e deportati. I contributi esistenti sono venuti per lo più da ambienti culturali omosessuali o da studiosi che come Rudiger Lautmann hanno potuto permettersi il going-public dell'omosessualità. Manca a tutt'oggi una stima di massima del numero degli omosessuali internati nei campi e poco o nulla si sa del loro destino. Sia di quello di internati sia di quello di «sopravvissuti». Non è un caso che tra le più di cinquantamila interviste audio e video raccolte dalla «Survivors of the Shoah Visual History Fondation» di Steven Spielberg ve ne siano solo quattro di omosessuali. La stigmatizzazione dell'omosessualità come comportamento «deviante» e la biologizzazione della figura dell'omosessuale come «corpo perverso» hanno rappresentato una costante della cultura europea ancora per buona parte del Novecento. Il nazismo istituzionalizza un processo di biologizzazione di pregiudizi culturali già in atto e lo porta alle estreme conseguenze, nel 1935, con la modifica del Paragrafo 175 del codice penale. Quella che prima era una minaccia di criminalizzazione per gli omosessuali, diventa così una certezza di persecuzione. Basta la prova dell'esistenza di fantasie sessuali di tipo omosessuale per procedere alla deportazione nel lager. La fine del nazismo non segna però un superamento della normativa repressiva nei confronti dei comportamenti omosessuali. Il Paragrafo 175 resta nella normativa penale della Repubblica Federale tedesca fino al 1969. Con il ritorno alla democrazia gli omosessuali non sono più perseguitati come criminali a patto che vivano con discrezione e «in silenzio» la loro «diversità».
 
La forza del pregiudizio che ha accompagnato e accompagna la manifestazione di comportamenti sessuali non conformi alle regole della moralità dominante non poteva che produrre un processo di rimozione storiografica delle vittime omosessuali della persecuzione nazista e fascista. A differenza di altre categorie di vittime, i sopravvissuti omosessuali non potevano rivendicare appartenenze di gruppo. Il loro era un lutto che era possibile elaborare solo a livello individuale. Le ragioni dell'internamento dell'omosessuale erano attinenti ad una scelta sessuale che la società di allora riteneva patologica e che la società attuale non è ancora disposta ad accettare. La testimonianza degli omosessuali non c'è stata sia perché alle vittime non era consentito rendere visibile la ragione della loro persecuzione sia perché la società europea del dopoguerra non era interessata ad ascoltare le loro «voci». Gli omosessuali non erano considerati una minoranza perseguitata, erano dei perseguitati che avevano diritto alla memoria solo nel silenzio delle loro vite.
 
L'amnesia storiografica nei confronti della persecuzione degli omosessuali non stupisce ma fa riflettere su orientamenti, contributi, esiti dell'imponente impegno di ricerca e di documentazione sulle vittime della deportazione e dell'Olocausto. La stessa individuazione di categorie di appartenenza delle vittime del nazismo (ebreo, omosessuale, zingaro...), ad esempio, non solo definisce in modo astratto figure sociali diverse e destini non assimilabili, ma riproduce una classificazione storicamente «marcata» dal pregiudizio razziale. La labilità della costruzione sociale della figura della «vittima» appare con particolare evidenza nel caso degli omosessuali. Una categoria di «vittime» trasversale rispetto ai gruppi storicamente identificati della persecuzione nazista. Su questo tema, come sulle tante e complesse ragioni che hanno consegnato all'oblio la storia e la memoria della persecuzioni degli omosessuali, offre un rilevante contributo di conoscenza e di riflessione un volume curato dal circolo Pink di Verona, Le ragioni di un silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il fascismo, Ombre Corte (pp.156, euro13,50).Nel volume sono raccolti saggi di bilancio storiografico, riflessioni sui processi politici e culturali che hanno reso «indicibile» l'esperienza delle vittime omosessuali, testimonianze scritte e orali di sopravvissuti. Di particolare interesse il saggio Rudiger Lautmann, che ripercorre il faticoso percorso della ricerca di fonti sulla persecuzione omosessuale negli archivi tedeschi e quello di Klaus Muller, Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio. Nel suo lavoro di raccolta di testimonianze di sopravvissuti omosessuali nell'ambito del progetto della «Survivors of the Shoah Visual History Foundation», Muller ha più di altri sperimentato le «ragioni» che ancora oggi fanno della memoria degli omosessuali un ricordo «a rischio». Oltre a raccontare la sua esperienza, Muller analizza le due più significative testimonianze scritte di sopravvissuti: quella di Pierre Seel e quella di Heinz Heger, pubblicata nel 1972 in Germania e in Italia nel 1991 (Gli uomini col triangolo rosa: testimonianza di un omosessuale deportato in un campo di concentramento, Sonda). Da queste memorie, come da alcune interviste a sopravvissuti riportate nel volume, emerge un aspetto fino ad oggi scarsamente indagato dalla ricerca sulla deportazione e l'internamento: quello della sessualità all'interno del campo. Una sessualità violenta e coatta, come raccontano molti testimoni, ma che in qualche caso poteva anche rappresentare una possibilità di sopravvivenza. Comunque un aspetto della vita del campo da sottrarre all'oblio della memoria e da riportare nella ricerca storiografica. La latitanza di una prospettiva «di genere» nell'indagine sulle vittime della deportazione e dell'internamento ha certamente contribuito a lasciare nella «zona grigia» del silenzio molte vite. Più di altre, quelle degli omosessuali.

Augusta Molinari